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Ma io lo so chi è Mark Lanegan (CIT.)

Il Tunnel è quel locale di Milano in cui non si vede il palco, specialmente quando c’è il tutto esaurito, come ad esempio oggi, che ci suonano Isobel Campbell e Mark Lanegan.

Ai concerti una cosa divertente da fare è spiare cosa gli altri stiano scrivendo sul proprio telefonino. Come un tale che stava mandando un messaggio con scritto: «Fai con calma. C’è uno palloso», riferendosi a Harper Simon, il gruppo spalla della serata, anche noto per essere il figlio di Paul Simon. Bisogna avere affetto e anche un po’ di seria passione non condiscendente nei confronti del piccolo Simon. Lui ha imparato quello che il babbo gli ha insegnato, è un mago bravo degli arpeggi, ma su disco la produzione gli conferisce quella presenza scenica e quel gusto per l’imbellettamento che lui, dal vivo, non ha. Harper Simon è uno che a scuola tutti sfottevano dicendogli «Dai, dai, facci “Bridge Over Troubled Water”». Poi è cresciuto, si è emancipato, ha fatto un disco suo che è bello. Brutta bestia, però, andare alle medie sapendo che tuo padre è Paul Simon.
Io e il mio amico Gabriele Ferrari – più noto come l’autore della rubrica di LoudVision che leggete tutti e come l’uomo che nega i propri autografi ai fan – abbiamo stabilito che in realtà Harper Simon scrive solo canzoni di rock duro. Poi però, quando sale sul palco, diventa timido e si mette a suonare come il papà, così, per sicurezza. A ogni finale di canzone ringrazia stupito come se oggi fosse l’Armageddon e lui fosse l’unico umano in grado di fermare la distruzione del mondo a colpi di buona educazione. Comincia con la cover di “I’ll Be Your Mirror” dei Velvet Underground. Il pubblico del Tunnel si sforza di parlare più forte quando Simon suona, meno forte quando Simon prende fiato.

Poi appaiono sul palco Isobel Campbell e Mark Lanegan, accompagnati dalla band, e tutto il pubblico fischia e grida forte, comunicazione non verbale normalmente accettata per dire «benvenuti amici!» o «Mark Lanegan, so che non saresti un buon padre, ma dammi dei figli».
Attaccano con i primi due pezzi del nuovo album, “We Die And See Beauty Reign” e “You Won’t Let Me Down Again”, e le loro voci si amalgamano in maniera sorprendente rispetto ai live precedenti. Cantano i pezzi all’unisono, poi lei accompagna lui, lui accompagna lei, lei accompagna al violoncello lui, lui esce a fumare e poi ritorna.

Lanegan e la Campbell sono IL MELODRAMMA: lui è un maschio con la voce da maschio, lei è una femmina con la voce da femmina. Lei impersona la madamina un po’ civetta e molto in pericolo, lui fa il seduttore con molte malattie. Suonano il blues, il country, suonano tutto il sud degli Stati Uniti. Insieme, sul palco, sembrano la trama di un’opera teatrale di Sam Shepard o una qualsiasi coppia tirata fuori da un ranch dell’Iowa. Non fosse per il fatto che lei è scozzese e immacolata: Lanegan è l’unico in grado di farla sembrare viziosa mentre fa i controcanti di “Come Undone” o mentre dice «There’s a crimson bird flying when I go down on you» in uno dei valzer più belli DI SEMPRE, “(Do You Wanna) Come Walk With Me”.

Poi, appunto, alcuni tra i pezzi indiscutibilmente migliori rimangono quelli dal primo disco. “Revolver” e “Ramblin’ Man” vedono la piena partecipazione della band e molti balletti sul posto, “Ballad Of The Broken Seas” ha la parte per violoncello più struggente della serata. E quando Lanegan, o meglio, la voce di Lanegan ha attaccato “The Circus Is Leaving Town”, giuro di aver visto molti uomini piangere.
Il bis si conclude con “Wedding Dress”, pezzo di Lanegan, e poi il pubblico del Tunnel comincia a sfoltirsi, i gomiti di certe persone smettono di essere nello sterno di altre persone, e usciamo tutti felici.

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