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Manglehorn” è l’esempio di come la presenza scenica di uno degli attori più grandi di tutti i tempi possa essere il valore assoluto di un film. Al Pacino regge tutto il film sulle sue spalle con una voce profonda, mai “caricata”, espressiva ad ogni minima intonazione, conferendo spessore al personaggio di un uomo tormentato dall’amore perduto, che ormai ha chiuso i conti con la vita e vive nel rimpianto, nella consapevolezza di avere la responsabilità di aver allontanato la donna della sua vita. Breve parentesi sentimentale, ma di amara verità: “se infelice è l’innamorato che invoca baci di cui non sa il sapore, mille volte più infelice è chi questo sapore gustò appena e poi gli fu negato”, (Italo Calvino). Così potremmo riassumere l’intenzione tematica di “Manglehorn”. Riuscirà il personaggio a trovare una soluzione al suo problema, e portare avanti anche l’azione del film, tutta concentrata sulla quotidianità di un uomo incazzato con la vita e al contempo irrimediabilmente romantico?

 

David Gordon Green, classe 1975,  è un regista versatile: lanciato dalla sua apprezzatissima opera prima “George Washington”, poi passato alla commedia di successo, e infine uniformatosi ad uno stile più convenzionale e narrativamente solido. Come molti dei film sin qui in concorso a Venezia 71, “Manglehorn” vanta una regia molto fluida, esteticamente molto bella, ma funzionale solo alla storia, con un paio di scene altamente simboliche, estranianti (vedi le dichiarate influenze di Malick su Green). Si sente la mancanza non tanto di scene simboliche, chè i simboli facilmente riconoscibili non giovano al cinema, quanto di un’idea attorno a cui concepire una scena.

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Contro

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