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Magnifica anti-diva

“Gli occhi più penetranti e le battute più pungenti di Hollywood dai tempi di Bette Davis”, scrisse di lei un giornalista americano. 63 primavere portate con invidiabile sensualità, icona anticonformista e battagliera dell’ala più liberal di Hollywood, attrice straordinaria nonché donna intelligente e bellissima, Susan Sarandon ha incontrato il pubblico all’Auditorium Parco della Musica a Roma in occasione del primo appuntamento di “Viaggio nel cinema americano”. Disponibile ed ironica, ha risposto alle domande con lo stesso acume e la stessa leggerezza che le hanno permesso di attraversare 40 anni di cinema americano, comparendo in più di 60 titoli, fra cui almeno 4 cult movie: “The Rocky Horror Picture Show”, “Atlantic City”, “Thelma & Louise” e “Dead Man Walking”.

Susan Sarandon, c’è differenza rispetto all’approccio verso la recitazione tra cineasti americani ed europei?
L’unica differenza è che alcuni registi ti rivolgono la parola ed altri no, a prescindere dalla loro provenienza. Alcuni sono più interessati al personaggio, altri all’azione ed altri ancora non sono interessati a niente. Il 90% del loro lavoro consiste nel fare un buon casting e nel creare la giusta atmosfera che consenta ad un attore di sentirsi sicuro. La vera differenza la fanno i produttori che investono i soldi e che perpetuano i cliché secondo cui i film americani accumulano azione ed esplosioni e i film europei sono “lenti”, verbosi e pieni di scene di nudo. Ma anche in America vengono realizzati film “all’europea”: il problema è che non trovano distribuzione!

Come combaciava in “Thelma & Louise” la prospettiva femminile della sceneggiatrice e delle protagoniste con quella di Ridley Scott?
All’inizio ero indecisa se accettare il ruolo perché non volevo fare un revenge movie alla Charles Bronson. La scena dell’omicidio, ad esempio, era descritta nella sceneggiatura come un’esecuzione, ma proposi di modificare l’atteggiamento in modo che apparisse non intenzionale. Dopotutto la battuta finale della scena suggerisce che Louise apre il fuoco solo per zittire Arlan. E dopo averlo ucciso sente che dovrà pagare un prezzo per quello che ha fatto, un senso di colpa assente nei revenge movies. Tutti gli altri cambiamenti andavano nella direzione di eliminare l’aspetto vendicativo del personaggio: Louise è alla ricerca, vuole solo capire perché gli uomini si comportano o parlano in modo violento e sessista.

È vero che il bacio nella scena finale è stata una sua idea?
Sì, quel bacio non c’era nella sceneggiatura: eravamo al termine delle riprese e non c’era stato tempo per parlarne. Ho pensato che, giunte a quel punto, queste due donne non hanno più bisogno di parole. Ho afferrato Geena e l’ho baciata. Funzionava, era l’ultimo giorno sul set e non potevano più toglierlo.

Cosa succede quando rivede i suoi film dopo tanto tempo?
In realtà non li guardo nemmeno la prima volta, ma quando capita ti rendi conto che sono state tagliate così tante scene che sei distratto dal ricordo di ciò che hai effettivamente girato. Per questo traggo soddisfazione dalla recitazione sul set e non mi preoccupo del risultato finale. A differenza del cinema il teatro fa molta più paura ma dà più soddisfazione perché sei direttamente responsabile di quello che il pubblico vede in quel momento.

The Rocky Horror Picture Show” la ha dato una grande popolarità. Le capita ancora di essere fermata da persone che la riconoscono per quel film?
All’inizio la Fox non sapeva cosa farsene del Rocky Horror, in che modo distribuirlo e a quale pubblico mostrarlo. Solo dopo due anni decisero di proiettarlo nei campus, nei cinema gay e nei circuiti d’essay, e divenne di culto. Molte persone mi hanno raccontato di essere rimaste profondamente toccate dal messaggio del film: “Don’t dream it, be it” è un invito a seguire i propri sogni. E “Thelma & Louise” invita invece a muoversi, ad andare via, a non adagiarsi. Da una parte la necessità di essere, trasformando il sogno in realtà, e dall’altra un invito all’azione: è interessante notare come i messaggi di questi due film riguardino persone ai margini che vanno alla scoperta di sé.

Le piacerebbe tornare ad interpretare un musical?
È strano che io abbia dovuto cantare in così tanti film, dal momento che canto così male! Feci il Rocky Horror soltanto per ego. Pensavo che se qualcuno mentre giravamo mi avesse dato della droga o qualunque cosa mi avesse fatto superare la fobia del canto, cosa che non è avvenuta, avrei potuto farcela!

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Quali ruoli vorrebbe ancora interpretare?
Di sicuro tutti i ruoli che vengono offerti a Meryl Streep! E mi piacerebbe interpretare anche dei ruoli maschili. Non voglio dire che vorrei fare l’uomo, ma generalmente nei film l’uomo fa tutto e la donna riesce soltanto a dire: “Ma è fantastico!”. Ci sono tante storie interessanti da narrare e i protagonisti non sono necessariamente sempre e soltanto uomini bianchi eterosessuali.

Cosa pensa dell’evoluzione del cinema in 3D e degli effetti speciali?
Penso che a volte un blue screen è più facile dell’attore con cui stai recitando! Oggi la tecnologia permette di vedere a casa film in ottima qualità. È un peccato che venga a mancare l’esperienza collettiva della visione sul grande schermo, ma se si spendono 15 dollari per andare al cinema deve essere per qualche cosa che non può essere visto se non in sala. Quindi prevedo in futuro sempre più 3D e film come “Avatar”. Di conseguenza sarà sempre più difficile trovare distribuzione per i piccoli film incentrati sui personaggi, anche perché in America le major controllano la stragrande maggioranza delle sale e gli esercenti indipendenti sono quasi scomparsi. Per questo motivo i festival sono sempre più importanti per dare visibilità a film come “Precious”.

C’è un film al quale è legata particolarmente?
Sono legata a tutti i ruoli che ho fatto perché mi hanno permesso di esprimere sentimenti diversi dai miei. Il bello di questo lavoro è potersi calare nei panni di persone diverse da te. Hai la possibilità di vivere cose che non avresti mai sognato di fare e, dovendoti avvicinare al personaggio, sviluppi un grande senso di compassione e comprensione per gli altri.

Come lavora sul personaggio?
Il segreto sta nell’essere rilassati per potersi abbandonare al personaggio. In alcuni casi puoi fare riferimento a molti elementi specifici nel costruire il carattere, soprattutto se interpreti una persona realmente esistita. Altre volte devi ricorrere alla tua immaginazione. Io non ho mai studiato recitazione, ho imparato lavorando sul campo, ma la linea di fondo è sempre cedere ed arrendersi al personaggio. E non devi perdere di vista il servizio che si rende al film nel suo insieme: non esistono cose giuste o sbagliate, bisogna solo chiedersi se quello che fai funziona o meno in rapporto al quadro generale del film.

Quanto è difficile staccarsi da un personaggio alla fine delle riprese?
Quando varchi la soglia di casa ed hai dei figli non c’è più spazio per il personaggio. Ma devo dire che Sister Helen è forse quello che più di ogni altro mi ha stremata. In realtà sono i ruoli per i quali credi di non aver fatto un buon lavoro quelli che continuano a perseguitarti, come dei brutti sogni. È difficile uscire da un personaggio quando non sei soddisfatta e pensi che avresti potuto fare di meglio.

Quale è stato il segreto per diventare Susan Sarandon?
Sono qua perché sono falliti tutti i piani che avevo fatto. Ai miei figli dico che il loro compito è quello di sbagliare. Soprattutto adesso, visto il mondo in cui viviamo, la cosa migliore che si possa fare è adattarsi, essere flessibili e restare svegli.

Cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro del cinema?
La cosa importante è che ci siano belle storie da raccontare e persone in grado di farlo al meglio. Non vorrei che si producessero solo film che sfruttino e ripetano all’infinito il successo di altri film per fare più soldi, come funziona l’industria oggi. In fondo dipende anche da come voi deciderete di spendere il vostro denaro. Dovete chiedere ed osare.

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