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Maldestro: “I Muri di Berlino? Lezioni di vita che ho imparato a mie spese” [INTERVISTA]

Maldestro lo conosciamo da ben prima che si facesse conoscere dal grande pubblico calcando il palco di Sanremo, era settembre del 2015 e lui suonava al “Lanificio 25”, in una serata che era ben lontana dal sold out, e che i partecipanti erano più attratti dall’apertura di questa location (ex lanificio riadattata a sala concerti) che dall’artista, ma noi di LoudVision gli abbiamo dato fiducia, e abbiamo avuto ragione. Così cogliamo l’occasione del lancio del suo secondo album per ricordargli la nostra stima e farci quattro chiacchiere.

Antonio parliamo un po’ di te: la tua storia familiare la conosciamo e tu l’hai combattuta con l’arma della cultura. Senti di poter essere un esempio da seguire per le nuove generazioni?

Ehhhh esempio da seguire addirittura? (ride). E’ una parola grossa, e io la vita la devo ancora imparare. Sicuramente l’essere uscito allo scoperto, e l’essermi sempre apertamente schierato dall’altra parte rispetto alla storia che conoscete può essere più che un esempio un incitamento a chi deve ancora scegliere da che parte stare. Centocinquantamila sono i difetti che ho e riesco a contare, pensa quanti ancora ne devo scoprire.

Sopra il tetto del comune” è stato il brano che ti ha incoronato nell’albo dei cantautori dei nostri tempi. Un tema sociale molto forte quello della piaga del lavoro. Quanto l’essere di Napoli ha segnato la tua poetica?

Ovviamente il posto da cui vieni te lo porti dietro, segna chi sei e ciò che sei. Ma l’importante è non impelagarsi nell’alibi della territorialità, ed è per questo che il confine fra il mio essere fieramente napoletano e il mio lavoro l’ho sempre tenuto ben netto, a partire dalla scelta di scrivere e cantare in italiano. Ma come potrei mai rinnegare la mia Napoli?

Prima di addentrarci nel racconto del tuo nuovo album parliamo per un attimo del tuo brano rivelazione “Canzone per Federica”, è un brano impegnativo, non una storia d’amore qualunque, è un cammino comune per sopravvivere ad ambienti corrotti e quartieri difficili. Come nasce l’idea di portarla all’Ariston?

In realtà, è stata una scelta inizialmente del mio produttore. Due anni fa la scrissi e la musicai, gliela feci ascoltare e mi disse “non la fare live, la portiamo a Sanremo fra due anni”, io risi pensando si stesse beffando di me, poi iniziai a dargli ragione. Mi stai chiedendo perchè proprio “due-anni?”, perchè era appena uscito il mio precedente album, ma sono uno che non sa stare fermo, e continuo a scrivere, però ci sono delle tempistiche che vanno onorate, promozione album, instore, live, e così sono passati due anni. La scelta sia del brano che di aspettare pare sia stata azzeccata, no?

I ritmi sanremesi sono stati serrati, prove, interviste, conferenze stampa, entourage sempre in azione. Quanto ti sentivi a tuo agio nell’essere un po’ “maldestro” in quel mondo?

Ero molto a mio agio, ho considerato Sanremo come fosse casa mia quei giorni. E’ stata una esperienza intensa, come giustamente sottolinei tu, ma riuscivo sempre a ritagliarmi quell’angolino di spazio e tempo solo per me. L’ho vissuta come se stessi suonando nel garage con cento persone. Mi sono divertito, è stato un gioco, “un gioco serio” ma pur sempre gioco.

Parliamo del tuo nuovo album “I muri di Berlino”, uscito il 24 marzo. E’ un album che definirei con un solo termine: “di speranza”. In fondo dalle convivenze finite e dai treni sbagliati riusciamo sempre ad imparare delle importanti lezioni. La trovi calzante come definizione?

Certo, credo che sia un album che racconta di sentimenti veri, quotidiani. Lezioni di vita che ho imparato a mie spese, intimo ed autobiografico. Sono molto meno arrabbiato rispetto all’album precedente, lo definirei quasi “tenero”, e speranzoso, certo.

I muri di Berlino” sono quelli che ci costruiamo con le nostre paure, per autodifesa. Come hai imparato ad abbatterli, tu?

Ma magari li avessi abbattuti tutti, io. Analizzarsi, capire quale martello usare per buttarli giù e partire dalla prima crepa, insistere su quella e andare sempre più a fondo. Può sembrare un lavoro difficile ma bisogna avere stima e fiducia in se stessi ma soprattutto nelle persone che ci vogliono bene, che spesso riescono a vederci più a lungo rispetto a noi in prima persona. Bisogna fidarsi prima di tutto.

(ndr. “Perchè un uomo da solo si esplora, ma con gli altri invece migliora” ripete Maldestro in “Prenditi quello che vuoi”, sesta traccia dell’album)

Tutto quello che ci resta”, il brano con cui si entra subito in empatia, è stata una sorta di psicanalisi, così come tutta la scrittura dell’album?

Credo che ogni canzone che scrivo è come se fosse un’autoanalisi, come se fossi io l’analista di me stesso, sì decisamente. Scrivendo ti liberi di alcuni pesi e permetti agli altri di empatizzare e riconoscersi in essi.

Abbi cura di te” è presente come colonna sonora nel film “Beata ignoranza” con Alessandro Gassman e Marco Giallini, gli anni della gavetta sono ormai al tramonto?

Penso che un uomo dovrebbe sempre aver chiaro che la gavetta non finisce mai. Io per esempio ho sempre la valigia pronta per esplorare nuovi posti, calcare nuovi palchi e conoscere nuove persone da cui imparare sempre di più. Certo Sanremo è stata la mia grande occasione, mi ha permesso di farmi conoscere ed arrivare anche a questo, penso sia quello che ogni cantante si auspica, no?

Fa parte della tua arte anche il teatro di cui sei autore sia delle sceneggiature che delle musiche. Cosa vuoi fare quindi da grande?

Cercare di far convivere le mie due passioni, riuscire a fare almeno il 5% di quello che ha fatto il grande Gaber, sì, decisamente questo.

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