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Ma che c’entra?

All’interno di un noto sito, che da anni propone rassegne stampa in materia di diritto d’autore, il 18 marzo scorso sono apparsi i risultati di uno studio economico condotto dalla società indipendente europea TERA Consultants.
L’analisi ha verificato l’impatto sull’occupazione che la pirateria musicale ha determinato negli ultimi anni.

Lo studio prima elogia i meriti dell’industria dei contenuti che, solo nel 2008, avrebbe offerto, all’interno dell’U.E., il 6,5% dell’occupazione (pari ad 860 miliardi di euro) e un contributo pari a 6,9% del PIL complessivo.

Quindi l’analisi passa a criticare le conseguenze della pirateria digitale. Si stima che le industrie creative avrebbero registrato perdite pari a 10 miliardi di euro, per un totale di 185.000 posti di lavoro in meno. In Italia – e qui la critica si fa ancora più personale, diretta, suggestiva – si parla addirittura di 22.400 posti di lavoro in meno a causa dei pirati del cyberspazio.

Per il futuro, la TERA Consultants prevede che, se gli Stati non porranno rimedio efficace contro il file sharing, nel 2015 avremo, solo in Europa, 1,2 milioni di posti di lavoro in meno (con una perdita pari a 240 miliardi di euro).

Per come c’era da aspettarsi, le maggiori organizzazioni sindacali italiane del settore [SLC CGIL, SAI Sindacato attori italiano, FISTEL CISL, UIL] sono già sul piede di guerra e, in occasione della presentazione dello studio alle istituzioni italiane, hanno preannunciato pressioni per ottenere un forte intervento di contrasto.

Studi di questo tipo ci ricordano quei documentari sul fascismo trasmessi con disarmante puntualità, alla vigilia di ogni elezione elettorale, da alcune emittenti televisive.
Diamo per attendibili i dati (del resto non abbiamo strumenti per un calcolo così analitico). È il merito dell’argomento, posto sotto questa forma, che contestiamo.

Ad ogni tipo di progresso consegue sempre il mutamento della realtà economica. E il passaggio da una fase all’altra comporta la crisi per alcuni mercati e la ricchezza per altri. I soldi si spostano, l’economia si trasforma e le attività che prima erano redditizie non lo sono più. Viceversa, chi ha perso il lavoro per un mestiere divenuto obsoleto, potrà reimpiegarsi in nuovi e più moderni cicli produttivi.

Chi potrebbe mai lamentarsi del fatto che l’avvento dell’automobile ha portato disoccupazione per gli allevatori di cavalli e per gli artigiani di ruote da carrozza?
Chi si permetterebbe di dire che, debellando la poliomelite, si sono persi posti di lavoro per i medici che prima curavano la malattia?

Non ha senso imporre la conservazione di una tecnologia arretrata, di un sistema legislativo limitante e contrario ai nuovi metodi di scambio, solo per conservare i diritti di una classe industriale o per mantenere posti di lavoro che non producono ricchezza.
Ci è bastato l’errore fatto dallo Stato negli anni passati che, per la sua logica di scambio del voto, ha inventato lavori e cariche inutili e non produttive.

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