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  • Manowar: Battle Hymns

    Manowar

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Victory, Victory!

Quando si parla di Manowar è impossibile rimanere impassibili.
C’è chi ama, c’è chi odia, c’è chi difende a spada tratta, c’è chi sbeffeggia, c’è chi idolatra e chi disprezza.
Questo esordio ufficiale non riassume sempre alla perfezione le caratteristiche del sound true metal che caratterizzerà la carriera degli americani, principalmente in ragione delle prime quattro, piuttosto brevi, tracce: si tratta di 17 minuti all’insegna dell’hard ‘n’ heavy più semplice e coinvolgente, del quale la produzione, adeguata agli standard dell’epoca, evidenzia il lato scarno e pulito. Dall’insieme emerge l’ampiamente coverizzata “Metal Daze”, il pezzo più aggressivo e compatto del lotto e, fattore decisamente più importante, un anthem per il genere metal intero. Lo stesso vale per l’autointitolata “Manowar”, vera e propria rockeggiante dichiarazione d’intenti di Joey DeMaio e soci (“Manowar, born to live forever more, the right to conquer every shore…”), nel tipico stile che sempre li contraddistinguerà.
A questo punto giunge il momento di cambiare registro. L’atmosfera si infittisce inesorabilmente, i tempi rallentano impressionantemente e l’epos si fa strada inarrestabile. Ecco nascere il lato strettamente epico della band di New York: due pezzi, interrotti dal classico showcase per il leader DeMaio, della lunghezza complessiva di 13 minuti, con il magistrale intervento narrativo dell’amico Orson Welles. Quello che accade ora non ha più nulla a che fare con quanto udito in precedenza, gli uomini e gli spiriti vengono evocati per scatenare la battaglia (“Burning, death, destruction; raping the daughters and wives”): “Battle Hymn”, episodio da brividi, da sola vale il prezzo del biglietto e traccia un metro di paragone per chiunque altro voglia cimentarsi nella musica epica da battaglia. È così, dunque, che nasce il mito.

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