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Manuel è un angelo custode

Gli Afterhours (o meglio, parte di -) alla Milanesiana.

Lunedì mattina Manuel Agnelli (chitarra e, per il racconto, timpano), Xabier Iriondo (magnetofono, vibrofono, strumenti da lui inventati) e Rodrigo D’Erasmo (violino) sono saliti sul palco della Sala Buzzati per un mini live unplugged di tre pezzi e un racconto. Racconto preso dalla raccolta di Manuel, “Magico Tubetto”, che ha per titolo “Anche Se Non Ho Le Ali Non Significa Che Non ti Ami” (leggibile in commento).
Un racconto già di per sé toccante che Agnelli, solito completo nero, capelli raccolti in uno chignon fatto male, insomma, nel medesimo look che sfoggiava a febbraio al Tunnel con Damo Suzuki, ha letto con grande partecipazione, crudeltà e commozione, picchiando con forza una bacchetta sul timpano ad ogni scena di violenza descritta, mentre Xabier per lo più faceva rotolare alcune biglie sul vibrafono.
Un set brevissimo, contenuto e scarno, con brevi parti di violino, retto per lo più dalla chitarra e dalla voce, molto roca e cupa, di Agnelli, con le atmosfere di Iriondo (che cattura sempre l’attenzione perché così intento a suonare strumenti ignori e per lo più inventati da lui, creando suoni percussivi e ferrei per lo più indescrivibili).

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Segue il racconto:

È salita sulla linea rossa. Inganni. Il terzo vagone della metropolitana. Aveva un fiore tatuato sulla spalla e un anello nel labbro inferiore. la gente ha cominciato a urlare, qualcuno si è anche buttato a terra, ma io non ho mai smesso di pensare che era la più bella. Il tempo ha frenato bruscamente. Allora lei mi ha visto calmo e si è arrabbiata. Si è avvicinata e mi ha urlato: ” Anche tu, coglione ! In fretta!”. Ma ero rimasto abbagliato dalla sua immagine, quelle erano le prime parole che percepivo e non ho potuto far altro che pensare: “Anche tu cosa?”. È stato allora che ho notato la pistola, ma il mio sguardo si è subito spostato sulla sua mano. la mano lunga e convessa di una danzatrice orientale. Lei si è arrabbiata ancora di più, urlava e con quella mano mi ha tirato uno schiaffo. Non le importava più niente degli altri passeggeri, nulla dei soldi, non si ricordava neppure cosa era venuta a fare, le importava solo della mia calma: ” Vuoi fare l’eroe ma sei un coglione. Sei un eroe o sei un coglione? ” E prendendomi per i capelli mi ha sbattuto la testa più volte contro il finestrino. A quel punto mi è venuta in mente una cosa e gliel’ho detta: “Sono il tuo angelo custode ” . Pausa. ” Cosa? ” Pausa. ” Sono il tuo angelo custode, e tu dovresti nascondere la pistola e, alla prossima fermata, scappare, perché sento che ti andrà male. ” A questo punto ha perso definitivamente il controllo, la pazzia le ha illuminato gli occhi e io ho potuto vedere che era davvero la più bella. Ha cominciato a picchiarmi col calcio della pistola urlando: ” Sei nato per portarmi sfiga, bastardo! Ma io ti ammazzo! Ti ammazzo! “. Finalmente il naso si è rotto e il sangue ha cominciato a sprizzare dappertutto, mi è salito dentro agli occhi e per un attimo non ho visto più niente. lei si è fermata e ha sussurrato: “coglione senza ali !” Poi più forte verso gli altri passeggeri: “Coglioni senza ali!”. Allora l’azione ha rallentato ancora di più e l’audio è sparito. Ma io ho fatto in tempo a dire che anche se non avevo le ali non voleva dire che non fossi un angelo. ” Anche se non ho le ali non vuol dire che non ti ami. ” Poi davvero si è fatto tutto lento e ovattato. lei mi ha puntato la pistola nel mezzo della fronte, e si è messa a piangere dal nervoso. Voleva solo spaventarmi, questo lo so, ma noi non decidiamo mai niente. Siamo sempre troppo presuntuosi e il treno ha rallentato troppo improvvisamente. Ho sentito un calore enorme, profondo, bellissimo in mezzo agli occhi e poi è diventato tutto nero. MA NATURALMENTE IO HO CONTINUATO A VEDERE LO STESSO. Ti ho vista immobile, incredula, imbrattata di sangue. Ti ho vista guardare i passeggeri schizzare fuori come mosche da un barattolo, appena si sono aperte le porte del vagone. Ti ho vista capire la tua verità, voltarti, cercare di correre scivolare su un pezzettino del mio cervello e perdere la pistola proprio mentre le porte si richiudevano e il treno ripartiva e il tuo ragazzo-complice, che ti aspettava alla fermata, si voltava correndo e piangendo terrorizzato. Ha pensato che non ti conosceva affatto. Qualcuno ha messo la pausa, poi, per dare il tempo alla polizia di arrivare alla stazione successiva. Allora con la faccia schiacciata contro il vetro della porta sembrava che ci fossi solo tu, su quel treno. E mentre guardavi lui che si allontanava hai pensato che c’eri solo tu. Poi ti sei voltata e ti sei accorta che c’ero anch’io. Un cadavere e una donna finita. Chi è più morto fra noi due? Per un attimo l’hai creduto davvero che io potessi essere il tuo angelo custode. Poi hai pensato che gli angeli custodi non possono morire e la tua razionalità l’ha avuta vinta sulla realtà. Sei proprio una sfigata, Topino, a credere che noi possiamo condizionare la nostra vita. A pensare che gli angeli custodi non possano morire. In realtà siamo veramente liberi solo quando ne abbiamo la possibilità. E non lo decidiamo noi. E anche tu sei cosi. Sei proprio una sfigata, ma io ero orgoglioso di te. Ero orgoglioso di essere il tuo angelo custode. Ho sempre pensato che eri la più bella. Ora che mi hai ucciso però spero proprio che lassù decidano di sostituirmi con qualcun altro.

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