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Il fattore Agnelli

A questa penna è affidato un compito abbastanza difficile: guardare la “notizia” da una certa distanza per provare ad argomentare nel modo più intelligente (o almeno si spera!) la bomba appena deflagrata nel mondo degli alternative: Manuel Agnelli giudice ad X-Factor.

Per trovare il valore di questa X bisogna analizzare inevitabilmente i vari fattori coinvolti:  chi partecipa, il pubblico televisivo, la scena alternativa e the last but not the least il re degli alternative.
Proviamo a mettere ora nero su bianco l’espressione, analizzandola senza ottusità, e forse il risultato della X sarà meno indigesto di quanto sembri.

Lavoro nella musica da abbastanza tempo, un tempo che mi ha permesso di collaborare con le band e gli artisti etichettati come emergenti (anche se molto spesso l’età media di questi emergenti supera i 30 anni). Artisti e musicisti pieni di speranza e voglia di fare. Molti di loro particolarmente talentuosi. Si esibiscono nei piccoli club dove molto spesso oltre ai loro amici e agli amici di amici, a presenziare al concerto c’è un gestore che chiede conto delle presenze e che li rimborsa con 50 euro (per una media di 4 persone), quasi a titolo di favore. Mettiamo che siano 100 tra band e artisti e teniamo da conto che 70 siano davvero talentuosi. Ecco, di questi almeno la metà è apparsa nel corso degli anni sul palco di un talent show. Alcuni hanno ricevuto qualche pacca sulla spalla e qualche “bravo”, poi, sono tornati ad essere emergenti, con la loro chitarra in spalla a suonare nei piccoli club. Magari qualcuno ha trovato un’agenzia di booking, qualche altro si è accontentato della breve popolarità, ma non sono ancora artisti riconosciuti a differenza dei loro compagni di gara meno talentuosi, ma considerati migliori da questi giudici del talento.

Poi c’è la televisione, indiscutibilmente il medium più potente che ancora esista, poiché  per la nostra cultura solo ciò che arriva in tv è realtà, tutto il resto è noia.
In un eccellente saggio sulla scatola magica, Stefano Zecchi sottolinea quanto lo snobbismo di certe fasce intellettuali nei confronti del mezzo televisivo sia la causa dello sfacelo che oggi viviamo. La televisione crea al pari di qualunque droga, dipendenza e vergogna in un altalenarsi di sentimenti discordanti. Come se, guardare la tv fosse peccato e farla sia ancora peggio. Quindi la tv si guarda di nascosto, e anche i talent si guardano di nascosto per poi commentarli con sano cinismo sui social. Proprio con quello snobbismo intellettuale tipicamente italiano, fatto di perbenismo e sani principi che vanno a farsi fottere sempre sul più bello. Eppure, un tempo non molto lontano (chiedete ai nonni che di certo lo ricordano), la tv rispondeva ai bisogni delle persone ovvero informazione, intrattenimento e istruzione. No, non è più così, ma perché non è cosi? Per lo stesso principio per il quale se produco dei cioccolatini extra-fondenti, ma il mercato vuole quelli al latte, smetterò di fare cioccolatini fondenti e produrrò quelli al latte.

Gli alternative non mandano giù il boccone amaro del rocker in tv ed il perché è di facile intuizione. Ormai gli alternativi o gli indipendenti che dir si voglia, non ragionano più con la loro testa, ma con la testa del gruppo a cui appartengono. E’ il gruppo a decidere cosa è giusto e cosa non lo è. Hanno ridefinito la loro individualità in base a regole non scritte che ghettizzano sempre di più il mondo della musica. Si comportano nello stesso identico modo della televisione, e non di quella buona, ma di quella che serve a vendere spazi pubblicitari. Gli alternative non vendono prodotti, ma slogan e giudizi, e nel momento in cui ti distanzi da questo status, vieni bollato con l’etichetta di venduto.

E veniamo ora a Manuel Agnelli. Prima di tutto non credo si possa paragonare a Morgan o Elio, per il semplice fatto che non è POPolare quanto loro e questo, sia chiaro, è un complimento. Non credo che la celebre casalinga di Voghera conosca la trentennale carriera degli Afterhours. .
Il leader della rockband è per il mainstream uno sconosciuto. Fatta eccezione per l’apparizione sanremese o per il duetto con Mina, davvero la tv conosce Manuel Agnelli? E non intendo: la voce e leader degli Afterhours, ma il musicista, organizzatore, produttore, scrittore.
Il milanese, ad esempio, è  uno dei pochissimi (se non l’unico) della scena alternativa che per gli emergenti di cui sopra si (s)batte da anni al fine di garantire loro un posticino in questa valle di fango che chiamiamo musica indipendente.
Molti, anche non mainstream, ignorano il fatto che il rocker sia stato promotore di una legge molto interessante e della quale poco si parla , #Piùmusicalive, ovvero uno snellimento della burocrazia per l’organizzazione di musica dal vivo con un massimo di 200 spettatori; oppure , che il Festival Hai Paura Del Buio sia stato un po’ “boicottato” dai colleghi, i quali, terminata l’euforia del bene comune tatuato sul cuore, hanno iniziato a non voler prender parte, “ perché a guadagnarci era solo Agnelli.”  Poco si è raccontato del progetto Back to school e delle sue lezioni di musica ai ragazzi delle scuole medie, così come del suo impegno per lanciare in comuni definiti virtuosi un’idea sana di cultura.
C’è un forte attivismo del quale si è parlato poco e male anche tra gli alternativi , ma se è questo quello che finirà in televisione, allora, forse bisognerebbe schierarsi dalla sua parte.

Di fatto, –  e ricordiamolo la realtà è fatta di fatti e non di hashtag – Manuel Agnelli mantiene ancora lucida la sua armatura da individuo e prova in maniera compiuta non a cambiare le cose, ma a fare le cose, e se per portarle a termine serve la tv, allora che vada in tv, sperando davvero possa contaminarla, permettendo alle giovani leve di conquistarsi il proprio spazio.
Se questa scelta dovesse davvero modificare le sorti della musica in Italia, non sarà un  regalo per tutti? Se un talent show dovesse, per una volta, rivelarsi utile e interessante anche per gli snobbini indie rock sarebbe davvero così grave?

Può fallire? Si, certo che può fallire, perché è un essere umano e si trova un po’ nella biblica posizione di Davide contro Golia. Quindi il rischio esiste, ma non essendo di primo pelo il rocker lo saprà; così come saprà che la scelta può rivelarsi un boomerang.
Almeno c’è il coraggio di immolarsi per una causa, che più che sua, è nostra, o almeno di chi spera di poter vivere di musica.
Agli altri non resta che andare a dormire con un fazzoletto caldo sulla fronte per farsi passare il mal di testa, tanto domani un Dave Grolh qualunque farà qualcosa considerato “ buono e da paura” dal gruppo alternative e tutti torneranno ad avere il eroe.

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