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  • Manowar: The Triumph Of Steel

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Nuova linfa

“The Triumph Of Steel” è un fenomeno molto complesso e parecchio c’è da discutere su di esso. Primo passo: lineup. L’abbandono del leggendario chitarrista Ross The Boss e del vichingo batterista Scott Columbus non è certo stato un colpo facile da assorbire, ma le fila dei Kings Of Metal ne sono forse uscite rafforzate, quantomeno dal lato ritmico, dato che i due nuovi elementi rispondono al nome di David Shankle (g) e Rhino (d). Quanto detto è giustificato dal fatto che le nuove canzoni, per la prima volta, si reggono su ritmiche abbastanza dinamiche e, sorprattutto, molto potenti (leggi anche: doppia cassa a go go). Il meglio, però, il nuovo arrivato lo dà nella lunghissima suite “Achilles”, ambizioso esperimento di heavy/epic metal opera, quando le percussioni trovano ampissimi spazi solistici e reggono comunque tutto il resto della composizione dettando i tempi alle varie atmosfere. Dall’attacco di Ettore alla dissacrazione del suo corpo (stiamo parlando dell’Iliade), le parole sono poche, anche se sufficienti a illuminare l’ugola del prorompente Eric Adams, in continuo crescendo di condizione. L’esperimento si può dire pienamente riuscito, eccezionale per quanto riguarda un giudizio critico, meno magari per la fruibilità da parte di un pubblico abituato a ben altro approccio.
Abbandonando la principale fonte di interesse, rimane un album molto compatto, se pur con qualche alto e basso qualitativo. “The Triumph Of Steel” propone una band tecnicamente preparatissima, alle prese con strutture classiche, inserti oscuri e sussurati, ritmiche spesso feroci ed esplosive. Se “Metal Warriors” non è distinguibile da una canzone dell’era Columbus alla batteria, “Ride The Dragon” e “The Power Of Thy Sword” vivono sulla doppia cassa e fracassano tutto ciò che trovano sulla loro via. A questi grandi anthem si affiancano episodi più introspettivi come “Burning” e “The Demon’s Whip”. Corona finale, la ballad. Una vera e propria ballad, con tutti i sacri crismi, limpida e pulita. Insomma, quello che si dice una power ballad. Ma senza usare la parola “love”.

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