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Macbeth: Le sottili arti del rinnovato quintetto

Formazione di sei elementi che ha caratterizzato negli anni passati la scena gothic italiana, i Macbeth tornano dopo tre anni di silenzio con un album del tutto inaspettato, ibrido di più generi che non esplodono, ma piuttosto si mescolano. Pur preservando parte di quella teatralità che ha costutito la cifra stilistica della band dagli esordi. Con Fabrizio c’è stata un piacevolissimo scambio di opinioni in cui ogni tratto riguardante le scelte creative e realizzative del nuovo lavoro è stato svelato. A voi sta il compito adesso, se volete, di cogliere i dettagli.

Invece della consueta presentazione vediamo di inquadrare nello specifico “Malae Artes”. Nel precedente “Vanitas” avevate scelto ad arte copertina e tema generale del disco. In questo caso, possiamo dire che il modo in cui il prodotto si presenta esteticamente è più moderno, femminile e seducente. Guardando la foto, mi riesce immediato focalizzarmi su occhi e labbra della figura femminile, e si dice che l’arte sia, in fondo, donna… Discutiamo un po’ queste scelte estetiche in funzione del contenuto del disco se ti va.
Il punto di partenza è sempre un tema unitario. Sono io che mi occupo dell’artwork grafico e della maggior parte dei testi e mi piace dare un’uniformità al tutto, partendo, come in questo caso, dall’immaginario che mi suggerisce il songwriting, dalle percezioni degli altri del gruppo. “Malae Artes” si può tradurre in italiano come “arti infernali”; il latino è qui scelto, come per alcuni titoli, assecondando una mia personale passione per detta lingua. Il significato non ha niente a che vedere con l’occulto o territori simili; arti infernali ricalca il tema della menzogna, il mentire, la doppiezza o i piani multipli-contraddittori in cui si sviluppa il nostro modo di comportarci. In questo senso io definisco l’agire umano “Malae Artes”. E tutti i brani girano intorno a vari aspetti di questo macro-tema. Qui si intravede già una grossa differenza con i lavori precedenti; prendi ad esempio “Vanitas”: era molto più introspettivo, dalla copertina in penombra, alla ricchezza di oggetti simbolici. Il messaggio di “Malae Artes” è invece diretto, a partire dai testi, facilmente comprensibili. Questo risultato non è stato studiato a tavolino, ma è venuto di pari passo con il resto. Quando le tematiche sono emerse dall’osservazione della vita quotidiana, era chiaro che l’intero risultato era teso ad essere più diretto del solito. “Malae Artes” colleziona riflessioni su cose che possono coinvolgere tutti. A livello di arte grafica, mi è venuto spontaneo essere diretto e chiaro, seppure mi sia divertito come sempre a inserire elementi, dettagli, che impreziosissero di significati ed interpretazioni l’assimilazione del disco. Per me il risultato soddisfacente è la visione d’insieme, auditiva e visiva del lavoro. Ho studiato appositamente un artwork che “spiegasse” in qualche modo le emozioni che la musica suscita, e che si accompagna bene, come un canale di comunicazione parallelo che impreziosisce il prodotto musicale.

Guardiamo nello specifico alcuni pezzi. “My Desdemona” è un pezzo abbastanza solenne pur essendo catchy, con atmosfera. Come avete affrontato-adattato o preso spunto da questo personaggio-vittima della letteratura?
Il personaggio qui è utilizzato per il potere dell’icona; serve a presentare il pezzo, senza essere legato in modo significativo all’opera di Shakespeare. Certamente, chi ha letto Othello, può già entrare più agevolmente nell’ottica del brano, andando poi a sfogliare le liriche e cercando di capire come l’archetipo è entrato in gioco nella storia raccontata. Ho fatto comunque in modo che, anche per chi non avesse letto l’Othello, il testo dia le stesse sensazioni, a patto che chi ascolti la nostra proposta abbia anche la pazienza e la voglia di approfondire.

Quindi ecco di nuovo il tema della menzogna…
Infatti, prova a pensare a tutta la storia del fazzoletto e della gelosia che scatena, la figura di Iago. L’Othello, e l’archetipo d’amore che viene narrato, parla di questo tema, che è poi quello che attraversiamo su tutto il disco. Puoi comunque notare sul titolo “My”, pronome possessivo. È da lì che si intuisce che la storia è personalizzata, attualizzata. Ricontestualizzata diciamo.

Ci sono brani come “Keep The Secret” dalla vena estetica particolarmente spiccata. Intendo dire, con questo, la cui scelta esclusiva di un tipo di linee vocali e di strumentazione, nel caso specifico il pianoforte, è molto forte ed esclusiva. Questi canoni estetici sono decisi in fase compositiva a priori, come proiezione di una necessità, oppure si tratta di una delle tante composizioni che poteva finire nella tracklist definitiva e che poi, per le sue evidenti buone ragioni, è finito effettivamente dentro?
Anche in questo caso non c’è stata una decisione a priori. Il “come” è riuscito il brano deriva dalle liriche, le uniche scritte da Morena, la nostra cantante. Per cercare di arrivare diretti al senso di quelle liriche, il modo migliore era usare il pianoforte e la voce e così abbiamo fatto. È impossibile decidere a priori, almeno secondo la nostra esperienza; rischia di suonare sempre come una cosa fatta a tavolino e se vedi bene, sai che risultati ottieni quando fai una cosa del genere. Basta che accendi la Tv su qualche canale di musica… Il nostro approccio, per quest’album, è stato quello di partire da un’idea, da una base, da uno strumento, e girare intorno a quell’idea dando i contributi propri.
[PAGEBREAK] Quindi non c’è un modo di procedere metodico nella composizione? Partite da qualsiasi spunto?
Solitamente sì, dipende da ciò che è già pronto, dalle idee che si hanno. È il metodo migliore per comunicare qualcosa alla gente, secondo me: partire da un’idea e poi lavorarci intorno con le varie teste che ci sono nel gruppo. È l’idea stessa di gruppo: il suono Macbeth esce da lì.

Quali senti siano i maggiori punti di distacco, e gli assoluti miglioramenti rispetto a “Vanitas”?
In assoluto, come dicevo prima, questo è un prodotto più diretto: così come lo sentivamo lo abbiamo tradotto in musica e testi (e immagini, che conta equamente insieme agli altri due elmenti). Il songwriting ha risentito delle due nuove entrate: Max, nuovo chitarrista solista, e Carlo alle tastiere. Questo, oltre all’evoluzione artistica naturale, alla maturazione negli ascolti, ha contribuito al nostro suono. Tieni presente che siamo un gruppo di sei persone, potenzialmente onnivore in fatto di musica: ascoltiamo dalla classica al pop, dal metal più estremo a quello più classico. A livello di testi, ho semplificato molto rispetto a “Vanitas”, che era più carico di simboli e significati nascosti. Cambiando estetica, maturando, abbiamo migliorato i tre aspetti nella stessa direzione.

Ricordo che per i precedenti album si parlava di growls e screams, quando qui l’approccio delle clean vocals è decisamente preponderante, salvo rari sprazzi più brutali. La scelta artistica mostra che nel duetto tra voce maschile e femminile, è più adatto l’uso del cantato classico?
“Adatto” non è il termine… adatto. È anche questa una cosa che si sente. Forse anche il percorso artistico dei due cantanti ha fatto sì che il risultato fosse questo. Essendo anche che il background musicale, il bagaglio di influenze e stili, per ognuno dei musicisti – vocalist compresi – si allargano sempre di più, l’evoluzione è andata in questa direzione; direi che al contrario del resto, le voci sono quelle che ancora evocano una teatralità che faceva parte in modo più preponderante nei Macbeth di un tempo. Il cantato lo equipariamo ad altri due strumenti musicali di fatto, e così come scegli il taglio o il peso dei vari strumenti in ogni produzione, questo è il taglio che è stato dato alle voci.

I Macbeth sono collocabili oggi in uno stile a metà tra il gothic come lo si intendeva una decina d’anni fa, e il goth-elettronica di cui si è avuto un’esplosione negli ultimi anni. A cambiare in parte le carte in tavola, sono sicuramente gli inserimenti di synth, loop, e qualche effetto industrial, percepibile sin dall’intro “Nuda Veritas”. Che cosa vi sembra abbia apportato al vostro sound questo allargamento a sonorità più innovative?
Parto dicendo che le etichette ci stanno un po’ strette. In “Malae Artes” in particolare puoi ascoltare influenze differenti in ogni canzone. Capiamo che per ragioni di posizionamento del prodotto, dobbiamo scegliere un genere per orientare distributori e pubblico, ma la cosa che ci fa più specie è vedere queste categorizzazioni andare oltre il mondo dove sono utili e dove sono utilizzate per produrre un effetto: ovvero nelle opinioni delle persone, non da ultime in chi, nella stampa specializzata, dovrebbe capire qualcosa più della media a proposito del merito artistico di un disco. Sul fatto dell’elettronica… potrei dirti che è come uno slang entrato nella prassi musicale odierna, un modo di rappresentare suoni che ormai è udibile dappertutto nei mass media. A quel punto, diventa parte di cultura, benché un po’ imposta, comune a tutti. Ignorare l’elettronica oggi sarebbe come dire isolarsi dal mondo senza ascoltare né radio né TV, vivere un po’ fuori dalla realtà. È un dato di fatto che anche quando qualcosa non ti piace, se i mezzi di comunicazione ti bombardano di questa, ne arrivi addirittura a sentire l’assenza quando smette di circolare nelle radio o nelle televisioni. Riescono a farti notare anche ciò che non ti piace. A questo punto sarebbe facile dire di tutti: aggiungere l’elettronica è quel mezzo per trasformare la propria musica in qualcosa di ammiccante e piacevole per tutti, la classica “commercializzazione”. Ma la cosa a mio parere, almeno nel nostro caso, è diversa. Essendo l’elettronica entrata nelle nostre teste, abbiamo semplicemente tirato fuori con naturalezza l’aiuto espressivo che questi mezzi musicali ci potevano dare, sapendo che ormai sono entrati nel nostro dizionario musicale in modo ineluttabile. Il concetto di “moderno” è in parte legato al fatto che molte cose della musica di oggi si reggono sull’elettronica; dalla nostra esigenza di fare un disco più diretto, e quindi anche moderno nella sua proposta, ecco il breve passo. Ci si evolve tutti nella stessa direzione? Non è un mistero che in fondo viviamo e maturiamo tutti nella stessa parte di mondo.
[PAGEBREAK] Il fatto di essere più comunicativi e catchy, a tuo parere come incide nel livello artistico di un gruppo? Molti direbbero che la ricerca di piacere all’orecchio, potrebbe facilmente scadere in lusinga. Ma è anche vero che l’ermetismo, palla al piede che ha portato il gothic metal ad accartocciarsi su sé stesso, non comunica molto. Dove sta la giusta via?
Il discorso lo riporterei nella stessa direzione del detto: ciò che fai, lo fai per una tua soddisfazione personale. Un artista underground (più o meno di successo) sceglie di fare cose che gli danno soddisfazione. Lo fa principalmente per sé stesso. L’ago della bilancia, il decidere “la giusta via”, sei tu come persona, tu come artista. La scelta sulla comunicatività è più un’esigenza dell’artista, non tanto un’influenza dall’esterno (giornali, media, bacino d’utenza). L’industria ovviamente deve vedere il prodotto che piace ai più; l’artista indipendente lavora indipendentemente dalle aspettative del grande pubblico, mette in commercio il suo prodotto e se l’ondata di ritorno è grande, ne deriva una sensazione imparagonabile: una cosa personale condivisa da molti. È un successo che permette di andare avanti, basato sull’accettazione di qualcosa di assolutamente originale da parte di un pubblico. Per questo non vedo di buon occhio chi spara a zero su un gruppo perché si evolve in modo detto “commerciale”, quando comunque è un gruppo che rimane indipendente nelle proprie scelte, che fa quello che sente, e mette in gioco, comunque a suo rischio e pericolo, la band stessa compresa la credibilità.

La storia dietro la scelta di coverizzare “How Can Heaven Love Me”?
È prima di tutto un pezzo che ci è piaciuto. La scelta è ricaduta lì perché mette in mostra bene il nuovo sound, assembla un po’ di tutto di quello che utilizziamo negli altri pezzi. È stata una scelta molto difficile, sappiamo che non molti conoscono Sarah Brightman, meno ancora la canzone. È una lezione di canto dal primo all’ultimo secondo; infatti è stata l’occasione per offrire il massimo da parte dei nostri due cantanti, e il risultato ci ha soddisfatto molto, artisticamente parlando.

Come ti senti ogni volta che la stampa o le campagne promozionali cercano di assimilare il nome del tuo progetto a gruppi già esistenti, che hanno già una loro fama autonoma, per far conoscere i Macbeth? È un bene o un male per l’identità artistica di un gruppo?
In realtà è un’arma a doppio taglio. Da una parte è utile nel momento in cui deve posizionare commercialmente, in modo rapido e conveniente per te, una tua opera. Dall’altro, certi accostamenti sono assurdi. E in qualche modo cerchi di fartene una ragione del perché si sono trovate similitudini tra ciò che comunque è tuo, e qualcosa di assolutamente distinto da te. In un certo qual modo non puoi restare indifferente agli accostamenti, perché dietro “Malae Artes” ci sono tutti i Macbeth, uno per uno, con le loro personalità e le loro motivazioni per fare ciò che fanno. È una questione di riconoscimento d’identità individuale, perlomeno artistica.

Dopo sette anni siete ancora alla Dragonheart. Come valutate l’esperienza con detta casa discografica?
Siamo entrati con loro nel 1998, il nostro debut era il loro quarto CD come etichetta. Siamo nati e ci siamo ingranditi, così come loro si sono evoluti nel tempo. In un rapporto di mutua fiducia, dove noi credevamo nell’etichetta e l’etichetta ha creduto in noi, attraverso cambi di suono, cambi di stile, e quant’altro. Questo “Malae Artes” è l’ultimo album che ci lega ancora con loro. Nel complesso io la definisco un’esperienza positiva per ambedue le parti.

Parliamo della dimensione dal vivo. Innanzitutto, tra i due estremi: “un gruppo non potrebbe esistere senza il contatto diretto con il suo pubblico” e “un gruppo esiste per appagare le proprie esigenze estetiche, la dimensione studio sarebbe di per sé sufficiente”, dove si collocano i Macbeth? Quanto conta il pubblico dal vivo per voi?
Questa pure, è stata un’idea in evoluzione. Siamo partiti come gruppo che preferiva il mondo discografico, a cui piaceva registrare il proprio lavoro, metterlo in commercio, aspettare i risultati e fare qualche data, magari di supporto di qualcuno. Ai tempi degli inizi non eravamo una live band, complice anche il genere che suonavamo: molto sinfonici, tastiere, diverse sovraincisioni di chitarra, di voci, campionamenti, cose tutto sommato difficili da riprodurre dal vivo se non con l’aiuto di qualche strumento preregistrato. Con “Vanitas” siamo diventati ancora più introspettivi; con un disco ancora più curato del primo abbiamo fatto qualcosa di ancora più ermetico. Se le date sono state di più, è successo perché ci hanno richiesto, per l’allargamento inaspettato della nostra fan-base. Attualmente la tendenza è l’opposto: “Malae Artes” è un prodotto diretto e vogliamo portarlo alle persone, perché è più o meno il senso del nostro mestiere quello di portare le nostre creazioni da chi ci ascolta. Portare direttamente la tua proposta al tuo pubblico è una grossa soddisfazione, e il vedere un numero inaspettato di persone ad accoglierti e a voler sentire la tua musica, ti ripaga di tutto.
[PAGEBREAK] Immagino avrete già provato i nuovi pezzi. Come vi sembra l’impatto dal vivo? Come renderanno insieme ai vostri passati, irrinunciabili brani che proporrete sempre?
Sono pezzi da live band. La gente pur non conoscendoli ne è quasi trascinata; a Firenze lo scorso 5 Marzo li abbiamo proposti, consci della diversità di questi rispetto a quelli tratti dai dischi precedenti, e abbiamo notato questa reazione. È un lavoro più ritmato e cadenzato, entra in te perché ti da ritmo, al di là dell’assimilazione dei testi e dei significati, che va più lentamente. I nuovi brani sembra che siano destinati a rendere molto di più dal vivo e sembra che piacciano sempre di più alla gente.

Per il tour di “Malae Artes” avete in serbo qualche sorpresa? Come attrezzerete il palco? Credete più in una teatralità genuina, fondata sul movimento delle persone sul palco, o mirate ad una scenografia complessa?
Tendiamo sempre a focalizzare l’attenzione sul gruppo, al modo in cui teniamo il palco. Eravamo nati come band teatrale, utilizzando candelabri, drappi e quant’altro dell’immaginario che ben conosci. Oggi questo nostro essere diretti focalizza lo show di più sui movimenti dei singoli sul palco, sui suoni.

Hai ricordi particolari legati alla creazione, alla registrazione, alla produzione di questo terzo lavoro, che ti piacerebbe condividere con chi ti leggerà?
La soddisfazione più grande sarebbe capire che la gente ha colto più o meno tutte le sfumature che abbiamo dato alla musica, ai testi e alle immagini. Ricordo che il lavoro in studio è stato molto intenso e duro, alla ricerca del dettaglio, rifinito su ogni punto di vista, in grado di comunicare sempre.

Ora devi svelare il veleno alcolico preferito di ognuno dei Macbeth. Ma soprattutto: i Macbeth sono una band di amici, la cui dimensione continua anche dopo la professione, o si tratta di un progetto più professionale e meno umano?
L’assenzio! A parte gli alcolici, noi abbiamo cominciato come band nel 1995, tra amici, desiderosi di suonare. Il cammino ci ha portato davanti a scelte, alla prontezza di cogliere occasioni, alla forza di portare avanti o più in là con qualche sacrificio quello che era cominciato in modo meno professionale. Attualmente, ciò che fa di noi un gruppo è il rispetto, il rispetto per il lavoro di tutti, consci che, seppure in percentuali diverse, tutti crediamo nei Macbeth. I compiti sono suddivisi in diverso modo, ma si rispetta sempre chi fa qualcosa per la band, si rispetta il come lo fa. Si sa che per crescere ci vuole un’ottica e una disponibilità di un certo tipo, e il rispetto giunge proprio a risolvere anche vedute differenti all’interno di decisioni da prendere comunemente. L’amicizia c’è tra tutti, anche se ovviamente non tutti ci frequentiamo sempre.

Ancora qualcosa da dire ai lettori?
Spero che tutte le persone colgano con la stessa curiosità che hai avuto tu il contenuto dell’album. Visitate il nostro sito se volete rimanere al corrente di quanto succede intorno a noi: www.macbeth.it. Un saluto a tutti i lettori di Loudvision.

Il tour sarà estensivo e coprirà gran parte d’Italia. La nuova proposta ha sicuramente qualcosa di interessante da dire al pubblico live.

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