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M.E.I. 2008: Indie(pendenti) da dodici anni

Abbiamo avuto il piacere e l’onore di scambaire quattro chiacchere con il fondatore del MEI, Meeting Etichette Indipendenti, che anche quest’anno, come di consueto, si terrà presso l’Area Fiera di Faenza, il 29 e 30 novembre.
Ecco cosa ci racconta di questa nuova edizione della manifestazione.

Dodici edizioni del MEI sono davvero un numero considerevole, soprattutto tenendo conto che la realtà racchiusa all’interno di questa manifestazione è e rimane, almeno in Italia, una dimensione di nicchia. Una bella soddisfazione vedere questa creatura perseverare nonostante le avversità del mercato musicale attuale. Che ne pensa?
Penso naturalmente che sia una grande soddisfazione, per due motivi: siamo passati indenni, anzi crescendo, dall’era del fax, epoca in cui siamo nati, al boom di FaceBook. Quest’anno, addirittura, ci sarà un FaceBook Rock Party al Mei dopo il Mei Space Contest dello scorso anno. Secondo motivo d’orgoglio è che abbiamo vinto la scommessa di aprire a tutte le produzioni indie senza discriminazioni verso nessun genere e stile. Una bella vittoria in un paese, l’Italia, dei mille campanili dove anche tra gli indipendenti ognuno pensa di essere più indie di un altro.

Come sono cambiate le cose in questi dodici anni di MEI?
Enormemente. In dieci anni la musica ha vissuto tutte quelle rivoluzioni che prima c’erano state in cinquant’anni! C’è da dire che in questa rivoluzione il ruolo delle indies è sempre più importante visto che stampano oramai il 90% dei nuovi titoli italiani

Durante la manifestazione ci saranno diversi momenti dedicati all’assegnazione di riconoscimenti, oltre al PIMI, ricordiamo i 5 premi del PIVI e quelli dedicati ai migliori esponenti del mondo Hip Hop. È questo uno dei modi per valorizzare, e soprattutto dar voce alla realtà underground che rappresenta il cuore pulsante dell’evento?
Sì, grazie ad alcuni di questi premi è stato possibile mettere in luce nuovi artisti e nuove creatività e permettere loro di avere ancora più visibilità. Naturalmente non è l’unico modo.

Diversi sono i momenti dedicati al mondo digitale, dall’assegnazione del premio “Tutto Digitale” a collaborazioni con aziende leader nel settore quali Libero, allo stesso PIVI. Per quale motivo avete scelto di dedicare tanto spazio a questa realtà e come si sta evolvendo il mondo della musica indipendente nei confronti di questa inarrestabile avanzata del digitale?
È indispensabile capire dove ci si sta muovendo e quindi capire che ruolo potranno avere le indies nei nuovi modelli di distribuzione digitale. Se non ci si attrezza si rischia che questo mondo resti tutto in mano alle multinazionali come iTunes e Nokia. Per questo presenteremo un libro “Le Sfide Digitali” con Editrice Zona, porteremo l’esempio di SoldOut, il primo sito di financing project musicale italiano, abbiamo fatto una partnership con Downlovers e con www.tuttaunaltramusica.com: è indispensabile attivare il canale della distribuzione digitale made in Italy se non si vuol essere emarginati da tale nuovo contesto.

Contaminazione musica e cinema. Una strada obbligata verso l’innovazione? O meglio, è una realtà in continua espansione; la ricerca di nuove forme espressive coniuga sempre più frequentemente l’arte cinematografica con la sperimentazione musicale. È questo il futuro?
È certamente uno dei futuri. Immagino che prossimamente potrebbe accadere di vedere un brano pubblicato solo come colonna sonora di un film senza più essere stampato su cd e distribuito poi solo in videoclip su You Tube e gli altri canali di distribuzione. Tra l’altro il rapporto tra cinema e musica indies ha dato risultati di grande soddisfazione recentemente. Pensiamo ai Tiromancino che alla fine sono stati lanciati soprattutto grazie a Fezran Ozpetek, tanto per citare un solo esempio, ma ce ne sono tanti altri.
[PAGEBREAK] Una delle novità di quest’anno è l’inserimento di un premio dedicato ai documentari. Cosa ne pensa dello strumento documentario, o meglio rockumentario, per far luce sulla realtà della musica underground e sulla vita dei giovani artisti?
Come ci insegna Michael Moore è fondamentale. Premiamo quattro titoli come “Lavoro Brado” di Nevio Casadio sul tema delle morti bianche, “Nazirock” di Claudio Lazzaro sulla realtà di una franga minoritaria violenta di estrema destra che nega l’Olocausto, “Fronte del Rock” di Massimo Garlatti-Costa che racconta le esperienze di band giovanili emergenti del Friuli Venzia Giulia in modo toccante e “Ma perché non ho fatto l’idraulico? Esistere ! Esistere! Esistere!” un film di Paolo Cassino su testi di Cristina Sivieri Tagliabue che narra la dura vita dei creativi in Italia oggi. Tali documentari meriterebbero una programmazione sui canali Rai nazionali così come tanta nuova musica italiana.

MEI è anche talent scouting. Rispetto al passato, sono aumentati o diminuiti gli artisti meritevoli di riconoscimento? Quali sono i canali che oggi gli artisti di valore possono sfruttare per emergere?
Sono aumentati perché è aumentata la qualità della musica anche se magari è diminuita originalità e creatività che spesso però sono figlie dei tempi. Se ci sono movimenti giovanili innovativi si rinnova anche la musica. I canali sono molto di più di un tempo anche se con meno risorse, oggi è più facile che ci siano molti maggiori artisti di nicchia di successo di un tempo in tante nicchie, e quindi per un indies che ha idee-forza buone e originali è molto più facile farsi conoscere oggi anche solo di dieci anni fa. Non parliamo poi di venti o trent’anni fa.

Avete organizzato diversi momenti di incontro/convegni dedicati al ’68. Cosa ha rappresentato quest’anno, o meglio le conseguenze dei movimenti giovanili che lo hanno caratterizzato, per la musica indipendente?
Il ’68 con la usa coda fino al ’77 è uno dei promotori delle nuove figure professionali della musica: i festival, la nuova musica giovanile, i promoter, le radio libere, i fonici, i critici discografici alternativi, gli organizzatori, i giornalisti musicali e le riviste di musica underground, i rock club e i negozi di dischi alternativi sono nati tutti da queste figure dopo la prima metà degli anni ’70. La musica indipendente è in qualche modo figlia del desiderio di libertà di espressione culturale che ha determinato il ’68. Per questo facciamo un convegno inaugurale con Mario Capanna e con alcuni interventi sulla musica nel ’69 e il suo ruolo.

Quanto si sente ancora indie dopo tutti questi anni nel music business?
Come all’inizio. Il Mei penso che sia tra i pochi esempi che – nonostante molti corteggiamenti – non si è svenduto a una major, non si è apparentato con qualche tv con presentatori stupidi, non ha fatto accordi di sottobanco con il grande circuito dei network radio che promuovono poco indies, non ha dato una mano ai grandi magnati dei social networking per poi vendere i profili alle multinazionali e non si è fatto neanche mai sponsorizzare da qualche multinazionale. Tutto indie e tutto made in Italy vero, mica poco oggi svilupparsi e crescere i queste condizioni! Grazie a tutti quelli che partecipano, naturalmente, e non solo grazie noi!

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