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Marco Selvaggio: Hang Drum style

Sapete che cos’è un Hung Drum? No? È uno strumento musicale piuttosto insolito. Sembra un piccolo UFO martellato ed emette suoni così dolci da essere considerato sottofondo ideale per la meditazione. Se ne producono pochissimi ogni anno e le sue possibilità di utilizzo sono molteplici. Per saperne di più, abbiamo incontrato un musicista che se n’è innamorato, fino al punto di ergerlo a fulcro del suo album d’esordio: Marco Selvaggio.

Ciao Marco, benvenuto su LoudVision! Per prima cosa spieghiamo che cos’è un’Hang Drum.
L’Hang Drum è uno strumento melodico a percussione il cui suono ricorda tantissimo quello prodotto dagli Steel Drum, ma è considerato un’evoluzione degli stessi. È stato ideato nel 2000 da Felix Rohner e Sabina Schärer della PANArt Company, i quali hanno condotto anni di studi su vari strumenti risonanti prima di ottenere il suono che cercavano. Lo strumento è composto da due parti convesse di metallo, unite l’una all’altra: lato “DING” e lato “GU”.

Più nello specifico, questi due elementi dello strumento che struttura hanno?
Il lato DING è composto da otto zone tonali poste nella parte più esterna del corpo. Al centro c’é una sorta di cupola (da cui deriva il simpaticissimo nome di DING) che, percossa, produce un suono simile a quello di un Gong. Il lato GU, invece, è prevalentemente studiato come cassa risonante. Ha un foro al centro, che può servire anche per modulare il suono prodotto dal lato DING.
Per me l’Hang non è uno strumento musicale vero e proprio e la definizione di Drum, che molti danno allo strumento, è parzialmente errata! L’Hang, difatti, è spesso usato per musicoterapia e meditazione e non viene considerato un tamburo.

In che modo hai scoperto questo strumento?
Milan Kundera ne “l’Insostenibile leggerezza dell’essere” afferma che “la nostra vita quotidiana è bombardata da coincidenze o, per meglio dire, da incontri fortuiti tra le persone e gli avvenimenti chiamati coincidenze. Una coincidenza significa che due avvenimenti inattesi avvengono contemporaneamente, si incontrano. La stragrande maggioranza di queste coincidenze passa del tutto inosservata, perché proprio in questo modo sono costruite le vite umane. Sono costruite come una composizione musicale. L’uomo, spinto dal senso della bellezza, trasforma un avvenimento casuale in un motivo che va poi a iscriversi nella composizione della sua vita. Ad esso ritorna, lo ripete, lo varia, lo sviluppa, lo traspone, come fa il compositore con i temi della sua sonata. L’uomo, senza saperlo, compone la propria vita secondo le leggi della bellezza persino nei momenti di più profondo smarrimento“.

La casualità è, quindi, uno scrigno di occasioni e possibiità.
Mi ci sono avvicinato per pura coincidenza. Ero a Roma e sono stato stregato da un suono stranissimo! Seguendolo sono arrivato a capire che era prodotto dal vivo, da uno strumento che non avevo mai visto. Da lì la mia sfrenata ricerca. Non avrei mai potuto permettere che questa coincidenza passasse inosservata, lasciando priva la mia vita di questo senso di bellezza. Ho, quindi, incontrato l’Hang per caso. Anzi, come si dice: serendipità (che è pure il titolo del primo brano dell’album “Into the Ocean”)! L’Hang è uno strumento rarissimo e ne esistono solo poche migliaia al mondo. Ho fatto di tutto per averlo, e alla fine ci son riuscito. Suonarlo è una scoperta continua di nuovi orizzonti musicali e grazie all’Hang ho la possibilità di esprimere la mia arte.

Ho letto che non esiste un modo preciso di suonarlo. Ci si basa effettivamente più sull’istinto che sulla tecnica? Chi avesse voglia di imparare a suonarlo, cosa deve fare? Suppongo che non ci siano delle scuole….
Nel dialetto bernese “hang” significa “mano” ed infatti l’Hang Drum si suona con le mani, senza l’ausilio di bacchette. La creazione del nome non poteva essere più semplice. Mi ritrovo spesso a suonare strumenti percussivi diversi per pura curiosità. Suono il djembè da una decina di anni. Adattare le mie conoscenze all’Hang Drum non è stato così difficile. In sintesi, far uscire i suoni puliti non è stata impresa ardua. Tuttavia, ciò che distingue l’Hang da un tradizionale strumento percussivo sta nel fatto che è una percussione melodica. Pertanto, bisogna creare delle vere e proprie composizioni musicali, che io poi riesco anche ad inserire nella musica house o elettronica. Suono in media due ore piene al giorno (o, per l’esattezza, a notte). La musica è diventata un po’ la mia sana “droga”. Ci vuole in ogni caso la giusta dose di tecnica… l’istinto? Fondamentale! Delle scuole?! È utopico avere un Hang ormai, figuriamoci avere delle scuole. Tutto ciò presupporrebbe avere molti Hang nello stesso luogo al medesimo tempo!

Quali sono gli ambiti musicali in cui può essere utilizzato?
L’Hang è uno strumento estremamente versatile, che si presta ai contesti più disparati. Lo suono con molti altri musicisti in formazioni sempre diverse. L’ho suonato a Londra per il mio concerto con un violino, creando melodie molto variegate, abbinate a strumenti elettronici. Ad esempio, il primo brano suonato a Londra al 93 Feet East, il 25 agosto 2011, è stato un solo di Hang con un tappeto musicale che riproduceva il suono della pioggia.
Suono l’Hang, inoltre, sulla musica house dal vivo ed attualmente sono forse l’unico (o uno dei pochi) al mondo a farlo. Questa, ad oggi, è considerata una vera e propria rivoluzione musicale, poiché l’Hang non solo è uno strumento ritmico, ma crea anche delle vere e proprie melodie costruite sulla traccia house.
Lo stesso vale per la musica chill out. Mi è capitato di accompagnare la danza e qualche rappresentazione teatrale suonando l’Hang.
[PAGEBREAK] Sei arrivato all’Hang Drum partendo dalla passione per la musica tradizionale africana. Che cosa ti ha affascinato delle sonorità del continente nero?
Sono ormai passati dieci anni circa. Avevo 18 anni quando ho preso il mio primo djembè in mano. È nato tutto per sfida, poiché non pensavo che potesse essere così difficile da suonare. Da lì è nata una passione smisurata e un amore verso la musica, che tutt’ora mi prende intere giornate. Ho iniziato a suonare musica tradizionale africana avvicinandomi alle percussioni in maniera alquanto differente da molti percussionisti, che invece studiano accademicamente. Mi affascinavano, mi affascinano tuttora, quei suoni così diversi dalla nostra cultura. Il tutto era una vera novità, sotto ogni punto di vista. In ogni caso, mi sono avvicinato all’Hang Drum non tramite la musica tradizionale africana, bensì grazie all’amore che nutro per la musica.

Con l’Hang Drum hai composto anche un album autoprodotto, chiamato “Into The Ocean”. Ce ne vuoi parlare?
“Into The Ocean” rappresenta il mio mondo, l’universo che mi circonda, che è fatto di tante piccole belle cose e pieno di valori. Ero a Benicàssim, a nord di Valencia, quando al FIB, i Pixies cantavano “Wave Of Mutilation”. All’interno della canzone, c’è una frase che dice “drive my car into the ocean“. In quel momento pensavo di non aver bisogno di una macchina per arrivare all’oceano, io ero già dentro il mio. Da lì è nato tutto e nell’estate del 2010 ho iniziato a scrivere e comporre i primi brani con l’aiuto del chitarrista Edoardo Piazza e delle cantanti Greta Fiorito e Valentina Cesario. Dopo l’incisione dell’album, si è aggiunta Giulia Milioto al violino. Lo strumento cardine dell’album è l’Hang, che si è rivelato versatilissimo sin dal suo primo utilizzo e, ad oggi, non vi sono album del genere in circolazione. “Into The Ocean” è in ogni caso un album “nato in casa” e merita di essere riarrangiato e composto nuovamente per valorizzare tutti i brani presenti al suo interno.

Qual è la risposta del mercato italiano rispetto ad una proposta musicale così particolare?
Questo è proprio un altro problema che l’artista, in questo caso io, si trova ad affrontare. Gli spazi sono davvero pochi, la concorrenza troppa (anche se nel mio caso vado molto tranquillo), le esibizioni live difficili da ottenere e i compensi irrisori. Tutto ciò lo ritengo poco rispettoso nei confronti degli artisti. Molti locali hanno davvero notevoli incassi durante le serate ma hanno la manina corta nei confronti dei gruppi, nonostante la visibilità che questi possono avere.
Ad oggi, il modo migliore e più economico per avere visibilità resta internet. La rete offre una distribuzione globale della propria musica e della propria arte. È una piccola guerra. Io, fortunatamente, creo una musica molto particolare e originale con uno strumento alquanto raro. A Monaco, in Germania, così come a Londra, non ho avuto grossi problemi per suonare. Ho solo mandato un’email. A Monaco, invece, hanno visto i miei video e mi hanno contattato loro.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Il giro del mondo con l’Hang continua! Suonerò a Zurigo a novembre, poi ancora a Londra e nella mia Catania, spero molto presto. Altre date sono ancora “work in progress”. Ho in mente di produrre 2 EP. Uno di musica house e uno di musica chill out, con la collaborazione di dj producer di tutto il mondo. Insomma, le collaborazioni sono sempre ben accette e questo tipo di lavoro non riuscirei a farlo da solo totalmente. Sto cercando di fondere diversi tipi di arte e per far tutto ciò mi servo dei video. A tal proposito, ho già prodotto diversi videoclip miscelando la mia musica con l’Hang Drum alla pittura o al paesaggio della mia fantastica terra e al mare, al quale sono intimamente legato (in “Soul Sea”). Come in un videoclip nel quale ho voluto criticare la nostra società usando una maschera che, metaforicamente parlando, rappresenta la gente che ci circonda (Pirandello docet). Sto lavorando al nuovo album, scrivo testi, compongo musica. Fermarsi? Mai! La musica è la mia vita.

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