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Il trionfatore a sorpresa della 32esima edizione del Torino Film Festival è il francese “Mange tes morts” di Jean-Charles Hue, cineasta al suo terzo lungometraggio che aveva già portato qui a Torino la sua opera d’esordio, nel 2009, “Carne viva”.

La sorpresa è principalmente del sottoscritto, che davvero non ha amato molto il film in questione, interessante ritratto antropologico nella prima parte, goffo “heist movie” esistenzialista nella seconda, con un furto e una successiva fuga totalmente inverosimili, un problema per un film che fa del realismo la sua bandiera.

Nella periferia parigina vivono i Dorkel, famiglia nomade di etnia jenisch. Mentre si prepara il battesimo del diciottenne Jason, torna dalla prigione il figlio maggiore Fred, che ha scontato quindici anni per l’omicidio di un poliziotto durante un furto.

L’uomo appare tutt’altro che redento dalla reclusione: dopo essere tornato in possesso della sua amata automobile, tenuta nascosta in un garage, organizza su due piedi una scorribanda a tutta velocità sulle tracce di un carico di rame da rubare.

Al suo fianco il cugino Moïse, il fratello Mickaël, violento e insicuro, e il giovane Jason, che vede in lui il depositario di valori antichi e conoscenze esoteriche che lo affascinano ma che lo mettono in conflitto con il desiderio di essere un buon cristiano.

Tante tematiche sul piatto: il sistema carcerario inadatto alla riabilitazione, la religione come facile presa in realtà marginali e degradate, la solidarietà tra gli ultimi della società, però intrisa di un’aggressività e di un misticismo di fondo che nulla hanno a che vedere con facili utopie e sociologismi d’accatto.

La macchina da presa di Hue pedina i suoi personaggi, li avvolge in una fotografia più suadente delle miserie umane rappresentate, ci mostra una baraccopoli distante dalla nostra percezione di “zingaro”, lontana da facili rappresentazioni mediatiche. Ma c’inchioda anche in un’estenuante camera car che più che aumentare la tensione (come nelle intenzioni) la stempera quasi totalmente: al momento culminante ne abbiamo quasi abbastanza di questi personaggi brutti, sporchi e cattivi, non siamo più emotivamente con loro.

Il finale, poi, è insopportabile, un numero impressionante di sottofinali assolutamente non necessari. In una scena, poi, si sfiora il ridicolo: quando il cattivissimo Fred si trova faccia a faccia con la polizia, quello che accade è semplicemente disarmante. Ci complimentiamo con Jean-Charles per i 15mila euro vinti, il suo occhio registico è notevole ma, allo stesso tempo, gli consigliamo di affidarsi ad uno sceneggiatore e di limitarsi al lavoro dietro la macchina da presa.

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Contro

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