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  • Macbeth: Malae Artes

    Macbeth

    Data di uscita: 22-07-2004

    Loudvision:
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Disco di metamorfosi, verso immediatezza ricercata

Sono passati parecchi anni dall’album della conferma per i Macbeth, act ermetico dalle tinte goticheggianti e manieristiche, che oggi mostra i segni di un cambiamento di pelle a partire dal lato visivo. L’artwork che vi troverete fra le mani è il consueto lavoro certosino di chi, all’interno della band, riproduce la propria visione emotiva dell’album aiutando con le immagini a capire ciò che più lentamente il vostro orecchio addomesticherà, domando l’iniziale sensazione di novità. Le tonalità cupe di prima invitavano alla ricerca e all’interpretazione; i colori luminosi e la diafana sagoma umana in copertina lasciano trasparire la nuova intenzione di colpire per primi l’ascoltatore.
Non è un caso quindi che nella fermezza della sua base ritmica, “Nuda Veritas” avanzi sicura del suo effetto introduttivo ai rinnovamenti che hanno avuto luogo; appena il tempo di notare l’uso inedito di elettronica ed effetti vagamente industrial e già si entra nella simil-teatrale apertura di “Lifelong Hope”, cadenzata sulle sillabe toniche del cantato del duo Andreas-Morena. Le voci offrono un’esecuzione completamente pulita e modulata al fine di suonare istrioniche o suadenti, sostenendo note alte o giocando con il sussurrato. “My Desdemona” presenta un efficace refrain su tempi dispari e qualche invenzione chitarristica, mentre il chorus ha certamente un impatto crescente negli ascolti: ottimo il supporto della doppia cassa, come il notare l’affiatamento dei due cantanti che sono in grado di spalleggiarsi ed alternarsi con naturalezza. Che sulle loro doti canore si sia puntato molto in questo disco è evidente ancora nella successiva “Miss Murderess”; così come lo è che la struttura dei nuovi pezzi sembri ricalcare un pattern regolare in cui i chorus sono il culmine melodico e d’intensità.[PAGEBREAK]Da notare in questo pezzo il cadenzato chitarristico che mette in luce, come in chiaroscuro, la voce effettata maschile, che qui assume tonalità più aggressive, e quella femminile che si distingue volutamente per la sua maggiore maniera. Più eterea e a tratti ritmata in modo ballabile “How Can Heaven Love Me”, canzone cover originariamente della celebre Sarah Brightman, assimilabile quanto tecnica nelle parti cantate. Creando una sorta di linea di separazione a metà dell’album, l’immediatezza del pezzo viene subito contrastata da “Mourning”, che riporta teatralità, unendola ad un’orecchiabilità che è il filo conduttore di tutto il disco, sporcandola sporadicamente di piccoli impeti di violenza vocale, arricchendola di un assolo espressivo. C’è poi spazio anche per una ballata di piano e voce femminile, “Keep The Secret”, inaspettatamente contrastiva tra le intimistiche e rassicuranti note di piano, che seguono simmetriche scale ascendenti e discendenti, e la performance della vocalist che mette l’accento sulla forza dell’esecuzione, raddoppiando le voci, creando un animoso fulcro che non si concede a facili e lusinghiere delicatezze. Con “Down Hearted” i Macbeth rilasciano gli unici sprazzi di aggressività rimasta, affiancando il cantato growl con quello pulito, mentre “Dead And Gone” riassume con efficacia, con il suo uso ritmato degli archi/tastiere, il nuovo stadio di teatralità scelto dal combo milanese.
Catchy, ma con un certo gusto, omogeneo nei cromatismi, senza inutili virtuosismi, ben centrato nel messaggio che vuole comunicare, equilibrato nel dosare democraticamente ogni singolo strumento. È anche possibile che, nel suo essere compiuto, rappresenti una fase intermedia verso un’evoluzione, i cui primi passi s’intravedono certamente nella ricerca di armonie di impatto e comunicative, senza rinunciare ovviamente ad una determinata ricercatezza. “Malae Artes” rimarrà un capitolo apprezzato nella loro discografia, e certamente aprirà al gruppo le porte ad una sicura efficacia nelle esecuzioni dal vivo.

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