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    Man Man

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Gli dei del caos

Honus Honus, Sergei Sogay, Pow Pow, Critter Crat e Chang Wang sono gli dei scolpiti dallo scalpello del casino. Rispettivamente: l’augusta prima voce, il divino centro delle quattro corde, la divinità del beat e infine il duo aureolato che pizzica tutto il resto.

Non ci sono lire né arpette nell’Olimpo della Pennsylvania, bensì chitarre elettriche, pianoforte dalle movenze ska, tamburelli e campane in stile cabarettistico (“Dark Arts” vi si presta) e sintetizzatori laddove gli spazi debbono essere riempiti.
La voce maschile è grezza e ruvida, in completo contrasto con la perizia strumentale; proprio per tale motivo la formula funziona ed intriga.

È l’originalità, insieme a qualche tratto di strambezza, orientalismi (“Haute Tropique”) e jazz deviato, a premiare.

Al primo impatto i cinque di Philadelphia suonano davvero eccentrici, cosa che potrebbe far retrocedere i più snob nei confronti della musica alternativa-barra-indipendente.
Ciò si rivela come l’unica pecca in un LP eccelso dal punto di vista del laboratorio artistico che vi sta dietro.
Gli elitari se la tireranno tutti fieri di conoscere una band così.

Pro

Contro

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