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Marco Guazzone: Sanremo, STAG e Marco Guazzone

Marco Guazzone è uno dei giovani di Sanremo 2012, dove parteciperà col brano “Guasto”. È anche un ragazzo solare e gentilissimo, classe 1988, che ha fatto la gavetta a Londra prima di rientrare in Italia. Nella sua musica non è solo, ma è sorretto alle spalle da un’intera band, gli STAG. LoudVision lo incontra al piano alto degli uffici della Emi Music di Milano.

Allora Marco, come va?
È strano, quella che sto vivendo è un esperienza nuova che non mi aspettavo. Poi uno ci mette sempre un po’ di speranza, ma ho imparato a rimanere coi piedi per terra. Perché esperienze come Sanremo offrono già tanto, e quando il mio brano è passato tra i primi 60 mi sono detto che quella era la vittoria più grande che potevo chiedere. Le cose nuove sono queste interviste, i comunicati stampa, ma mi piace perché è un modo bellissimo per promuovere la mia musica.

Sei giovane ma hai già sostenuto 200 concerti col tuo gruppo, gli STAG.

Spero siano sufficienti per affrontare il palco dell’Ariston!

Si ascoltava molta musica internazionale a casa tua?
Non solo, ma forse era una lingua nuova quella che mi attirava di più. Mi scaricavo i testi delle canzoni in inglese che sentivo alla radio, e l’altro giorno in casa ho ritrovato una cartella di testi alta così. Questo mi ha aiutato a capire come è impostata una canzone in inglese, che è una lingua che ti permette di fare quello che vuoi e di rendere musicale una frase che di poetico non ha niente. L’italiano è più difficile da usare, anche se forse non ha rivali a livello di musicalità. L’inglese è anche la lingua universale, che ci permette di avere fan fino in Giappone. Ma con l’italiano è stato come scoprire un vaso di Pandora e adesso scrivo solo in italiano. Mi piace, è una sfida per me.
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Com’è avvenuto l’incontro con Steve Lyon?

Dopo aver lasciato l’università, che mi toglieva un sacco di tempo alla musica, sono andato a Londra a vivere dai miei zii. Ma poi ho deciso che anche da quel punto di vista dovevo essere indipendente e ho cambiato casa in continuazione, il che mi è stato utile per girare con la mia musica. Così è avvenuto il primo incontro con Steve, che si è poi concretizzato quando sono venuto in Italia, tramite l’etichetta SunnyBit per la quale ho cominciato a lavorare. La cosa incredibile è che lui, abituato a lavorare con grossissimi nomi della musica, ha più che dimezzato il suo cachet per partecipare al progetto. Ha seguito l’evoluzione delle canzoni, ora fa parte della squadra e sarà il fonico della nostra esibizione a Sanremo e poi anche in tour, se tutto va bene. Ha trasformato delle idee in un prodotto. Quando abbiamo saputo che lui sarebbe stato il nostro produttore ufficiale, io ho tirato un sospiro di sollievo perché, pensavo, non avrei più dovuto scrivere in italiano. E invece è stato proprio Steve, che è inglese, a dirmi che dovevo scrivere in italiano, perché era importante che diventassi credibile nel mio Paese. E in Italia l’inglese si parla poco, quindi il nostro primo disco sarebbe dovuto essere in italiano. Alla fine mi sono trovato d’accordo con lui. I brani nel disco hanno infatti tutti meno di anno di vita. Ho scoperto in questo modo che, se devo scrivere un testo in italiano, mi piace che sia semplice, poco complesso, che sia la musica a portare il messaggio.

Quali gruppi ti piacciono?
I gruppi col pianoforte, come Coldplay e Radiohead, sono la mia prima ispirazione, perché vengo da studi classici. Chopin è il mio spirito guida e i miei primi brani erano una copia delle sue composizioni.

E del panorama italiano?
Proprio per il percorso “inverso” che ho fatto, dall’inglese all’italiano, mi sono detto che dovevo partire da chi ha fatto della lingua una musica perfetta in modo accessibile. Al riguardo Tenco mi è stato molto utile, perché nelle sue canzoni l’intensità passa attraverso la musica e la parole sono una specie di veicolo.

Hai studiato pianoforte e composizione, ma il canto non è esattamente la stessa cosa…
No infatti, mi reputo poco cantante. Sono stato autodidatta e ho cominciato a studiare canto l’anno scorso. Se volevo fare questo lavoro, mi son detto, devo anche capire come usare la voce, che è proprio un altro strumento. D’altra parte senza pianoforte mi sento perso, non riesco a cantare con solo l’asta del microfono davanti.

I tuoi brani contengono tristezza e speranza nel cambiamento, è così?
Sì. Scrivere e raccontare le emozioni in musica è forse il modo migliore per affrontare in maniera costruttiva periodi bui e tristi. Poterne cantare per me significa avere superato quei momenti, e me ne rendo conto ogni volta che suoniamo un determinato brano.
[PAGEBREAK] Ci racconti l’origine del brano “Guasto”, a cominciare dal titolo?
Nasce da uno spunto geografico, perché Guasto è un paesino in provincia di Isernia nel quale l’estate scorsa avevamo tenuto un concerto. Il luogo era molto bello, c’era un pianoforte a coda piazzato in aperta campagna, tra colline e montagne di fronte al sagrato di una chiesa. Mentre stavo improvvisando è nato l’abbozzo del tema della canzone. Così mi sono segnato sul taccuino questi spunti, sotto il nome “Guasto” per ricordarmi che li avevo scritte in quel posto. Da lì è partita l’idea di raccontare una storia che ti segna in maniera negativa, perché scendi a dei compromessi che ti portano a farti a pezzi, a non riconoscerti più, ad allontanarti dalle persone importanti. Ma secondo me sono proprio questi momenti che ti rendono più forte, quando raccogli i pezzi e ti rendi conto del valore che hanno le persone che ti stanno vicino. Così puoi andare avanti più maturo e più saggio. I momenti negativi e tristi servono perché ci permettono di avere un metro di misura per le cose belle. Il brano parla di una storia d’amore, che però deve per forza passare per momenti tristi.

Quindi chi non ti conosce non può considerare le sonorità di “Guasto” come comune denominatore di tutta la tua musica?
Sì e no. Di “Guasto” mi piace non solo che c’è il pianoforte, ma che a livello di arrangiamento è uno dei brani più completi. C’è il pianoforte romantico, insieme alla voce, ma c’è anche molto rock per via della chitarra molto distorta che apre i ritornelli, c’è anche un po’ di elettronica grazie al sintetizzatore. “Guasto” ci rappresenta quasi tutti, poi forse manca la parte più divertente dell’evoluzione del progetto, che è la tromba. Steve ha scelto per l’album dei brani decisamente diversi l’uno dall’altro, dicendoci che di influenze così varie noi avremmo dovuto farne una forza.

Cosa conterrà l’ep digitale che uscirà indicativamente entro primavera?
Diciamo una mezza dozzina di brani, ma è ancora tutto in fase di lavorazione e non ci sono ancora date e numeri certi.

Gli STAG sono il tuo gruppo o un progetto parallelo?
Sono un’evoluzione della mia musica. Poi abbiamo dovuto scinderci per Sanremo, perché il festival si è sempre concentrato su una sola anima musicale, anche a causa del mezzo televisivo. L’ep uscirà a nome “Marco Guazzone e STAG”. Quello che adesso faccio è assolutamente legato con il progetto, sono arrivato a un momento per cui, a livello compositivo, è fondamentale avere con me questa formazione. Giochiamo molto sull’essere né un gruppo e basta né un solista e basta. Nell’album che uscirà questo si potrà sentire, ma anche in “Guasto”, con i suoi picchi emotivi. Il progetto STAG è esattamente com’è la mia musica adesso.

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