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Ma perché Dio comanda questo?

Esce venerdì 12 Dicembre “Come Dio Comanda”, il nuovo film del regista premio Oscar Gabriele Salvatores, tratto dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti, premio Strega nel 2006. Salvatores – Ammaniti: l’uno scrive cinematograficamente, l’altro gira romanzescamente. Insieme, una bomba artistica – che è poi la somma di due sensibilità – che esploderà, si spera, nel campo minato dei Cine-panettoni natalizi.

Dopo “Io Non Ho Paura” (2001), Salvatores ha scelto nuovamente un romanzo di Ammaniti, definito dai detrattori scrittore-cannibale per la crudezza e la disperazione delle storie raccontate, apparentemente marginali e in realtà capaci di sviscerare l’ottundimento carico di odio e paura degli italiani degli ultimi quindici anni.

Al centro di “Come Dio Comanda” un padre e un figlio legati da un amore estremo, basato sulla continua violenta negazione di se stesso, di un ti voglio bene che proprio non ce la fa a concretizzarsi in gesti di affetto, esplicitandosi invece nei continui gesti di sopraffazione del padre nei confronti del figlio, che sono la cifra del suo personalissimo modo di insegnargli a difendersi.

Aggiungeteci un matto pervertito e un bosco in una notte buia di tempesta, e gli equilibri salteranno per sfociare in tragedia….

Incontriamo gli autori di questa storia. Salvatores sempre gentile, umile e grande in tutto ciò che afferma, Ammaniti un po’ più ermetico e ironico nei confronti dei giornalisti.

Dopo “Io Non ho Paura” ancora un film tratto dai romanzi di Ammaniti, che qui è anche co-sceneggiatore. Come è nata la vostra collaborazione a questo film? Cosa affascina Salvatores nei libri di Ammaniti?
Gabriele Salvatores: Io e Ammaniti siamo diventati amici. Qualche anno fa mi parlò dell’idea del romanzo, quella di un padre cattivo che insegnava al figlio a difendersi, gli insegnava l’odio con tanto amore, mi disse. Dal romanzo poi si potevano trarre due o tre film molto diversi, e l’imprinting, l’angolazione da cui narrare la storia, l’ha proposta Niccolò, è stata la sua prima importante provocazione in riunione di sceneggiatura. Per quanto riguarda ciò che mi piace nei suoi romanzi, Niccolò non vuole che lo dica ma io non posso farne a meno… I suoi romanzi vengono visti come racconti dell’ Italia di oggi, ma io vi trovo anche una dimensione archetipica, ancestrale che va oltre la quotidianità, ed è questo che mi attrae irresistibilmente.

Niccolò Ammaniti: Per il libro, potevo scegliere il punto di vista del ragazzino protagonista, un po’ come in “Io non ho paura”, ma poi ho optato per un libro dal respiro più ampio, affollato di personaggi, perché il punto di vista onnisciente è anche onnipotente, e mi sono divertito a giostrare tutti i fili del racconto. Nel passaggio dal libro al film mi sono reso conto che bisognava tagliare tutti i personaggi secondari, e l’ho fatto subito presente a Gabriele e Antonio (Manzini, sceneggiatore insieme allo scrittore e al regista). Mi è dispiaciuto tantissimo tagliare il personaggio di Danilo Aprea – “per il quale si era candidato Diego Abatantuono!”, aggiunge Salvatores – mettere insieme la più cupa tragedia e lo humour della commedia, ma il rischio di tenere tutto insieme era scadere nel grottesco. Il finale poi, nel film, è diverso. Era anche uno dei possibili finali del libro, poi scartato perché mi sembrava troppo ottimista. [PAGEBREAK]

Come definireste il rapporto tra padre e figlio in questo film?
Gabriele Salvatores: Ho cercato di raccontare l’amore degli ultimi, quelli che si difendono l’uno con l’altro. Il loro rapporto è come quello del lupo col suo cucciolo: la libertà del lupo implica la morte dell’agnello. È una cosa pericolosa, difficile da dire, ma è così. Rino (il padre del protagonista, interpretato da Filippo Timi) è un fascista, violento, che insegna al figlio un sacco di cose sbagliate, dice cose che io non potrei mai condividere, eppure gli invidio il suo amore per il figlio. Un’altra cosa che gli riconosco è il saper mantenere una posizione nel percorso educativo del figlio, sapergli dire: questo è giusto e questo è sbagliato. Crescere per un ragazzo significa superare poi quella posizione, ed è quello che succede a Cristiano (il protagonista, interpretato dall’esordiente Alvaro Caleca, due occhi verdi per uno sguardo tenebroso-timido-incazzato, un’arma letale se l’obiettivo sono le ragazze!) che mette in discussione il padre. Per lui la vera tragedia è aver dubitato del padre, di cui ha un’idea così alta che vorrebbe essere come lui, ma è grazie a questo distacco che avviene la crescita. E il padre, grazie all’amore del figlio che continuamente gli si propone, conosce la riconoscenza, di qui il finale.
[PAGEBREAK] La vera protagonista di questo film è la natura, la pioggia incessante, il fango, la melma, le tangenziali in mezzo al nulla, una natura che, come è stato già detto, subisce violenza, la stessa che genere la violenza che ritroviamo nei personaggi…
Gabriele Salvatores: Sì, violentata perché subisce un attacco alla propria dignità, e questo attacco lo subiscono anche i personaggi del film, da ciò il loro modo di difendersi che è un attacco, una chiusura. Questi personaggi sono stati pensati ascoltando le canzoni di De Andrè, sono personaggi che hanno preso la cosiddetta cattiva strada, e io ho voluto guardarli dritto negli occhi, attraverso quella pietas latina di cui si è avvalso anche de Andrè per i suoi Michè, le sue prostitute e i suoi soldati…Inoltre la natura acquista un ruolo importante perché l’impianto drammaturgico riprende Shakespeare: c’è un re che è padre-padrone, un principino più o meno in crisi, e il matto, il full, sullo sfondo proprio di una tempesta, di una natura che rivela il suo lato più oscuro.

Tre i temi sotterranei: la paura dell’immigrato, Dio, e la cronaca, in fondo si tratta un fatto di cronaca…
Gabriele Salvatores: Non ho guardato a questi eventi come a fatti di cronaca. Trovo che della cronaca si faccia un uso quasi pornografico. L’onnipresenza della cronaca nei telegiornali sta invadendo le nostre vite, a volte si parla di cronaca, non della realtà. Volevo vedere cosa c’era dietro la cronaca. Per quanto riguarda il tema dell’ immigrazione, i miei personaggi si difendono da un mondo che fa loro pura, ma noi, che siamo il mondo che gli sta intorno, abbiamo paura di loro. L’unica soluzione, secondo me, è guardarci negli occhi. Conoscere quello che fa paura a volte elimina la paura. L’ 80% degli omicidi in Italia, e sono dati ufficiali, non è compiuto da zingari, rom, rumeni e compagnia bella, ma avvengono in famiglia, spesso per un bisogno d’amore. Infine, rispondo su Dio: c’è un’assenza di Dio in questo film. Anche nel mondo che ci circonda, vedo un padre molto distante, eppure è Padre Nostro. In una scena del film c’è una citazione di Prèvert: “Padre Nostro che sei nei cieli, restaci!”. Ecco, segni di Dio nella realtà non ne vedo molti, vedo molti segni degli uomini, nel bene e nel male, per questo penso che Dio siamo noi.

Parliamo della colonna sonora: le musiche originali sono dei Mokadelic, gruppo post-rock italiano, e poi Elisa, I Tre Allegri Ragazzi Morti, e le Bestie Rare di Elio Germano mentre “She’s the One” di Robbie williams fa da sottofondo alla scena più drammatica del film. Lo sa Robbie Williams “che fine ha fatto la sua canzone?!”
Gabriele Salvatores: Sì, lo sa! E deve essere anche una persona intelligente, ha letto la sceneggiatura e si è mostrato interessato. Mi interessava il contrasto tra questa canzone iper-pop, adolescenziale, e l’atmosfera cupa, carica di tensioni tutt’altro che adolescenzialmente romantiche.

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