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  • Lunacy Box: Lunacy Box

    Lunacy Box

    Data di uscita: 25-05-2009

    Loudvision:
    Lettori:

Fruibile intensità

I due elementi stilistici che si incontrano nel debut dei Lunacy Box sono la melodia pop e la veste musicale goth rock. È una fotografia piuttosto grandangolare ma condivisibile. L’eponimo album è di facile fruibilità: il gruppo ha una scrittura diretta, ha stile e non si dilunga in eccessi strumentali o cervellotici.

I Lunacy Box hanno stile, dicevamo, a cominciare dalla scelta dei suoni. A partire dalle tastiere/synth che compongono una matrice elegante e con groove, dai tempi sostenuti che accompagnano una ritmica sempre puntuale.

La voce di Ms. Larsen è un valore aggiunto, centrale ma equilibrata tra gli elementi del quartetto. Fa ben più che citare gli scheletri nell’armadio delle band che hanno ottenuto fama commerciale: ha un timbro godibile, un’espressività matura che sa farsi calda, potente e quasi materna come pure graffiante ed acuta. Il suo cantato è un marchio di fabbrica che una volta assimilato diviene riconoscibile.

Nonostante sia davvero molto facile iniziare l’ascolto facendosi trasportare dalle sue parti vocali azzeccate, si nota presto l’ottimo lavoro delle chitarre, sia di sfumatura nelle strofe, sia di potente distorsione nei ritornelli con turbinanti effetti phaser.

Tra i brani della proposta, spiccano per intensità la avvolgente ed intensa “Love To Hate Me”, varia nelle atmosfere e lamentosa nel mood. Elegante e sleek nella veste come del resto la successiva “Broken Dreams”, introdotta da carismatici effetti wah-wah; la canzone costruisce momenti piacevoli con il suono pieno e gotico delle chitarre ribassate e con le ottime aperture atmosferiche del ritornello.

Presente anche una ballad semi-acustica, “Hide”, che funziona ancora una volta per la sua musicalità diretta e per semplicità, assolvendo al suo ruolo psicologico di empatia e partecipazione.

Stupisce invece la sperimentazione di una cover dei Filter del periodo “Short Bus”, “Hey Man, Nice Shot”, a cui partecipa Justin Bennett come ospite alla batteria. La versione è a metà tra una rivisitazione estetica e il rispetto filologico del brano, che perde un po’ della sua selvaggia follia, assumendo il tratto prominente dei Lunacy Box della forte personalità estetica.

Idee chiare, una filler di troppo (“I Think I’m Done” è forse un calo d’intensità), ma molta professionalità e doti compositive mature. I Lunacy Box ghermiscono lo scibile con cui sono cresciuti e offrono la loro proposta solida, derivativa con personalità.

Era dura ma ce l’hanno fatta. Era talmente dura che non c’avrei scommesso nemmeno se li avessi conosciuti di persona e nutrissi cieca fiducia. Sembra oggettivamente impossibile fare goth rock senza ricordare Cristina Scabbia o scivolare nell’Evanescente. O meglio ancora, farlo sul serio, diversamente dalle cosiddette pietre angolari di genere. I Lunacy Box sono stati una sorpresa, gradevole quanto le cose ben fatte, costruite nel giusto rispetto della loro portata.
Avrei dovuto scommetterci.

Pro

Contro

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