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Mad Max: Fermarsi, mai

Trent’anni di nicchia ed essere ancora sulla breccia, in formazione originale. È il piccolo miracolo dei Mad Max, band tedesca che ha sempre navigato tra heavy metal e hard rock, regalando al genere più di una piccola perla. Il chitarrista Jürgen Breforth è l’uomo cui LV chiede conto dell’undicesimo disco in studio, “Interceptor”, godibilissimo mix di chitarroni e melodia, passatista e moderno insieme.

Ciao Jürgen e benvenuto su LV. Il nuovo “Interceptor” sembra tirato a lucido in ogni dettaglio, eppure intriso di sensazioni “old school”. Che musica fanno i Mad Max nel 2013?
Un saluto ai lettori di LoudVision allora. Forse non tutti lo sanno, questo è il secondo album sotto la Spv dopo “Another Night Of Passion”, uscito solo un anno fa. Non male no? Quello che volevamo fare, con questi due dischi, era tornare alle sonorità originali dei Mad Max, cosa possibile in virtù del ritorno alla formazione originale: io, Roland, Michael Voss e Axel. Volevamo ricreare la stesso tipo di atmosfera e di energia del 1987, intraprendendo tour e facendo concerti. Sotto questi punti di vista i due album marciano insieme: è quello che i fan in tutto il mondo vogliono, insieme alla line-up originale e a un pizzico di nostalgia, un po’ come se si trattasse dei Dokken, per esempio.

C’è un umore specifico che ha caratterizzato la stesura dei brani?
Energia positiva, ecco come si potrebbe riassumere il concetto. Questo è un album rock nel senso di scarica positiva, che dovrebbe fare sentire bene chi ascolta. Non siamo mai stati una band di quelle arrabbiate per qualcosa, vorremmo che la gente si divertisse quando suoniamo dal vivo, niente a che vedere con proteste o rivoluzioni. Siamo quattro tizi allegri, ancora più felici di potere fare rock a un certo livello con una buona etichetta. Questa è la sensazione che cerchiamo di catturare nelle canzoni, un po’ al modo di band come i Gotthard: rock melodico con una tensione positiva.

Quale brano rappresenta meglio questa positività?
Potrei rispondere con la prima canzone, “Save Me”. Diversi giornalisti mi hanno detto che questo brano coglie bene l’essenza dell’album, alcuni l’hanno messa come suoneria del cellulare. Potrei ricevere un complimento migliore come band, oggi giorno? Anche “Godzilla” però è up-tempo e bella rockeggiante.

Due canzoni sono ispirate al Giappone: “Godzilla” e “Streets Of Tokyo”. Questo Paese ha sostenuto i Mad Max anche durante gli anni di minore successo?
Non particolarmente e non si tratta di questo. Il nostro cantante, Michael Voss, è andato in tour lo scorso anno col gruppo di Michael Schenker e ha fatto un paio di date in Giappone. Pare che passeggiando per le strade con Herman Rerebell (ex batterista degli Scorpions, ndr) gli siano tornati alla mente le vecchie pellicole anni ’70 con Godzilla, sarà per tutti quei grattacieli, quelle case e i cartelli stradali. Discorso simile per “Streets Of Tokyo”: Michael ha chiesto a Herman, autore di testi per gli Scorpions come “Rock You Like A Hurricane”, di completare un brano pure ispirato alla visita in Giappone.

Un’altra collaborazione si segnala in “Five Minute Warning”. Vuoi parlarne?
Questa è un’altra bella storia. Nel 2010 avevamo suonato a un grosso festival negli Stati Uniti che si chiama Rocklahoma, c’erano anche i Cinderella. Per un paio di giorni eravamo finiti a Nashville e una nostra amica, che lavora nell’industria della musica folk, ha messo me e Michael in contatto con la cantautrice country rock Van Preston. Noi due l’abbiamo incontrata in hotel ed è venuto fuori un grande feeling: eravamo soli in una stanza con due chitarre acustiche e abbiamo suonato e cantato e pensato a un testo. Così è venuta fuori “Five Minute Warning”. Era una cosa personale per me e Michael avere questa canzone nel disco, da Nashville all’album dei Mad Max!
[PAGEBREAK] Qual è stato l’approccio nella rivisitazione della vecchia canzone “Show No Mercy”? E perché un ex traccia bonus?
Per essere onesti, l’idea di riprendere “Show No Mercy” è di Axel, il batterista. Da molto lui insisteva per risuonarla: nell’originale avevamo messo molta tastiera e Axel ha voluto sostituirla con altra chitarra. Tanto non c’è più un tastierista nella band. Io mi sono occupato della riscrittura del testo, poiché è una canzone che mi veniva dal cuore e che parla di guerra e del massacro degli indiani d’America a Wounded Knee da parte della cavalleria degli Stati Uniti. Ora il brano è molto più heavy rispetto all’originale ed è stato registrato di nuovo per intero.

Sembrerebbe che non ci sia alcuna canzone d’amore in “Interceptor”. È così?
Onestamente, non volevamo ballad in questo album. Doveva essere un disco proprio rock, con tutte le canzoni che invogliano a essere suonate dal vivo e in grado di motivare in questo modo tutti i nostri fan nel mondo. Le ballad d’amore erano escluse e anche “Five Minute Warning” ha un altro tema, in generale l’ambiente e l’importanza di averne cura da parte dell’uomo. Non è che abbiamo qualcosa contro le canzoni d’amore, molte band ne fanno di bellissime, ma quello che volevamo fare era il rock. Per il resto, se uno cerca quelle, ci sono Journey e Foreigner.

Ci sono stati cambiamenti o evoluzioni nella divisione e gestione del lavoro in studio?
No, nessun grosso cambiamento. Abbiamo registrato voce e chitarre nello studio di Michael Voss, un posto molto bello dove è passato anche Schenker con la sua band. L’unico cambiamento è consistito in un paio di giorni nel più famoso studio che c’è vicino a casa nostra, il Principal studio di Senden, per registrare le tracce di batteria in un locale molto ampio e con un’acustica fantastica. Un sacco di band molto famose in Germania utilizzano questo studio.

La cover, “Turn It Down”, è degli Sweet. Visto da oggi, chi più ti ha influenzato a metterti a suonare quando eri ragazzino?
Di quei tempi mi ricordo gli Iron Maiden: ci avevano impressionato enormemente col loro primo disco, era quello che volevamo suonare. Ma col progredire degli anni Ottanta la band cui facevamo riferimento erano i Dokken, quelli originali e il loro chitarrista in particolare. Per anni abbiamo cercato di fare un album come “Under Lock And Key”, ahah! Oggi invece ascoltiamo una grande varietà di musica, eppure abbiamo cercato di preservare un nostro sound. Siamo veramente fortunati a potere contare sulla line-up originale, che permette ai fan di riconoscere i Mad Max sin dalla prima canzone. Ci sono tutti questi progetti in giro, con musicisti che vanno avanti e indietro dall’uno all’altro. Ma noi siamo una band e dobbiamo essere subito riconoscibili all’ascolto. Essere in grado di fare riconoscere al volo la voce di Michael, e quindi la band, è la migliore gratificazione per noi.

I Mad Max sono da poco saliti sul palco negli Stati Uniti. Cosa hanno lasciato quei concerti?
Quell’esperienza è stata eccezionale. Dopo il Rocklahoma, in aprile, siamo andati per la prima volta a suonare in Brasile per cinque concerti caldissimi nelle principali città. I fan venivano a vederci e compravano l’album. Finalmente possiamo suonare in questi posti, cosa che era sembrata impossibile per tutti gli anni Ottanta. Vogliamo fare la stessa cosa con i paesi dell’Europa orientale e col Giappone. Michael Voss è stato lì insieme alla band di Schenker, ma i Mad Max non ci sono mai andati.

La lista delle date autunnali è corta. C’è qualche speranza di vedervi in Italia, fosse anche come band spalla?
Abbiamo un buon ricordo dei concerti in Italia e, si spera, potremmo passare di lì per la prossima tornata di festival estivi. Abbiamo suonato diverse volte a Bologna ed era stato fantastico. Il programma non è definito e c’è questa seccatura delle difficoltà economiche, ma non vediamo l’ora di presentare il nuovo disco ai fan italiani. Non importa in che location potremo suonare, noi verremo comunque.

La musica pesante sembra in recupero da qualche anno. Sei ottimista riguardo al futuro del genere?
Di più: sono completamente ottimista. Constato che i grandi festival, come il Wacken, vanno sempre benissimo e – nel tour dell’anno scorso con Axel Rudi Pell – abbiamo staccato in totale circa 20mila biglietti e c’erano moltissimi ragazzi di 21 anni o giù di lì. So che i dischi non si vendono molto e che c’è la faccenda dello scaricamento illegale dei brani, ma d’altro canto un sacco di gente viene ai concerti e tiene il genere in vita. Sono grato anche alla nostra etichetta, che nel suo piccolo si sforza moltissimo per lo stesso obiettivo. Grazie anche alle testate che supportano i Mad Max.

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