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  • Manowar: Hail To England

    Manowar

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Hail to the kings!

Una copertina che ricorda il recente “Warriors Of The World” (2002); una grafica che riprende lo stesso tema della sorella ristampa “Into Glory Ride”; un’annata, il 1984, in comune con l’altro masterpiece “Sign Of The Hammer”; uno stile che raggiunge la perfetta sintesi tra l’epicità già profusa in quantità e una forma più diretta e fruibile. Tutto ciò è “Hail To England”, e potrebbe anche essere sufficiente per far toccare ai Manowar il punto più alto della propria carriera.
Lo snellimento delle strutture e delle atmosfere riguarda in particolare le prime cinque tracce, tutte quante memorabili senza esclusione alcuna. Si può notare come gli episodi si siano accorciati, senza per questo perdere la propria caratteristica evocativa, ma guardagnando molto in termini di impatto e immediatezza. In particolare sono i refrain, mai così centrali nelle precedenti composizioni epiche, a invocare e trascinare l’ascoltatore. Come non partecipare al coro “Die! Die!” di “Kill With Power”? Come rimanere impassibili di fronte alla maestosa celebrazione di mamma Inghilterra? Sono comunque le ritmiche (groovy) a farla da padrone fino alla consueta traccia strumentale “Black Arrows”, senza dubbio la peggiore della saga, a tratti addirittura disturbante.
A seguito di questo peccato veniale, giunge il momento della marcia finale, epica e sontuosa come si conviene, magari non al livello dell’irraggiungibile “Battle Hymn”, ma sicuramente ancora una volta un pezzo memorabile. Come raramente era avvenuto in passato, Eric Adams si cimenta in un cantato melodico prima di cacciare le prime urla e di stringere il suo patto col diavolo: “Drink my blood as I drink yours!”

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