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  • Marillion: Happiness Is The Road

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Non esiste la strada per la felicità

I Marillion giungono all’appuntamento con il quindicesimo capitolo di una discografia oramai venticinquennale percorrendo la strada forse più inusuale della loro carriera. Pur non essendo nuovi ad iniziative che da un punto di vista strettamente marketing possono essere considerate geniali, tipo per esempio fare in modo che i propri fans finanzino anticipatamente la produzione di un album piuttosto che di un tour tramite la discutibile arte del pre-order, per questo “Happiness Is The Road” assistiamo alla distribuzione volontaria tramite peer-to-peer dell’intera opera in formato digitale. Della serie, se non vuoi farti fregare dai pirati, usa le loro stesse armi. Smenarci per smenarci, tanto vale batterli sul tempo e sfruttare a proprio vantaggio l’occasione, che nella fattispecie significa racimolare tanti bei nominativi con cui rimpolpare il proprio CRM.

Più questionabile invece la scelta di non uscire con l’album laddove maggiormente ci si aspetterebbe di trovarlo, ovvero nei negozi di dischi. Già, perché se al costo del vostro indirizzo e-mail vi siete portati a casa la ventina di mp3 di cui si compone l’opera, se disgraziatamente vi fossero anche piaciuti ed avete quindi deciso di acquistare the real thing, l’unica vostra possibilità di trovare i due argentei dischetti (perché di doppio album stiamo parlando) è recarsi sul sito della band ed acquistarlo online. Ma niente paura: ammesso e non concesso che possediate una carta di credito, e che decidiate di affidarne le sorti alle meraviglie della new-economy, ne troverete non meno di tre versioni: deluxe con copertina in pelle umana, un po’ meno deluxe in due singoli “ciddì” in jewel case oppure, dulcis in fundo, in download digitale, che viene da chiedersi per quale insano motivo uno dovrebbe comprarsi gli scrausissimi mp3 che tanto te li regalano dall’altra parte, ed infatti scopri che se vuoi non li paghi perché ti dicono di fare tu il prezzo. Radiohead anyone?
[PAGEBREAK] Vabbè, lasciato da parte l’aspetto marketing, meglio passare alla musica. Grazie al cielo, da questo punto di vista non possiamo lamentarci. L’opera, si diceva, è divisa in due volumi. Rosso e blu per gli amici, “Essence” e “The Hard Shoulder” per i ritentivi anali, per un totale di una ventina di brani, inclusa la ghost-track piazzata in fondo al primo volume.
Il disco rosso rappresenta il lato più introspettivo di “Happiness Is The Road”, in virtù di sonorità soffuse e riflessive, a cui si contrappongono i toni decisamente più ritmati del disco blu. Meglio uno o meglio l’altro? Trattandosi di un album dei Marillion, difficile dirlo. La qualità media di tutti i brani è notevole, ma in entrambe i volumi troviamo luci ed ombre. “Essence” parte alla grande, e dopo i due minuti scarsi dell’intro “Dreamy Street” piazza subito un mezzo capolavoro come “This Train Is My Life”, che cita neanche troppo velatamente i summenzionati Radiohead, prima di esplodere in un classico crescendo marillioniano. A seguire la splendida title-track, graziata da un finale beatlesiano in stile “Sgt. Peppers” con uno Steve Hogarth in gran spolvero.

Purtroppo da qui in poi i toni si affievoliscono sempre più, e nonostante presi singolarmente i brani seguenti presentino aspetti decisamente apprezzabili, citiamo per esempio le peculiarità di “Nothing Fills The Hole” o le eteree atmosfere di “Trap The Spark”, nel complesso l’album si siede un po’ troppo per risvegliarsi solo nel finale con “Happiness Is The Road”, dieci minuti di brividi e dubbi spazzati via in tempo zero. Hogarth non sarà un gran simpaticone, ma quanto a voce ed espressività crediamo tema pochi confronti. A chiudere il tutto, l’atipicità della ghost-track “Half Full Jam”, brano divertente ma un po’ insipido e tutto sommato poco in linea con le sonorità di “Essence”.
[PAGEBREAK] “The Hard Shoulder” sta a Mr. Hyde come “Essence” sta al Dott. Jekyll: l’altra faccia della stessa medaglia, il lato oscuro della luna se proprio vogliamo scomodare i classici. Schizofonia? Forse. Il disco blu si presenta più eterogeneo e variegato del suo rosso gemello, e forse proprio in virtù di ciò risulta più immediato e facilmente assimilabile. Ad aprire le danze è il rockettino scanzonato di “Thunder Fly”, uno di quei brani un po’ borderline che ai Marillion piace molto inserire tanto per far incazzare i fan, un po’ com’è stato in passato per chicche tipo “Cannibal Surf Babe” o “Most Toys”.

I cinque di Aylesbury si fanno subito perdonare con “The Man From Marzipan” e “Asylum Satellite #1″, due colpi di genio dalle sonorità piuttosto atipiche e decisamente intriganti. Ammirevole il lavoro al basso di Pete Trewavas nella prima, e la sperimentalità della seconda, a dimostrazione che venticinque anni di carriera non hanno minato in alcun modo la vena creativa di questa band. Si prosegue con la lacrimosa interpretazione hogarthiana in “Older Than Me” (…every line on her face is a place and a memory….), mentre una chitarra vagamente blues caratterizza “Throw Me Out”, brano che non avrebbe stonato nel repertorio di Kate Bush. “Half The World” è uno di quei brani senza infamia e senza lode, utile più che altro per traghettarci verso “Whatever Is Wrong With You”, perversamente ammaliante e splendidamente cesellata dalla chitarra di Steven Rothery, che troviamo protagonista anche della successiva “Especially True”.

Il tutto si chiude in bellezza sulle note di “Real Tears For Sale”, il pezzo forse più tradizionalmente marillioniano del lotto.
Che dire? Be’, le vette di “Brave” e di “Marbles” sono ancora distanti, ma siamo comunque su livelli decisamente superiori al precedente, insipido,”Somewhere Else”.
Se un punto debole dobbiamo proprio trovarlo, è nell’abbondanza. E se si fosse pensato ad un unico album, riempito con quanto di meglio offre questa doppia razione di felicità, adesso staremmo probabilmente parlando di capolavoro.

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