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Come nacque “Quarto potere

Mank” segue i ricordi e la convalescenza di Herman J. Mankiewicz, apprezzato ghost writer di film di successo, mentre compone una sceneggiatura commissionatagli da un giovanissimo attore sulla cresta dell’onda, Mr. Orson Welles. L’opera è destinata a diventare un capolavoro, forse proprio perché maturata dalle disavventure professionali di Mank, piccolo uomo nella opprimente e gigantesca fabbrica dei sogni.

La storia è una ricostruzione della genesi di “Quarto potere”, il capolavoro di Orson Welles del 1941. La sceneggiatura è scritta da Jack Fincher, che il figlio David Fincher ha per anni cercato di realizzare riuscendoci oggi col supporto di Netflix, e asseconda la famosa e controversa “congettura” della critica Pauline Kael per la quale «l’unico premio Oscar mai vinto da Orson Welles è per una sceneggiatura che non ha mai scritto».

È un film grandioso nel suo sforzo restaurativo: nella fotografia, nel montaggio, nelle interpretazioni e nella musica Fincher e la sua truppa restituiscono l’estetica autentica del grande cinema hollywoodiano in bianco e nero, che lo spettatore sprovveduto (o sognatore…) potrebbe persino non distinguere dagli originali.

Gary Oldman in "Mank"

Gary Oldman in “Mank”

Sul viale dei ricordi…

I flashback, introdotti graficamente dalle intestazioni di scena tipiche delle sceneggiature, sono forse l’unica citazione extradiegetica a “Quarto potere”, che per il resto rimane un film di tutt’altro genere e tono. Come nel classico di Orson Welles una analoga indagine, dall’andatura ipnotica e ossessiva e dalla progressione frustrante per lentezza e accumulo di testimonianze di dubbia attendibilità, conduce finalmente al fragoroso monologo etilico di Gary Oldman/Herman Mankiewicz (anticipato nella locandina) come al disvelamento della “Rosabella”. Quella disillusione, al culmine del suo fallimento praticamente definitivo, sarebbe la vera ispirazione dietro le 400 pagine di sceneggiatura del suo “Citizen Kane”.

Una manovra temporale a tenaglia (cit.) che dà infine un senso al racconto di un uomo altrimenti indistinto nel marasma creativo e industriale della Hollywood degli anni d’oro.

Amanda Seyfried e Gary Oldman in "Mank"

Amanda Seyfried e Gary Oldman in “Mank”

Il cast

Amanda Seyfried c’è poco ma fa tanto. Quasi irriconoscibile nei panni di Marion Davies e non per il trucco mimetico ma per la caricatura estrema di voce e movimenti, sostenuta per centinaia di ciak a ogni scena (non solo per le sue scene).

Anche Gary Oldman è chiamato a un’interpretazione clownesca di un uomo dimesso ma allo stesso tempo dirompente, che cammina (o, immobilizzato, telefona) come se fosse il padrone di Hollywood ma è sistematicamente calpestato da chiunque, e niente gliene cale.

Charles Dance, che interpreta il magnate W.R. Hearst, può essere il terzo interprete nominato all’Oscar per questo film, nonostante una presenza marginale di cui proprio la discrezione è apprezzabile. È però il personaggio meno carismatico di tutti. La sua comparsa, anticipata con frequenza nel chiacchiericcio mondano a cui siamo esposti per gran parte del film, avrebbe meritato maggiore teatralità.

Quella teatralità è stata però riservata al personaggio di Orson Welles, interpretato da Tom Burke con voce tonante quanto l’originale, tenuto quasi sempre in penombra e al telefono, deus ex machina che ci ricorda periodicamente che questa storia travagliata finirà in grande stile come poche altre.

Ben più presente ma meno incisiva è Lily Collins nella parte della segretaria di Mank, Rita Alexander, esecutrice materiale (dattilografa) della famigerata sceneggiatura e per questo portatrice di un rispetto cerimoniale. Ha persino una sua sottotrama che ho faticato a collegare al resto del carrozzone.

Arliss Howard e Charles Dance in "Mank"

Arliss Howard e Charles Dance in “Mank”

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