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  • Manowar: Sign Of The Hammer

    Manowar

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Heavy metal hits a go go!

Nel 1984 i Manowar diedero alle stampe addirittura due album. Inutile dire che, in entrambi i casi, di capolavoro si può parlare. Abbandonati gli oscuri lidi di “Into Glory Ride” e “Hail To England”, i newyorkesi approdano a un heavy metal più classico, non abbandonando però né le tentazioni hard ‘n’ heavy, ancora una volta riproposte in apertura, né le dense atmosfere epiche che li hanno resi famosi.
Così si parte con i pezzi più deboli, dei filler che non devono trovarsi così a proprio agio fra i circostanti vasi di ferro: se il ripetitivo inno alla label 10 Records può avere un senso, la seguente “Animals” porta con sé un sapore di rock ‘n’ roll forse troppo marcato per l’occasione. Dall’altra sponda a calmare le acque arriva per prima “Mountains”, uno dei pezzi preferiti dai fan, un brano evocativo che è azzardato definire ballad, un monumento al quale sembra però mancare la punta di sfondamento. Nello stesso contesto si colloca la conclusiva “Guyana”, usuale lunga e trascinata epic song, che perde sì il confronto con le colleghe che l’hanno preceduta negli anni, ma che all’invocazione guerresca sostituisce un’inedita componente melodica.
Tra quanto di eterogeneo udito, però, il meglio si trova nel mezzo, nel punto in cui la componente evocativa dell’heavy metal non toglie velocità alle ritmiche, accompagnate da un Eric Adams che sfida i cori in quanto a potenza: abbiamo dunque il terremoto di “Thor”, gli esaltanti refrain in crescendo di “Sign Of The Hammer” e l’aggressiva velocità di “The Oath”.
“Sign Of The Hammer”, dunque, segna in qualche modo l’inizio del cambiamento stilistico di una band che sperimenterà varie sonorità – con alterni risultati – all’interno del fin troppo angusto campo heavy metal.

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