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Maleficent, quando il remake non s’ha da fare

Il remake, sia esso in veste di prequel o sequel, è uno dei pilastri su cui si fonda grossa parte della produzione hollywoodiana degli ultimi anni. Lo cito qui come fatto, senza esprimere alcun giudizio a riguardo.

Né si dovrebbe avere alcun pregiudizio nel rapportarsi a operazioni come “Maleficent” che, seguendo la strada imboccata da qualche anno dalla Disney, ripropone, in live action, una delle fiabe cinematografiche più giustamente famose a memoria di spettatore.

C’è tuttavia da chiedersi perché, al terzo tentativo – dopo le funeste riproposizioni di Burton e Raimi, rispettivamente con Alice e Oz – anche questa nuova, originale versione de “La bella addormentata nel bosco“, finisca per crollare quasi subito, anche senza stilare paragoni con la sua matrice.

La trattazione che offrono Robert Stromberg (regista) e Linda Woolverton (sceneggiatrice) è uno dei picchi più bassi toccati dalla Disney: partiti con l’idea di chiedersi cosa ci fosse dietro il mantello e le corna di Malefica, a metà tra remake e prequel, gli autori tirano fuori un polpettone per famiglie, affossato – nell’ordine – da svolte narrative improbabili e mutamenti di caratteri dalla sera alla mattina, derivati soprattutto dalla lattiginosa consistenza di personaggi quali Aurora e Re Stefano, sfondi digitali bellissimi ma che poco si integrano con la storia e le scene, momenti ironici che non smuoverebbero neanche i più piccoli e un manicheismo di infima marca servito da dialoghi sciatti e didascalici, degni della peggior fiction televisiva. A farne le spese, in particolare, è l’altrove bravissima Elle Fanning, qui costretta a pronunciare frasi impermeabili al più sopraffino degli istrioni.

E sì che l’idea era giusta: scavare nel passato di uno dei villain più affascinanti (e inquietanti) per esplorare le misteriose pieghe della sua malvagità. Se però la ricerca delle radici comportamentali di un personaggio devono passare forzosamente per le forche caudine della giustificazione, l’intero castello crolla ancora prima di mostrarsi. Siamo in casa Disney, è vero, e forse era difficile aspettarsi un chiaroscuro più violento nel tratteggio di quella che è – sin dal titolo – la nuova protagonista della rilettura. Tuttavia sfugge il senso di tutta l’operazione: Malefica è un personaggio interessante proprio in quanto personificazione del Male assoluto, potente strega arroccata in un egotismo che non riconosce altro da sé, se non come rappresentazione inferiore.

Il film di Stromberg, invece, si affanna a costruire una premessa idillica, e non a caso la parte peggiore del film, in cui rappresentare la (futura) Nemica quale ingenua fata (anche se già nota come Malefica, una delle tante incoerenze della storia), innamorata di un giovane senza arte né parte che tuttavia non ci penserà un attimo a tradirla per ottenere il trono: parliamo del Re Stefano di Sharlto Copley, vittima di uno dei turning point morali più insensati della storia del cinema. È questo il peccato originale del film, contrapporre un’innamorata ferita a un uomo traditore per desiderio di potere, suggerendo, con un vetusto stratagemma antifemminista, che per una donna l’unica spinta all’azione e alla ribellione sia la negazione del proprio ruolo di sposa, trasformando cioè un’icona del Male in una stalker isterica.

Dispiace vedere sprecato l’impegno di Angelia Jolie, davvero convincente nella famosa sequenza del battesimo (la più riuscita del film e anche quella in cui il calligrafismo sul film originale è più evidente: c’è da porsi qualche domanda) e in generale come personaggio ambiguo. Si ha la sensazione che l’attrice fatichi a trovare il tono del suo personaggio a causa di una sceneggiatura che – fin troppo tradizionalmente – vorrebbe mostrarne l’involuzione morale a seguito di un incipit tutto rose e fiori (letteralmente), a contatto con la natura e le sue creature, tra voli su acquitrini incantati e rocce enormi che spuntano dai laghi.

Tuttavia, proprio l’insistenza a voler comprimerle nell’animo il desiderio di vendetta, il rifiuto dell’amore, a ogni suo livello, e il rapporto stretto (prima di osservatrice costante, poi di “figura materna”/madrina a tutti gli effetti) con Aurora rendono il personaggio schizofrenico sul piano narrativo e, alla lunga, contraddittorio. Ci sarà forse anche lo zampino della stessa Jolie, produttrice del film, e ben nota ai rotocalchi come uber-madre di una tribù di figli, nello spingere fortemente sulla rilettura materna e matriarcale della storia, vero nodo narrativo che assorbe infatti ogni altro spunto, tanto da relegare il principe Filippo a poco più di un cameo (interpretato dal volto adolescenziale di Brenton Thwaites, a forte rischio di monociglio).

Ma c’è un limite anche nelle riletture delle storie. C’è un limite oltre il quale la riproposizione di un racconto classico si trasforma in un apologo femminista risibile, aggravato da una regia incapace di scegliere davvero tra le istanze originarie e quelle (pseudo) innovative.

Alla fine dei giochi “Maleficent” finisce col non essere né carne né pesce, né remake fedele del cartone animato né rilettura originale, né remake né prequel, né riproposizione di una storia né versione di un diverso punto di vista. Nonostante i tanti milioni spesi, la montagna ha partorito un topolino malaticcio e sbiadito, un film incapace di ergersi dinanzi allo spettatore con una sua personalità ben delineata. “Maleficent” è una sorta di mostro di Frankenstein, l’abbozzo in fieri di un paio di idee buone bruciate completamente da una trattazione senza personalità e coerenza.

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