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Il ritorno dei re… del pomp rock inglese

Sei anni…sei lunghi anni sono passati da quando Tony Clarkin decise di averne avuto abbastanza dei Magnum e di decretarne quindi una tanto inattesa quanto dolorosa e prematura fine. Per il sottoscritto quella decisione fu fonte di notevole dolore “musicale”: quindici anni di profonda affezione al loro pomp rock tutto inglese non potevano essere cancellati in quella maniera brutale. Un dolore musicale che né i due dischi degli Hard Rain né i tre solo-album di Catley, per quanto apprezzabili, sono stati in grado di lenire. È dunque con profonda gioia che ne accolgo il ritorno sulle scene, nella segreta speranza che non si tratti di un canto del cigno. Confesso di aver convissuto con questo promo per circa una settimana, senza riuscire a trovare il coraggio di infilarlo nel lettore solo per eventualmente scoprire che i sei anni di cui sopra fossero passati invano. Alla fine la curiosità ha prevalso sul timore, ed in religioso silenzio ho lasciato parlare la musica. Che dire? Commozione a parte per la ritrovata intesa musicale tra Clarkin e Catley (magnificata dal sommo tastierismo di Mark Stanway), la sensazione è stata quella di aver finalmente ritrovato tre amici (e mi perdoni il bassista Al Barrow per la momentanea esclusione da questa “rimpatriata” virtuale) da troppo tempo persi di vista. È una sensazione che non trova origine solo dall’affetto viscerale che nutro per questi magnifici vecchietti, ma anche e soprattutto dalla proposta musicale di questi Magnum targati nuovo millennio. Partendo dal presupposto che sarebbe stato quanto meno utopistico aspettarsi un altro capolavoro del calibro di un “Chase The Dragon” o di un “On A Storyteller’s Night”, questo nuovissimo “Breath Of Life” ci restituisce una band che è riuscita a rinnovarsi, pur non rinnegando il passato. Se i riferimenti di partenza sono quelli dei tre dischi pre-scioglimento (“Goodnight L.A.”, “Sleep Walking” e “Rock Art”), non fatichiamo a trovare in questo disco elementi in comune alle sonorità espresse dal primo album degli Hard Rain. Il risultato è di notevole impatto, soprattutto dal punto di vista emotivo. L’iniziale “Cry” mette subito in chiaro le cose: la breve intro tastieristica di Stanway lascia subito il posto alla chitarra di Clarkin ed alla splendida voce di Catley per un brano decisamente hard, dotato di un chorus assassino – non mi stupirei di vederlo usato come opener nelle imminenti uscite live della band. “This Heart” è un brano tipicamente Magnum-style, specie nell’azzeccatissimo ritornello. Con la successiva “Everyday” ed i suoi echi pomp le mie difese iniziano a capitolare. “Still” viene caratterizzata dalla melodia quasi Hornsbyane che Stanway riesce a conferire alle sue tastiere, mentre “Dream About You” è una classica ballata senza infamia e senza lode. La title-track è un mid-tempo d’effetto del cui soffuso refrain mi sono praticamente innamorato. Sulla stessa lunghezza d’onda si sviluppa anche la successiva “After The Rain”. I fantasmi degli Hard Rain tornano a manifestarsi nella splendida “That Holy Touch”, cui segue la seconda ballad del disco, “Let Somebody In”, graziata dalla solita, magistrale interpretazione di Catley. “The Face Of The Enemy” è forse il brano più hard del lotto, ed anticipa quello che forse è il capolavoro di questo album: “Just Like January”, che se nel titolo può ricordare la classicissima AOR-track “Just Like An Arrow”, nella sostanza vede i Magnum tornare a quelle sonorità pomp che ne hanno sempre contraddistinto il song-writing. Il ritornello, poi, è semplicemente da brividi. I quasi otto minuti di “Night After Night” chiudono in bellezza un album a lungo atteso da tutti i fans di Tony Clarkin & soci. Forse non sarà un capolavoro assoluto, ma quanto meno dal punto di vista emotivo difficilmente ho trovato dischi all’altezza di “Breath Of Life”.

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