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Mareggiate e derive malsane su Estragon bay

Per i fedeli del post-core e del noise il concerto di Isis e Jesu è uno di quegli eventi ai quali non si può mancare. Aaron – Mr. Hydrahead – Turner e Justin K. Broadrick, per anni la mente di una delle creature più inquietanti nella storia del “metal”: Godflesh. Due musicisti fuori da qualsiasi convenzione, due uomini di talento, sensibilità e umiltà.

L’Estragon non apre i cancelli prima delle 21.30, quando un discreto quantitativo di pubblico riempe il locale solo a metà. Inizia Tim Hecker, un deforme folletto malato con una presenza scenica che si presta alle più fantasiose interpretazioni (si va da Edward mani di forbice a Il gobbo di Notre Dame, ma qualcuno parlava anche dei cattivi di Mad Max o Jagger di Ken il guerriero). Il pubblico si divide tra chi si guarda intorno indifferente e chi dissimula il proprio stupore-disagio, persone visibilmente infastidite e altre palesemente schifate, quei due-tre che fingono di apprezzare e quei cinque che apprezzano. Non è sperimentalismo di facile presa quello di Tim Hecker, sembra uno scienziato morboso alle prese con qualche strano macchinario che non produce suoni ma deviazione e disturbo, in tutta calma tira una leva o spinge un bottone, impassibile sotto una maschera di ferro a coprire il volto incorniciato da un cappuccio nero. Ambient, noise, drone-doom, non è musica che si presenta facilmente ad un pubblico appena arrivato, non abbastanza caldo (o bevuto) da potersi lasciar andare, così la prestazione passa quasi inosservata, una sorta di intro folkloristica a quello che sarebbe seguito.

Justin Broadrick con i suoi Jesu, osannati un po’ ovunque per il disco omonimo uscito recentemente dal grembo di mamma Hydrahead, devono portare il peso di un nome importante dal quale nessuno ormai si aspetta niente meno che qualcosa di significativo. Rivedere Justin su di un palco, così schivo e timido, è davvero toccante; nonostante il suo curriculum Broadrick sa di essere di nuovo un debuttante, questa volta con i Jesu, una musica forse inadatta per essere apprezzata dal vivo e che trova un contesto sicuramente migliore nella solitudine. L’Estragon non è certo il locale più adatto ad una esibizione di questo tipo, l’entrata/uscita a lato del palco, il pubblico raggruppato alla meglio a pochi metri dai musicisti, una visuale coperta già oltre la quinta fila ma soprattutto un’acustica dispersiva, che costringe a volumi improbi per permettere a tutti di sentire qualcosa. Il concerto si sente quasi meglio dall’esterno dell’Estragon, visto lo spazio aperto e la forma piatta e geometrica del locale, che rifrangono e alimentano il suono rendendolo troppo confusionario. Jesu, dicevamo, penalizzati da suoni impastati e fastidiosi per rendere l’effetto “boombastic” dei bassi a frequenze catacombali, un’equalizzazione che stordisce le persone ai lati bombardate dalle casse, che fa sparire la voce per qualcuno delle file centrali. Problemi tecnici e sfortune varie contribuiscono a spezzare la tensione che riescono a tratti a ricreare riproponendo una buona parte dell’album, i risultati migliori si hanno quando coinvolgono il pubblico con i pezzi più cadenzati come “Friends Are Evil” o con il materiale proposto verso la fine del concerto, quando si è quasi raggiunta un’equalizzazione accettabile. In tre parole: meglio su disco.
[PAGEBREAK] Gli Isis diversamente dai Jesu si prestano meglio all’esperienza collettiva. La loro musica è carica di emozioni, un flusso inarrestabile di vibrazioni che per più di un’ora ha svuotato le menti dei presenti dalla banalità della vita ordinaria. Il pubblico a questo punto diventa numeroso, su una base campionata uno alla volta vengono fuori i musicisti e partono subito con una sfilata di pezzi tratti da Panopticon. I primi quattro brani del disco vengono eseguiti in ordine sparso e le prima punte di coinvolgimento arrivano con una “So Did We” spostata al secondo posto in scaletta, ora i suoni sono migliori, le esagerazioni noise dei Jesu non servono alla creatura di Mr.Turner, che forse abbassa di una tacca la manopola dell’amplificatore, ma con i giochi di dinamiche dei pezzi l’effetto-deflagrazione è assicurato. La pulizia sonora rende giustizia anche all’impeccabile prova dei musicisti alle corde (qualche errore del batterista invece), ottima anche la voce di Aaron che stupisce per potenza e intonazione, un’esperienza che supera la gratificazione di un ascolto su disco grazie anche al coinvolgimento scenico: il leader degli Isis “sente” la propria musica e lo dimostra nei movimenti ritmati e nella spontaneità della prestazione. Dalla scaletta a sorpresa saltano fuori l’amatissima “Carry” e “Hym” di Oceanic, più un finale (di già?) pirotecnico: nientemeno che “Celestial” dall’album omonimo, che a metà strada si trasforma in “Celestial (Signal Fills The Void)”, il remix del compare Justin K. Broadrick che faceva bella figura sull’EP “SGNL>05″. Piano piano la musica si spegne, restano solo stralci di suono, i musicisti se ne vanno uno ad uno ed il pubblico li acclama. Niente bis o encore, qualcuno prova a richiamarli ma sembra che non sia il caso, scatta la solita disco-night per un altro tipo di pubblico. Resta il ricordo di una prestazione superba, potente e coinvolgente, poco più di un’ora per sette pezzi eseguiti con il cuore. Per chi se lo stesse chiedendo, dal vivo gli Isis rendono alla perfezione, riuscendo a generare una perfetta alchimia tra musica e persone, catalizzando un’atmosfera fatta di suoni e movimenti. Da un gruppo importante e ormai affermato come loro non ci aspettavamo niente di meno.

Un ringraziamento a Nicola per le foto di questo articolo.

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