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Mad Men: Le origini della modernità

In un episodio di “Mad Men”, uno dei protagonisti sta sfogliando un quotidiano del fatidico 6 maggio 1962. La riproduzione della prima pagina è di una una precisione che sfocia nel maniacale. La stessa maniacalità che ritroviamo nella delineazione dei personaggi e delle storie del serial. Uomini e donne, dirigenti e segretarie, mogli wasp da vetrina e arrampicatrici sociali, impiegate ambiziose simbolo del più fecondo femminismo: questo è “Mad Men”, il tubo catodico che apre una porta sul passato, sulle nostre radici culturali e sociali, sulla generazione dei nostri padri. Un occhio precisissimo nel rappresentare la società americana a degli anni ’60 con una prospettiva che allude continuamente all’oggi, senza sfociare mai nell’anacronismo.

Lo sviluppo dell’intreccio non ha il tipico incalzo del racconto seriale, ma un ritmo originale che pure ha incollato gli spettatori e gli ha fatto divorare gli episodi con un’ingordigia senza precedenti. E a ragione. Matthew Weiner è riuscito a raccontare la graduale perdita dell’innocenza dell’America, con sottigliezza e partecipazione, ma senza melodrammi. Ha fotografato quel “breve istante” in cui l’apparente purezza è stata spazzata via dal cinismo e l’ingenuità dalla consapevolezza attraverso l’evoluzione di quelli che potremmo definire nonni.

All’apparenza un serial maschile, in una rappresentazione maschilista, in realtà “Mad Men” rivela subito la sua reale natura e con essa la sua vera protagonista. Nel mondo di questi pubblicitari di Madison Avenue la donna potrebbe sembra un semplice oggetto decorativo, al massimo un’efficientissima segretaria, ma di stagione in stagione gli autori sono riusciti a rappresentare la rivoluzione sessuale in atto, i prodromi del ’68 e quindi la scalata dell’intraprendenza femminile al successo e al meritato riconoscimento sociale. Sono Peggy e Joan, donne segretarie che seppur per strade diverse, illuminano il processo. L’involuzione maschile è dietro l’angolo. Se le prime due stagioni sembrano consolidare la virile sicurezza e anche il fascino d’altri tempi di Don Draper, con la terza tutto va in crisi. Perfino Don che sembrava inattaccabile dal fallimento.
Ma, e qui torna la maestria degli autori, ciò che contano sono i personaggi e non gli stereotipi. Se Don è un uomo del suo tempo, è anche e soprattutto un pubblicitario intelligente, scaltro, sempre un passo avanti. La sua capacità di cadere sempre in piedi deriva da una metodica osservazione della realtà che lo circonda. Don assorbe il mondo come una spugna, reinventa se stesso ogni giorno, trasforma la propria vita in un’efficiente applicazione del proprio lavoro. Il campo pubblicitario, luogo d’elezione del serial, non rappresenta solo l’ufficio dei personaggi, ma il midollo di una società consumistica che gli anni Sessanta ci hanno consegnato.

La grande modernità di “Mad Men” sta dunque nel riflettere (nel bene e nel male) i prodromi di una rivoluzione dei costumi che sognava la liberazione spirituale e che alla fine ha solo incatenato gli uomini a un’altra catena, la pubblicità. La vendita, il mercato, la rappresentazione di sé, lo sfavillio di una società tumulata dietro le proprie luci, dietro un successo meritato e spesso realmente all’avanguardia, ma il sospetto che sia stato costruito su una menzogna rimane.

C’è un profumo in “Mad Men” che è solo di “Mad Men”. Un profumo che sa di perfezione, eleganza, sobrietà, supportato da una capacità – che ha del miracoloso – di non cadere nelle facili trappole, nel riuscire a rappresentare una (La) rivoluzione sociale del secolo scorso senza strepiti inutili. Una dissezione della vita e del lavoro, del matrimonio e dell’ambizione con pennellate morbide che camuffano la lama feroce del cinismo, senza ricorrere a “trucchi” come la satira facile. Un profumo che deriva da un cast praticamente perfetto, da facce che sembrano uscite da un corridoio collegato agli anni Cinquanta e Sessanta.

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