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Management Del Dolore Post-Operatorio: Un po’ Mc, un po’ Mao

L’11 marzo è arrivato nei negozi “McMao”, il secondo disco del Management Del Dolore Post-Operatorio, band irriverente guidata da Luca Romagnoli. Abbiamo incontrato proprio il cantante, poco prima del live di presentazione del disco a Roma, e ce ne ha raccontate un bel po’ sulle loro canzoni, sulla censura e su cosa farà il Management Del Dolore Post-Operatorio il Primo Maggio di quest’anno…

Rispetto al primo disco abbiamo notato che c’è stata una deriva elettronica. Come mai questa scelta?
Abbiamo deciso di esasperare molto quello che ci piaceva di più in “Auff!”, e in effetti anche in quel disco c’era un’elettronica, seppur minimale. Siccome abbiamo visto che il genere si sposava bene con i nostri pezzi abbiamo optato per lavorarci sopra, anche perché noi pensiamo sempre al futuro, non tanto per cosa potremmo fare, quanto piuttosto per come potremmo divertirci a farlo. Dato che ci piace parecchio sperimentare, vedere dove possa arrivare ciò che facciamo, può essere che l’elettronica sia una via di scampo; poi non è detto che tra qualche anno diventiamo i Gorillaz, magari torniamo indietro e per deviare nuovamente la togliamo nuovamente. O magari scegliamo l’orchestra (ride,ndr)… non so, a noi piace davvero fare nuovi esperimenti, specialmente in studio, e l’elettronica a questo giro l’abbiamo inserita a manetta, abbastanza diciamo.

Già che siamo in tema, qual è stata la genesi di “McMao”, da dove vengono il titolo e la copertina?
Allora, il titolo è nome e cognome dell’opera che fa da copertina, opera di Giuseppe Veneziano, artista siciliano che risiede a Milano che noi riteniamo geniale e anche una persona fantastica, avendo avuto modo di conoscerlo personalmente. Pure a lui son piaciute le nostre canzoni, è venuto a un concerto e ci ha concesso gentilmente di utilizzare i suoi lavori nel nostro booklet.
Abbiamo scelto Mao truccato da Ronald McDonald perché ci piaceva questa dicotomia, molto attuale al giorno d’oggi, cioè la Cina, quella del sogno comunista di Mao (una sorta di ultima utopia), che si è trasformata- purtroppo, ma è così- nella vittoria schiacciante del capitalismo, della vendita dei prodotti… Insomma, ormai è la maggiore potenza capitalistica mondiale. Nulla di diverso dal McDonald o dall’America in generale.
Questa faccia di Mao, malinconica, mi ha colpito molto.

Nei vostri testi è molto presente l’ironia. Secondo te quali sono i limiti di tale forma di espressione, fin dove può spingersi?

(ride,ndr) Questa è una bella domanda, anche perché ora cercherò di rispondere in qualche modo. I limiti vanno di pari passo con quella che possiamo definire “censura”, poiché anche il limite, la barriera che viene posta all’esterno o ci si pone dall’interno è sempre una sorta di censura, appunto. Il punto è che nella storia dell’arte la censura non ha mai vinto, perché è stata sempre ingiusta; l’arte non può essere censurata.
In tale frangente l’ironia applicata all’arte, alla musica, alla letteratura non può avere limiti, non si può fermare: chi dice che una cosa è “troppo”, sbaglia in partenza. Potremmo andare al caso di Galileo, dove l’Inquisizione gli disse che non era vero ciò che affermava e lui rispose “Sì vabbè, non è vero”, così almeno non l’hanno ammazzato- anche se ciò che diceva era scientificamente provato. Oppure Oscar Wilde, che fu letteralmente tartassato per la sua omosessualità e per altro, eppure alla fine la storia gli ha dato ragione.

Poi ci sono dei limiti interni, nel senso che uno sa su cosa non bisogna mai scherzare.

Certo, sicuramente. A meno che lo scherzo non diventi un intento- non dico politico- pratico. Ovvero, se in un certo tipo d’arte, per far risaltare alcune cose che altrimenti la gente non percepirebbe, si usa l’ironia, ecco, quello potrebbe essere un modo sensato. Ironizzare o ridicolizzare una persona che sta male, questo ovviamente non è possibile. Ironizzare su chi dice “Io l’aiuterò” e poi invece non lo fa, al contrario, è un altro discorso.
Il fatto che una cosa sia giusta o sbagliata dipende sempre dalle modalità con cui viene posta.

In merito all’ironia, vorremmo sapere com’è nato il pezzo dal titolo “La Rapina Collettiva”.
(ride,ndr) Sai cosa? Mi ricordo che quand’ero piccolo i genitori dicevano “Non fare questo, non fare quest’altro, eddai non esagerare” e cose simili. Con la situazione politica attuale ormai si sono stancati anche loro, che una volta erano i moralizzatori. Quindi ora sento genitori che dicono “Ma voi a quelli dovete tagliare le teste, dovete mettergli le bombe e spaccare tutto!”, no? (ride,ndr)
E quando lo dicono i genitori è davvero preoccupante. Allora questo gioco della rapina collettiva significa andare a riprendersi ciò che è nostro. Era anche un po’ un gioco sulla cinematografia americana, della serie “se collaborate nessuno si farà male” o comunque “tutti contro il muro, figli di puttana” (ride).

Parliamo di un altro brano, “Hanno Ucciso Un Drogato”. Quando dite che coloro che hanno commesso l’omicidio pensano allo stesso modo, sono tutti uguali, per voi il drogato cosa rappresenta?
Questa canzone può avere due binari di intepretazione: uno è sicuramente quello che ci fa pensare ai vari ragazzi morti ammazzati dagli sbirri, ragazzi che non ci sono più, mentre gli sbirri dopo qualche mese ai domiciliari riprendono la vita quotidiana; quindi “hanno ucciso un drogato” in questo senso, l’hanno ucciso a bastonate, ed è un drogato perché in fin dei conti per loro noi siamo tutti drogati.
Mentre per quanto riguarda una visione un po’ più legata a delle immagini che mi sono venute in mente, laddove una persona che si comporta in un certo modo può essere considerata drogata, o in qualsiasi altro modo ma comunque disprezzandola, senza poi capire i suoi reali bisogni, lì quella persona viene ammazzata, perché non le si porta il rispetto dovuto. Quindi coloro che vivono allo stesso modo, si vestono uguali e pensano uguale sono tutti quelli che fanno sì che la società sia così cattiva (gli sbirri sono solo la punta dell’iceberg), perché non accettano altro che la normalità.

Allo showcase alla Feltrinelli di Via Appia se non erriamo abbiamo capito che non vi dispiacerebbe andare a Sanremo.

Non è che non ci dispiacerebbe… Io se dovessi scegliere non ci andrei, nel senso che se avessi un’opportunità di pari livello o pari visibilità, davvero, credo che negli ultimi anni Sanremo sia una cosa da evitare. Il discorso che facevamo era questo: tutti i palchi hanno uguale dignità, sono alcuni artisti che spesso la dignità non ce l’hanno proprio (ride). Io andrei su qualsiasi palco, compreso quello di Sanremo, se mi ci portassero con la canzone che decido io, se non me la correggono. Se mi chiedono di portare una canzone di “McMao” così com’è, me la lasciano portare e non mi rompono i co****ni per cambiarla, allora ok.

Io penso ci siano molti gruppi indipendenti con dei pezzi che andrebbero benissimo a Sanremo, vincendolo a occhi chiusi. Per esempio di nostro brano ci starebbe “Il Numero Otto”, perché no? Col senno di poi è facile. Se la porti prima a Sanremo e dopo la tieni nel repertorio tanti ti insultano dicendo che è uno schifo, c’è un preconcetto forte. Un altro esempio è “Il Testamento” di Appino. Forse quel palco andrebbe rivalutato facendoci salire degli artisti diversi.

Dei giovani di quest’anno chi conoscevi?
Conoscevo The Niro, che a me piace molto e che considero bravissimo. Credo che però un po’ tutti commettano l’errore di fare delle canzoni per andare a Sanremo, e secondo me non si fa così. Tu prima devi scrivere la canzone, poi se ce la vuoi portare lo fai, altrimenti no. Se invece la scrivi per quel palco, la scrivi come la vogliono loro, anche inconsciamente ma lo fai. E là non va bene.

Noi ti abbiamo intervistato in passato e ci hai detto che per te la musica è terapeutica (hai parlato di lexotan). Anche in questo album ci sono dei pezzi che ti hanno aiutato?
Io non scrivo mai e ascolto musica al contempo, la maggior parte delle volte in cui scrivo sono in mezzo alla strada e le idee mi vengono suggerite dall’esterno. Certo è che sì, la musica fa bene, poco ma sicuro; ed è il motivo per cui ci chiamiamo così, perché fa bene a noi scriverla e suonarla, ma si spera lo faccia anche a chi ascolta.
Spesso la musica fa pure male, eh. Nel senso che agisce sui sentimenti e sulle emozioni, a volte riesce proprio a distruggerti, a volte ti mette malinconia, tristezza o ti innervosisce; magari ci sono posti in cui la musica diffusa è inappropriata, ti stressa un po’. Comunque ti muove, nel bene o nel male.

Ora siete in tour, ma… il Primo Maggio? Quest’anno lo fate?
(ride, ndr) Se ci pigliano ci ritorniamo, ma non so. Quest’anno si spera, scherzi a parte, di andare sul palco del Primo Maggio di Taranto.
Sicuro che a Roma non ci richiameranno (ride,ndr), ma ripeto, per noi il dialogo è importante: se ne vogliono parlare e ci chiamano, ci andiamo anche.
Veramente (ride,ndr).

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