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  • Mangala Vallis: The Book Of Dreams

    Mangala Vallis

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Il meglio del prog italiano

Fin dai primi anni ’70 il nostro paese ha dimostrato una particolare propensione nel recepire lo spirito e l’anima del rock progressivo. Non a caso anche autentiche icone prog come Genesis e Pink Floyd iniziarono a raccogliere i primi successi di critica e pubblico proprio in Italia. Ma il Bel Paese non si limitava al solo passivo riconoscimento delle gesta di misconosciuti artisti stranieri che cantavano di foreste magiche, scatole musicali e piante giganti: bands come la PFM ed il Banco dimostrarono come la tradizione italiana potesse tranquillamente sposare gli stilemi del progressive, per dar vita ad una vera e propria scena locale da cui emersero gruppi di portata internazionale, in grado di mietere successi anche oltre confine. Mangala Vallis, un nome che evoca sulfurei paesaggi marziani, nasconde l’ultima “creatura” del prog italian-style, una creatura dietro alla quale troviamo un batterista del calibro di Gigi Cavalli Cocchi (Ligabue/Clan Destino/C.S.I), le tastiere di Enzo Cattini (il Mellotron! C’è anche il Mellotron!) e l’estro del chitarrista/bassista Mirco Consolini. “The Book Of Dreams” è il loro primo, splendido disco, un concept album dedicato alla vita ed alle opere di Giulio Verne, con cui la band (coadiuvata per l’occasione da diversi vocalist, tra cui è doveroso citare l’ex Acqua Fragile Bernardo Lanzetti, ma anche il Freddie Mercury italiano Matteo Setti e l’emulo gabrielliano Vic Fraja) s’impossessa della più classica tradizione prog romantica di matrice inglese per dar vita ad un piccolo capolavoro epico della durata di circa 60 minuti, in cui ritrovare temi, atmosfere e sonorità che avrebbero reso orgogliosi i Genesis di venti anni fa. Trattandosi di un concept, ritengo poco utile parlare dei singoli brani- è un album che deve essere ascoltato nella sua globalità. Ma come non commuoversi di fronte alle scariche di Mellotron, al cantato evocativo dei vocalist coinvolti, ai testi ammalianti di Eugenio Carena? Sicuramente qualche purista del genere potrebbe storcere il naso di fronte ad un’affinità fin troppo stretta che questo lavoro presenta con il repertorio genesisiano, ma davvero rinuncereste ad un disco di questo calibro solo perché ricorda troppo da vicino la band di Gabriel e compagni? Approcciate questo disco per quello che è: un amorevole tributo ad un genere senza tempo.

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