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Maghi con gli occhiali all’Idroscalo

Ultima data italiana per i Liars, ai quali è affidato l’onore di aprire la stagione estiva del Magnolia di Segrate con il primo di una lunga serie di concerti all’aperto che…
Ma non siamo qui per parlare del Magnolia, vero?
Siamo qui a parlare dei Liars, ovvero uno dei gruppi più interessanti venuti fuori negli anni ’00. Siamo qui a scoprire se le promesse fatte su disco vengono mantenute anche dal vivo, e se questi squinternati newyorkesi sono, effettivamente, una speranza per il futuro del rock.

La serata, fresca e fortunatamente senza zanzare, viene aperta dai Fuck Vegas. I quattro ragazzi italiani si dimostrano la scelta ideale per scaldare il pubblico, con la loro miscela di Liars, riff quasi stoner, elettronica e i sempiterni, immancabili Sonic Youth. La resa sonora è già perfetta, scongiurando le paure di tutti riguardo ai rischi di un impianto all’aria aperta, e i volumi sono addirittura troppo alti, soprattutto nei momenti più tirati. Sono dettagli comunque, perché l’esibizione è violenta e trascinante, e nel delirio generale si intuisce anche la presenza di belle canzoni. Promossi, in attesa di un’analisi più approfondita del disco di debutto, dal liarsesco titolo di Fuck Fuck Vegas.

Ed è così che, quasi in sordina, come fossero tecnici del suono, salgono sul palco tre Liars su quattro. Ecco, magari “aspetto normale” per un batterista con camiciona a fiori, minigonna e giacca rosa shocking è una parola un po’ forte, però è fuor di dubbio che i Liars non puntino sull’impatto visivo per coinvolgere il pubblico.
Almeno finché non entra il vero protagonista della serata, quell’Angus Andrew il cui compito è officiare il sabba a cui stiamo per assistere.

È inutile girarci tanto intorno, buona parte dell’impatto scenico dei Liars è legato alle movenze di Angus, altissimo, magrissimo, scoordinato, una specie di marionetta posseduta dall’aspetto inquietantemente simile a quello di Nick Cave. Balla, canta, si contorce, urla, posseduto dalle streghe di cui spesso canta ma comunque timido quando si tratta di comunicare col pubblico.
È lui a dare vita allo spettacolo, ma è giusto dare ad Aaron e Julian quel che è di Aaron e Julian. I Liars non sono solo una gioia per gli occhi, ma anche per le orecchie. Sono musicisti sopra la media, perfettamente a proprio agio con gli strumenti tra le mani, chirurgici negli attacchi e dotati di un groove impressionante. Oltre a suonare insieme come solo le grandi live band sanno fare.
[PAGEBREAK] Sul palco, in mezzo a lucine colorate e tanto, tanto volume, le differenze evidenti tra i quattro dischi in studio vengono affievolite, regalando un’efficace istantanea della continuità stilistica della band e contribuendo alla compattezza sonora dello show. È così che i pezzi di “Drum’s Not Dead” diventano compagni ideali per il pastone di scuola Jesus And Mary Chain che è “Freak Out”, i deliranti ritornelli di “We Fenced Other Gardens With The Bones Of Our Own” e “Broken Witch” si accoppiano perfettamente con una devastante “Plaster Casts Of Everything”, e in generale si ha sempre l’impressione che la band sappia perfettamente dove vuole arrivare.

Già, perché, oltre a regalarci poco più di un’oretta di divertimento e muro di suono, il live getta una nuova luce anche sui dischi in studio della band. Consentendo di rivalutare in positivo anche l’omonimo, disomogeneo e a tratti poco focalizzato ma ricco di belle canzoni e probabilmente indicativo di una nuova, interessante direzione musicale per la band. Migliorando i pezzi (già splendidi) di “They Were Wrong, So We Drowned” e “Drum’s Not Dead”, grazie ad un impatto sonoro infinitamente superiore.

Ma soprattutto, ed è quello che più conta, mostrando come i Liars non siano solo tre ragazzini un po’ squinternati che si divertono a giocare con tante materie sonore diverse, ma tre musicisti eccezionali, dotati di estro, fantasia e idee chiare. Julian è un batterista mostruoso, preciso come un metronomo e con un tocco e una potenza che molti suoi colleghi si sognano. Aaron è eclettico, rumoroso e sperimentale/sperimentatore, e la naturalezza con la quale passa dalla chitarra al basso alla tastiera lascia a bocca aperta. Angus non è solo uno spettacolo per gli occhi, ma anche un grande cantante, sia quando deve, per l’appunto, cantare, sia quando urla e fa versacci.

L’unico appunto che si può fare ai newyorkesi è la durata esigua dello show, probabilmente conseguenza del fatto che per poco più di un’ora su quel palco succede di tutto e i ragazzi si fanno un culo tanto. L’impressione che abbiamo avuto, comunque, è che nel momento in cui i Liars decideranno di lasciarsi andare a più improvvisazione, rumorismi e deliri non ce ne sarà più per nessuno. Fa quasi sorridere, alla luce di queste considerazioni, pensare che all’uscita del debutto “They Threw Us All In A Trench And Stuck A Monument On Top” i Liars siano stati gettati nel calderone del punk-funk…
Intanto godiamoci una delle migliori live band in circolazione, ma soprattutto un gruppo che ha idee chiare sulla direzione da prendere, che ha originalità, un immaginario coerente e affascinante e, in ultima analisi, che scrive canzoni meravigliose.

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