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Una Vita Tranquilla — Marco D’Amore, negli occhi del figlio

«Sento profondamente che un attore è anche le scelte che fa e il coraggio che mette nel perseguirle, che l’avventura che intraprendiamo viaggia sulle corde sottili delle emozioni e che un bravo attore deve essere anche un uomo giusto, generoso e comprensivo»: Marco D’Amore, ventinove anni, una bella formazione teatrale alle spalle e idee chiarissime sul valore del proprio mestiere, è arrivato al cinema «per caso, dopo provini su provini» con “Una Vita Tranquilla” di Claudio Cupellini, presentato in concorso all’ultimo Festival del Film di Roma, dove il protagonista Toni Servillo si è aggiudicato il Marc’Aurelio d’Oro.

«Come tutti i ragazzini delle mie parti ho cominciato in piccoli teatri mettendomi alla prova con lo sconfinato repertorio napoletano» racconta Marco che in queste settimane sta chiudendo la trionfale tournée della “Trilogia della Villeggiatura” di Carlo Goldoni diretta da Toni Servillo, applaudita da quasi quattro anni nei teatri d’Italia, d’Europa e del mondo: con lui sul palco, oltre allo stesso Servillo nel duplice ruolo di regista e interprete, un meraviglioso gruppo di quindici attori tra i quali Paolo Graziosi, Tommaso Ragno, Betti Pedrazzi, Andrea Renzi.

E proprio del futuro compagno di Villeggiatura goldoniana Andrea Renzi è la regia delle “Avventure di Pinocchio” che, nel 2001, segna il primo incontro di Marco con Teatri Uniti e di “Santa Maria D’America” (2004) con il quale, dopo «tre duri anni di apprendistato» alla Scuola D’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano, viene offerto al giovane attore casertano un ruolo di primo piano; seguono le partecipazioni a “Macbeth” (2005) e “Santa Giovanna dei Macelli” (2007, dal testo di Bertolt Brecht) con Le Belle Bandiere di Elena Bucci e Marco Sgrosso.

In “Una Vita Tranquilla” Marco interpreta Diego, il figlio (mai) dimenticato del protagonista Rosario, con un’appassionata accuratezza verso i dettagli fisici, vocali, espressivi che gli appartiene tanto sul palcoscenico quanto sullo schermo: «quello col regista Claudio Cupellini è stato un incontro felice e la nostra intesa si è rivelata perfetta e immediata; l’esperienza sul set mi ha insegnato tanto rispetto alla capacità che deve avere un attore di gestire lo strumento, perché penso sempre all’attore come a uno strumento musicale, e di saper ridurre tutto al minimo pur conservando l’intensità dell’emozione che si vuole comunicare. Abbiamo sviluppato perciò il personaggio di Diego concentrandoci maggiormente su quello che non dice, che tiene dentro, che cela, e che tira fuori solo alla fine, prima di morire, gridandolo al padre».

Il film di Cupellini ha permesso a Marco di condividere per la prima volta la scena non solo teatrale ma anche cinematografica con Toni Servillo: «frequento la sua compagnia da quando avevo 18 anni, ormai posso dire di essergli prima di tutto amico! Per me è sempre stato un esempio, come uomo e come artista. La sua capacità di condurre “una vita tranquilla” con la sua famiglia, i suoi valori popolari e l’altezza dei suoi pensieri, delle sue speculazioni rispetto ai lavori affrontati mi hanno sempre suggerito che umiltà e grandezza, cultura e casa possono convivere senza rinunciare a niente».

Con l’altro compagno di set Francesco Di Leva, Marco ha stabilito una sintonia «bella e magica», lavorando «come se fossimo una coppia comica, anche se dovevamo ottenere un risultato diverso, sempre di contrappunto uno rispetto all’altro: credo che questo tipo di approccio abbia fatto venir fuori con efficacia le differenze fra i due».

E cosa significa, per un attore, fondere comico e tragico? «È innanzitutto una questione fondamentale di ritmo saper dosare le tensioni comiche e tragiche di un film o di uno spettacolo per interessare e spiazzare lo spettatore che ascolta e guarda, e del resto non credo possa più esistere oggi (per fortuna o per sfortuna?) un attore di “genere”.

È necessario possedere un bagaglio tecnico ed espressivo che consenta di poter affrontare sia la tragedia che la commedia, meglio ancora se le due si fondono richiedendo un salto di interpretazione notevole, ma in questo caso serve gente che scriva in un certo modo perché la cosa avvenga e sia efficace: noi siamo stati sostenuti dalla bella sceneggiatura di Filippo Gravino e Guido Iuculano.

Ho parlato di coppia comica nel caso mio e di Francesco Di Leva perché immaginare quei due (che sono due killer e non ce lo dimentichiamo!) sperduti in Germania senza sapere una parola, spaesati, ci faceva pensare a Totò e Peppino quando sbarcano a Milano coi colbacchi! Si tratta di piccole suggestioni che un attore si porta dentro senza mostrarle ma si rivelano utilissime».

Nel 2004 nasce Lapiccolasocietà, una compagnia fondata da Marco e dal giovane autore piemontese Francesco Ghiaccio che dà vita a tre produzioni teatrali di cui l’attore cura anche la regia (l’ultima, “L’Acquario”, tornerà in scena a gennaio a partire da Caserta) e a un corto, “Gabiano Con Una Sola B”, presentato al Festival di Torino nel 2007: «sogno di avere un giorno una compagnia formata da artisti dalle provenienze più varie (danzatori, sceneggiatori, pittori, etc..) – spiega Marco – una “piccola società” in cui risieda la voglia di riunirsi attorno a un progetto e di condividerlo, perché penso soprattutto che cinema, teatro e l’arte in generale siano comunicazione».

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