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Marco Sfogli: Umiltà e passione

Un’intervista non programmata, né spinta dai promoters o dalla casa discografica. Un’intervista semplicemente voluta. Perché Marco è un ragazzo in gamba, orgoglio del nostro amore per la musica. Speravo di trovare una personalità esuberante, che avrebbe risposto alla mia curiosità con la stessa incontinenza con cui le note vengono sprigionate dalla sua chitarra. Ed invece ho trovato un ragazzo discreto, molto semplice e concreto. Nessun nome d’arte, signori e signore: ecco a voi Marco Sfogli.

Marco, ho il piacere di introdurti ai nostri lettori e colleghi di testata. Questo perché, dopo aver sentito il tuo album solista, “There’s Hope”, sono rimasto folgorato ed ho voluto fortemente questo incontro.
Ammetto di aver letto il tuo nome in passato, ma di averlo memorizzato solo oggi, grazie al lavoro appena pubblicato con la Lion Music. Cominciamo dunque dai tuoi primi passi con la musica. Sei molto giovane. Quanti anni hai e dove vivi attualmente? Ho letto inoltre che sei figlio d’arte e che sei stato inizialmente anche batterista.

Grazie a te per quest’intervista! Ho 28 anni e vivo a Caserta, sono figlio di musicisti (mio padre Corrado e mia madre Fausta sono la Nuova Compagnia di Canto Popolare) e per un breve periodo di tempo ho suonato anche la batteria, strumento che amo e che mi ha aiutato molto successivamente. Poi però non ho avuto modo di continuare, anche per problemi diciamo “condominiali” e ho dovuto ripiegare sulla chitarra. Da allora non sono più tornato indietro.

Tra le tue prime esperienze c’è la Nuova Compagnia di Canto Popolare (“La Voce del Grano”). Ma vorrei passare subito al giorno in cui hai incontrato James LaBrie ed a quello in cui ti ha chiesto di lavorare per lui in “Elements Of Persuasion”. Com’è andata? Come siete venuti in contatto? Come valuti quell’album solista, che – per quanto mi risulta – non fu apprezzato particolarmente dai fans della prog band?
Con la Compagnia di Canto Popolare lavoro ancora oggi, saltuariamente. Può capitare che qualche membro del gruppo sia impegnato per altre cose e allora subentro io in qualità di jolly. Per quanto riguarda il discorso con James, sono venuto in contatto con Matt Guillory agli inizi del 2004 tramite Alex Argento. Ci scambiammo dei files, ci “piacemmo” a vicenda e ci ripromettemmo di fare qualcosa assieme in futuro. Successivamente, quando Andy Timmons non fu più disponibile per le registrazioni del disco, Matt mi consigliò a James. Così sono stato “provinato” insieme ad altri 5-6 chitarristi ed ho ottenuto il posto nella band. Sono molto legato a quel disco; mi piace molto e mi fa venire in mente tanti ricordi, al di là del fatto che sia stato il mio trampolino di lancio. Non credo tra l’altro che non sia stato ben accettato dai fans dei Dream Theater. Ancora oggi ricevo molte email di complimenti per quel disco. Inoltre pare abbia anche venduto abbastanza bene.

Mi piacerebbe conoscere qualche aspetto caratteriale di James. Ci potresti raccontare qualche retroscena della sua personalità? Peraltro c’è un video su youtube in cui mi sembra che ci sia proprio il cantante dei Dream Theater vicino a te. Cosa ti dice? Sembra sbalordito dalla tua tecnica.
Ah James è un comico. Fa morire dalle risate e allo stesso tempo è un uomo molto umile, molto attaccato alla famiglia e alle amicizie. È stata veramente un’esperienza unica quella di poter lavorare al suo fianco. La reazione che ebbe in quel video credo fosse dovuta al fatto che non mi aveva mai visto o sentito suonare prima se non nel provino. Lui era alla ricerca di qualcosa che non fosse prettamente tecnico e a quanto pare l’approccio gli piacque molto. A parte qualche ovvia parolaccia nel video in questione, il complimento più grande che mi potesse fare è paragonarmi ad Andy Timmons.

Ci fu un tour? In quell’occasione conoscesti anche gli altri membri dei Dream Theater?
Si, alla prima data vennero sia Mike Portnoy che Jordan Rudess, e fu proprio lì che instaurai una buona amicizia con Jordan.

Dopodiché hai lavorato con Jordan Rudess, altra anima dei Dream Theater, nel suo cover album “The Road Home”. Jordan dimostra sul palco una personalità molto misteriosa, quasi mistica. Il suo suono, così jazzato e sinfonico, ha dato ai DT un’anima tutta nuova. Vorrei sapere cosa pensi di lui.
Béh, Jordan ha una personalità che ti lascia perplesso. È agli estremi esatti, suona come forse nessuno può… Poi lo senti parlare ed è la persona più pacata di questo mondo, ti ispira fiducia e tranquillità. Che dire di lui: sono cresciuto con la sua musica ed è stato un onore per me partecipare alla realizzazione del suo disco.

Infine, sei stato il chitarrista nel bellissimo progetto tutto italiano “Magni Animi Viri”: una vera rivelazione di quest’anno. Sembra molto di rivivere il “Dracula” della P.F.M. Eppure quell’album difetta di una buona produzione.
È stata una bellissima esperienza. Il fatto di poter lavorare in un grosso studio, con un grosso budget e grandi musicisti non è una cosa che capita tutti i giorni. Magari il suono delle chitarre non è quello che uno si sarebbe aspettato ma c’è da considerare anche il fatto che è un’opera vera e propria dove l’orchestra e le voci hanno un ruolo fondamentale.
[PAGEBREAK] Ora veniamo al tuo debutto solista. “There’s Hope” è un album fantastico, perché riunisce in sé l’aspetto più melodico e sinfonico del prog, ma anche tutte le doti tecniche che un guitar hero deve possedere. Inutile dirti che il tuo sound sembra profondamente mosso dalle lezioni di Petrucci. Quanto ha influito sul tuo songwriting “Suspended Animation” del 2005?
Direi relativamente poco. Ho cercato di allontanarmi il più possibile dall’immagine di “clone” di Petrucci, che mi sono costruito nel passato. Per cui, a parte qualche ovvia reminiscenza, che ormai fa parte del mio modo di suonare, non credo di aver attinto da quel disco. Tra l’altro, l’80% dei brani era stato già scritto prima che Suspended Animation uscisse. “There’s Hope” è più il frutto delle tante influenze che ho assimilato durante gli anni. Alcune tracce erano in origine delle demo che ho registrato parecchi anni fa. “Farewell”, per esempio, è stata scritta intorno al 1999. È stato un processo compositivo abbastanza lungo, anche perché l’idea di fare un disco solista non mi ha mai allettato più di tanto. Non sono uno che ama stare al centro dell’attenzione e dimostrare ciò che riesce a fare con lo strumento; non mi sono mai sentito uno shredder. Ecco perché preferisco lavorare all’interno di un gruppo e la dimensione di gruppo è quella che mi soddisfa di più.

C’è un tema dominante nelle immagini che la tua musica richiama?
Sicuramente, a partire dal titolo del disco e dalla copertina che rispecchia in pieno la situazione attuale che stiamo vivendo nel mondo. C’è sicuramente una componente “sognante” in alcuni tratti, ma più che una scelta è stato un processo naturale.

L’ultimo pezzo è un puro kentucky’s country. Ti confesso che è anche una delle mie passioni. Invece il brano di apertura del disco, “Still Hurts”, è anche il mio preferito. Dovrebbe essere un tributo agli anni ’80, ma perché io ci sento qualcosa di “Scenes From A Memory”?
Ah non saprei! Di sicuro “Scenes From a Memory” è stato uno dei dischi che ho amato di più, ma credo che per “Still Hurts” mi sia ispirato molto alle band anni ’80, soprattutto come sonorità. L’utilizzo di determinati suoni, questi muri di synth… era una cosa che desideravo fare da molto tempo?

Nel tuo album suona uno dei migliori batteristi oggi in circolazione: John Macaluso. Vuoi spendere due parole anche nei suoi confronti, visto che ormai stiamo parlando di miti?
John è un matto scatenato! L’ho conosciuto per la prima volta durante il tour di supporto ad “Elements of Persuasion” nel 2005 e siamo entrati subito in “sincronia”. Ho avuto l’onore di partecipare alla registrazione del suo disco solista, l’ho fortemente voluto nell’opera dei Magni Animi Viri ed è stato ovvio che dovesse suonare anche nel mio disco. Ha fatto un gran lavoro e poi è una persona squisita, ha aneddoti da raccontare per anni!!

A cosa miri, innanzitutto, nel momento in cui componi una canzone? Qual è il tuo primo obiettivo? La ricerca di una linea melodica, di una espressione tecnica o solo la comunicazione di uno stato d’animo?
Cerco il più delle volte di pormi nella condizione dell’ascoltatore, chiedendomi cosa vorrei sentire io se fossi al posto di qualcun’altro. E, come succede a molti, spesso cestino tutto, altre volte mi piacciono determinate cose e decido di tenerle, etc. etc. In definitiva cerco un veicolo per portar fuori uno stato d’animo.

Molti chitarristi dicono di riuscire a comporre mentre si trovano seduti sul… gabinetto o quando indossano uno stato d’animo malinconico !! Tu dove componi prevalentemente? ed in quali momenti ti senti più ispirato?
Non c’è un posto preciso, può tanto essere in auto mentre guido o al bagno o sotto la doccia. La melodia finale di “Andromeda” per esempio nacque in auto mentre ero parcheggiato e attendevo l’arrivo di una persona. Non credo esista una regola prestabilita, e tantomeno sono uno di quelli che si possono sedere a tavolino e decidere di scrivere un brano. L’ispirazione arriva quando meno te l’aspetti.

Ritornando per un attimo all’attuale scena prog internazionale, come la giudichi? Ritieni che sia stantia oppure che abbia nuova linfa? Quali gruppi prog stimi in particolar modo?
C’è parecchio fermento in giro. Da noi in Italia, per esempio, ci sono un sacco di gruppi che mi piacciono, come i DGM o gli Astra. L’importante è fare della buona musica e cercare di apportare nuovi elementi al genere.
[PAGEBREAK] Quante ore dedichi al giorno per gli esercizi sulla chitarra?
Molto poco a dire il vero. In questo periodo mi sento molto più gratificato nel momento in cui riesco a scrivere un buon brano piuttosto che ad imparare cose nuove sullo strumento. Non passo molto tempo ad esercitarmi, l’ho fatto per ore ed ore in passato, ma credo sia naturale man mano che si va avanti negli anni.

Cosa c’è nel tuo imminente futuro? Altri album solisti o il sogno di una band? C’è una band all’interno della quale ti piacerebbe suonare al momento?
C’è sicuramente un po’ di promozione per “There’s Hope”. Ci sarà la presentazione del disco il prossimo 25 aprile al Black Cat di Caserta e ci divertiremo come matti. Dopodiché c’è il nuovo disco solista di Labrie da registrare, ma non c’è ancora una data definita. Una band in cui mi piacerebbe suonare? Humm, probabilmente nei Nickelback: amo la loro musica. Se sapessi cantare non mi dispiacerebbero nemmeno i King’s X, ma questa è un’altra storia!

Marco, vorrei farti i migliori auguri. Spero, in tutto cuore, di poter risentire presto il tuo nome su un album di successo, quale sarà certamente “There’s Hope”. Ti abbraccio e a presto
Un abbraccio a tutti voi e spero di continuare a portarvi tanta musica in futuro!

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