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  • Magellan: Impossible Figures

    Magellan

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Impeccabile forma ma sostanza glaciale

Giunti al quinto album come Magellan, i fratelli Trent e Wayne Gardner approdano finalmente sulle felici sponde dell’Inside Out, etichetta divenuta assoluto nume tutelare e garanzia di qualità in campo progressivo.
Attivi dal 1990, anno di pubblciazione di “Hours Of Restoration”, la band dei Gardner bros. dà oggi alle stampe “Impossible Figures”, un album che continua a proporre quell’accostamento di progressive vecchio e nuovo, che a volte richiama Genesis, altre Rush e Dream Theater, sempre con un certo “savoir-faire”, arricchendo il tutto con elementi presi ora dalla musica classica, ora dal Jazz e dalla Fusion.
Dopo il breve intro di “Gorilla With A Pitchfork”, apre le danze “Killer Of Hope”, suite di dieci minuti che mette in pratica quanto detto prima. Il risultato è una rilettura moderna, con tanto di vocals filtrate, di stilemi già esistenti e noti. i Nostri rilevano il proprio debole per la musica classica con “Bach 16″, mentre con “Late For Church” e “Counterpoints” fanno vedere i muscoli attraverso una venatura heavy più spiccata: alcune scelte melodiche di “Late For Church”, seppur inserite in contesti senza dubbio guitar-oriented, non possono che fare riferimento ai Genesis di Peter Gabriel, laddove “Counterpoints” mette in mostra un andamento piuttosto funky-metal nella strofa (sì, un po’ Extreme, volendo), prima che il tutto risolva in un ritornello a più ampio respiro.
Molto buona, forse la migliore del lotto, “World Groove”, vicina alla World Music (prima si parlava di Peter Gabriel, giusto?), con tanto di percussioni e ritmi tribali, che si rivela poi sinuosa e accattivante (il titolo racchiude perfettamente l’essenza della canzone: groove miscelato a suggestioni world music), sorretta dall’ottimo basso di Wayne Gardner. Proprio il basso è uno dei più efficaci assi nella manica dei Magellan, con interventi, commenti, accompagnamenti e assoli, sempre opportuni ed efficaci. Da citare anche la conclusiva “Feel the Cross”, affilata e moderna prima di abbandonarsi ad atmosfere più rilassate e a un bass-solo (merce piuttosto rara nel rock e suoi derivati), retaggio fusion che apre un contesto strumentale che rimanda proprio al jazz e alla fusion.
Un lavoro che formalmente ha davvero pochi difetti, magari si poteva fare qualcosa di più dal punto di vista emotivo, certo non viene in aiuto di questo aspetto la sensazione di “collage sintetico” che qualche volta viene fuori, ma “Impossible Figures” è comunque un album da tenere in considerazione.

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