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  • Maradonapoli

    Diretto da Alessio Maria Federici

    Data di uscita: 01-05-2017

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“17.47, 10 maggio, Napoli campione d’Italia Bianchi, Napoli campione d’Italia!!!”.

Nessun tifoso napoletano potrà mai dimenticare questa frase pronunciata da Giampiero Galeazzi al fischio finale di Napoli-Fiorentina 1-1, la partita che sancì, il 10 maggio del 1987 appunto, la vittoria del primo scudetto della sua storia da parte della squadra partenopea.

Il bisteccone nazionale scattò in campo appena terminata la partita e cercò di avere subito una dichiarazione roboante da parte dello schivo allenatore bergamasco del Napoli Ottavio Bianchi, che si limitò ad un laconico «Sono molto soddisfatto, abbiamo fatto un buon lavoro». Sono passati trent’anni da quel giorno, e per celebrare la ricorrenza arriva in sala, proprio fino al 10 maggio, il documentario di Alessio Maria Federici dedicato al condottiero maximo di quell’impresa sportiva, che trova una brillantissima crasi nel titolo: “Maradonapoli”.

L’opera non è dedicata solo agli appassionati di calcio, perché di immagini di campo durante l’ora e mezza di proiezione non ne vedrete praticamente nessuna, ma è un’analisi dal basso del mito e delle sue forme, di quello che ha rappresentato l’arrivo del più forte giocatore del mondo in una squadra non di primissimo piano, un condottiero che si carica sulle spalle i problemi della città e li trascende portandola fin sul tetto d’Italia e d’Europa.

Una cinquantina di cittadini napoletani raccontano davanti alla macchina da presa cosa ha rappresentato il settennio maradoniano nella loro vita e, in un montaggio armonico (e solo qualche volta ridondante), ci troviamo davanti ad una confessione a cuore aperto rappresentativa di un intero popolo, che ha vissuto quel particolare momento calcistico come il riscatto della città e del Meridione tutto.

Tutte le classi sociali ed economiche sono rappresentate, dal tassista al pizzaiolo, dall’ingegnere esperto di Intelligenza Artificiale (che nell’86 rifiutò una cattedra al MIT perché voleva rimanere in città a seguire il campionato) all’avvocato collezionista compulsivo di memorabilia, dall’antiquario al pescivendolo, in un’alternanza di sensazioni e suggestioni che rendono palese fin da subito la dicotomia sulla quale si basa la tesi filmica: il culto maradoniano che replica lo stesso impasto di paganesimo e fede cristiana sviluppatosi attorno al patrono della città San Gennaro, con i giovani che non hanno assistito al miracolo calcistico in presa diretta adepti fedeli prima di una tradizione orale tramandata dai padri e nonni, poi avidi consumatori di quelle immagini che proprio il film ci nega (in una famiglia apprendiamo che vige l’usanza di riguardare i gol di Maradona tutti i 31 dicembre prima dell’inizio dell’anno nuovo).

Quella che possiamo tranquillamente definire come una narrazione, seppur spuria, che parte dallo sbarco in città nell’84 fino a concludersi con la fuga dopo la squalifica per doping nel marzo del ’91, è divisa in capitoli: la tensione dei giorni precedenti l’arrivo, l’esplosione di gioia, l’immediato proliferare di merchandising non autorizzato, il primo scudetto, la coppa Uefa, la controversa semifinale tra Italia e Argentina dei Mondiali ’90 giocata a Napoli e tanto altro ancora. “Abbiamo cominciato a vincere e siamo diventati più buoni, abbiamo dimenticato il terremoto, la fame, se avevi dei problemi pensavi a Lui e ti passava tutto”, e ancora “Lui era più disponibile con il popolo più che con il potere, noi eravamo tutti più contenti …. forse il calcio questo è”. Piccoli stralci, piccoli esempi delle perle miste tra kitsch e saggezza che ascolterete pronunciare da persone con gli occhi lucidi, uomini e donne, anziani e giovani, uniti in un culto che non scolora con il passare degli anni.

Federici, romano e romanista, usa il suo occhio esterno alla realtà narrata per dispiegare un’analisi che unisce il cuore al cervello, che riesce plasticamente a mostrare il rapporto umano ed emotivo, prima ancora che sportivo, tra un condottiero e un popolo abituato alla sconfitta, un povero che arriva a riscattare i poveri, un sudamericano che diventa santo e sovrano nella città più sudamericana d’Italia.

Ci ripetiamo ancora, in chiusura: “Maradonapoli” è un’opera agile e divertente che può conquistare qualsiasi tipo di pubblico, che ha nell’impianto prettamente televisivo e nella ridondanza gli unici difetti, comunque più che perdonabili. Per i tifosi del Napoli, come il sottoscritto, il consiglio è quello di andare in sala proprio il 10 maggio, a celebrare la ricorrenza e a versare, in più di un’occasione, dolci lacrime intrise di “pecundria”.

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