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Mamma ho visto una band cartone che respira

La Roundhouse è un ex edificio delle ferrovie riconvertito in sala da concerti che si trova a Chalk Farm, a Londra. A dispetto del nome, ha poco a che fare con Chuck Norris. In compenso, però, ci hanno suonato Jimi Hendrix, i Jefferson Airplane, i Clash e i Rolling Stones. Più di recente, i Gorillaz. Parliamone.

Ora che l’ansia da prestazione è venuta meno, i Gorillaz non si riparano più dietro a schermi su cui vengono proiettate immagini, né dietro agli ologrammi dei personaggi che rappresentano. Sono davvero troppi per farlo.
Il concerto corre su due livelli separati. In alto, viene riprodotto un video per ogni canzone. In basso, c’è la gente che suona. È tanta. In tutta la serata, si contano più o meno 34 persone avvicendarsi sul palco. Ci sono talmente tanti ospiti che sembrerebbe un concerto per il Papa, con la differenza che qui si spaccano i culi.

Manca solo Lou Reed.
Damon Albarn, la figura che tira la maggior parte dei fili, canta, suona il suo piano, duetta, si tiene in disparte, sostanzialmente è l’uomo più felice del mondo.
Grazie tante, su quel palco lui è accompagnato dalla Storia. Come bassista e chitarrista ha Paul Simonon e Mick Jones, sì, i due Clash, entrambi travestiti da marinaretti, Mick Jones che accenna lascive danze del ventre, Paul Simonon che in questa foggia somiglia al risultato di un connubio genetico tra Dr House, il Capitano Achab, Capitan Findus.

L’introduzione è lasciata, come da rispettoso copione, alla sezione degli archi. Lenta, solenne, da lacrime: chi si aspetterebbe mai, dopo un istante, l’apparizione sul megaschermo di SNOOP DOGG? E invece.
Snoop Dogg, l’altro grande assente della serata, viene accompagnato dai protetti (presenti) di Damon Albarn: l’Hypnotic Brass Ensemble, sette fratelli che suonano gli ottoni e che si muovono a tempo e rinnovano il concetto di «fare due cose in contemporanea, e farle bene». Così abbiamo sistemato anche i fiati. Chi manca? C’è un chitarrista mostruosamente bravo e apparentemente tredicenne, c’è un tastierista, ci sono due (2) batteristi, c’è Mike Smith che dirige l’orchestra e fa altre cose di nascosto, ci sono i De La Soul con la risata spiritata all’inizio “Feel Good Inc.”. Nel corso della canzone, Albarn cerca di fare agguati con mosse gangsta: si ride di lui.

Per sapere come finisce questa storia potete sempre voltare pagina.

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Il set procede equamente tra pezzi dell’ultimo album e pezzi del precedente. Una sola incursione nel primo disco, ed è (prevedibilmente) “Clint Eastwood”. Poco male: viene lasciato spazio al respiro orchestrale dei lavori più recenti, ci si stupisce quando gli archi sgomitano per farsi strada in “Dirty Harry”, mentre il pubblico canta le parti del coro di bambini, mentre sullo schermo dei pupetti disegnati cantano a loro volta.
I momenti più micidiali, in effetti, sono proprio quelli di interazione con il pubblico: tutti i presenti conoscono a memoria “O, Green World”, collaborano di fronte ad Albarn compiaciuto nel ritornello di “Rhinestone Eyes”, i francesi conoscono anche i rap più difficili a memoria, i cinesi ballano con gli occhi chiusi e i pugni stretti sulle guance; gli italiani, ad esempio io, si commuovono in maniera retorica all’attacco, da parte dell’Orchestra Libanese, di “White Flag”.

L’unica stonatura è quando il pubblico quasi interrompe gli assoli dei libanesi (siriani?) per applaudire. Il talento è enorme e indiscusso, ma il numero di applausi messo in proporzione con la brevità dell’intervento sul palco fa pensare a un fastidioso «applaudo perché la minoranza etnica». Sottolineature della folla a parte, il melting pot è totale e assolutamente implicito. Si tratta di gente venuta dalla Siria, dalla Svezia, da Chicago, dal 1977, da Londra Ovest essenzialmente per fare musica. E, solo perché è uscita male, non prendete quest’ultima frase come un pamphlet democratico, per piacere, grazie.

Le occasioni pop sono cristalline e intense. Per forza: questo è il progetto pop di Damon Albarn. Poi lui scriverà operette difficili sugli astronomi e matematici del 1500 ma all’occorrenza sa, da gran signore, stendere delle melodie orecchiabili, non per questo facili, e intrattenere per due ore un vasto pubblico in bilico tra lacrime, riso e coretti che fanno ooooo ooooo e la-dida cantati con serietà.

Altri momenti memorabili: l’esplosione di chitarra e basso, nella fattispecie Jones e Simonon, durante “Glitter Freeze”; Shaun Ryder che scazza tutta “DARE”; Bobby Womack che fa più o meno lo stesso, e cerca di leggere il testo a terra, ma ha quella voce soprannaturale inimmaginabile; Mos Def che prima compare davanti al suo un-tempo compagno di set Bruce Willis (tristemente bidimensionale), poi, durante “Sweepstakes” mette in piedi un ammirevole numero da banditore. Cilindro, barba e abito a metà tra “Abe Lincoln”, “gentiluomo del Midwest nel primo Novecento” e “gelataio”; Gruff Rhys che compare anonimissimo durante “Superfast Jellyfish” e lo si riconosce solo quando inizia a cantare; Yukimi Nagano dei Little Dragon, che duetta con Albarn sulla già eccezionale “To Binge”, e che fa il gesto della locomotiva durante “Empire Ants”.

È il regno del featuring, ma in senso positivo. Ci si emoziona senza forzature. Molto tempo fa, un tale con un blog di cui non si riesce a ricostruire l’indirizzo (ma che di sicuro aveva lo sfondo grigio) diceva più o meno: «è inutile, qualsiasi cosa Damon Albarn tocchi viene trasformata in oro». Vai a smentire un blogger.

Intro
Welcome To The World Of The Plastic Beach
Last Living Souls
O Green World
On Melancholy Hill
Kids With Guns
Stylo
Rhinestone Eyes
Broken
Empire Ants
Dirty Harry
White Flag
Superfast Jellyfish
Dare
Glitter Freeze
El Manana
Cloud Of Unknowing
-
Sweepstakes
To Binge
Feel Good Inc.
Clint Eastwood

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