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Mario Martone racconta il Risorgimento

Nel corso della propria prolifica vita artistica divisa tra cinema e teatro, Mario Martone si è più volte dedicato ad adattamenti di origine letteraria, da “L’Amore Molesto” (1998), tratto dalle pagine di Elena Ferrante a “L’Odore del Sangue” (2004), dal romanzo di Goffredo Parise.

Due film molto diversi, legati però da una scrittura sprofondata nella psiche dei personaggi, interessata all’indagine dei ricordi rimossi, dei legami tra desideri e vita reale.

Si tratta di un tipo di indagine psicologica che in “Noi Credevamo” di Anna Banti (pseudonimo di Lucia Lopresti) – alla base dell’ultimo film del regista campano presentato in concorso alla 67esima Mostra, 204 minuti di epopea storica – prende la forma di un’impietosa autoanalisi nella quale il protagonista Domenico, attivista e rivoluzionario negli anni delle lotte risorgimentali (che la scrittrice ricalca sulla figura del proprio nonno, Domenico Lopresti), si macera giudicando con durezza la linea della propria esistenza, alla ricerca di errori, macchie, colpe.

«La lotta si è conclusa in un fallimento: voglio dire che mi ritrovo al punto di partenza, cioè di non sapere se ho camminato per vie diritte o storte» scrive il Domenico del romanzo che nel film ha il volto di Luigi Lo Cascio «e il male non è tutto qui, perché l’età e la stanchezza non mi hanno guarito dalla smania di andare in fondo, di rovesciarmi come un guanto e scoprire in me il seme di ciò che chiamiamo destino e che dipende invece dallo scatto delle nostre decisioni». Inevitabile operare un confronto tra i fallimenti privati del personaggio e quelli collettivi di una nazione di cui la Banti ieri e Martone oggi, intendono indagare la nascita.

Fiorentina di origini calabresi, la Banti è stata scrittrice, traduttrice e curatrice di “Paragone”, rivista culturale co-fondata col marito Roberto Longhi. Oggi è semi-dimenticata, tanto che molto delle sue opere non vengono più pubblicate da decenni.

Martone ha lavorato alla sceneggiatura con Giancarlo De Cataldo, già autore di “Romanzo Criminale”, ispirandosi solo in parte alla prosa elegante e pensosa di Anna Banti: «Abbiamo individuato tre figure minori tra i cospiratori italiani dell’Ottocento (Domenico Lopresti, Giuseppe Andrea Pieri e Antonio Sciandra) e abbiamo attribuito le loro vicende a tre personaggi di nostra immaginazione».

I protagonisti del film diventano così tre: a Domenico si aggiungono Angelo e Salvatore, giovani rivoluzionari di origine meridionale. Il film attinge in più punti anche alla lunga e per tanti versi oscura cronologia del Risorgimento italiano, mettendo in luce i duri contrasti tra monarchici e repubblicani e costruendo i dialoghi attraverso le vere parole, estratte da scritti e lettere, dei personaggi storici.

Ecco quindi Toni Servillo nei panni di Giuseppe Mazzini, Francesca Inaudi e Anna Bonaiuto in quelli di Cristina di Belgiojoso; Andrea Renzi, altro nome importante della compagnia di Teatri Uniti, è Sigismondo di Castromediano; Luca Zingaretti è Francesco Crispi, mentre Renato Carpentieri e Luca Barbareschi incarnano rispettivamente Carlo Poerio e Antonio Gallenga.

Giancarlo De Cataldo è anche autore di un’intervista impossibile a Giuseppe Mazzini, interpretato però da Remo Girone, pubblicata qualche settimana fa sul Venerdì di Repubblica e messa in scena nell’ambito della quarantesima edizione di Settembre al Borgo a Caserta Vecchia.

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