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Marlene Kuntz: Cara, non è la fine

L’occasione è quella del Carpisa Neapolis Festival, i Marlene Kuntz hanno da poco incantato il pubblico con vecchi e recenti successi. Godano è quello di sempre: quello che va in estasi sul palco, quello che la chitarra se la cuce addosso e con la quale instaura un rapporto viscerale. I suoi testi e la storia del gruppo saranno argomento della nostra chiacchierata con Cristiano in un camerino pieno di bottiglie di birra digerite sul palco della Mostra d’Oltremare appena un’ora fa. È tutto veramente rock, chiacchierata compresa.

Fin dall’inizio della vostra carriera tutti hanno paragonato i Marlene ad una ragazzina che, crescendo, è divenuta oramai donna. Tu ti senti più padre o compagno di questa Marlene?
Non avevo mai pensato ad una cosa del genere, ma credo di sentirmi più un padre. Considero le mie canzoni come dei figli. E, come ogni genitore, mi piace assumermi le responsabilità delle mie creature. A volte è anche un vero e proprio rapporto d’amore e di passione, ma non vorrei che tra me e i miei testi venissero fuori perversioni (sorriso d’obbligo, ndr). Tutto il gruppo cerca di prendersi quotidianamente la responsabilità nei confronti del lavoro che facciamo. In fondo siamo anche fortunati, no?

Col “Best Of” avete segnato una tappa importante come quella dei quasi vent’anni di carriera. Per molte band sarebbe un punto di svolta, ma i Marlene Kuntz sono stati capaci di rinnovarsi ad ogni disco e su ogni palco. Se ti guardi indietro, però, riesci a trovare un periodo cruciale per la vostra carriera?
La svolta, probabilmente, fu il duetto con Skin. Sembrerò banale a dirlo, ma da quel momento in poi siam finiti in quei soliti discorsi di chi non riesce ad essere quello di un tempo per via della scelta commerciale. Eravamo coscienti del fatto che ciò potesse avvenire, ma “La Canzone Che Scrivo Per Te” è nata nella più totale onestà intellettuale. L’idea di distinguere il commerciale da ciò che non lo è determina inevitabilmente una frattura tra l’artista e un certo tipo di pubblico. Io provengo da un simile ragionamento, ma ora mi sento cresciuto. Crescere non vuol dire sconfessare quello che ti è appartenuto fino a poco tempo prima, crescere vuol dire capire meglio le cose e capire che il senso d’appartenenza ad un sottomondo che ti fa escludere tutti gli altri universi è stupido. Questo per me è la maturità: capire che la bellezza, così come la bruttezza, è dappertutto. Il bello non è un genere tout court. In casa mia ci sono un sacco di dischi veramente brutti che quando li comprai mi sembravano fighissimi. C’è davvero tanta roba inascoltabile, lo posso dire perché sono un musicista e so cosa vuol dire fare buona musica, o meglio: lo so sempre un po’ di più. Ma in tanti non sanno giudicare la buona musica.

Ma, in fondo, la storia del gruppo parla da sé.
Spero di sì, la carriera dei Marlene è stata abbastanza lineare e metodica, un progresso continuo, senza scossoni particolari e con molta consapevolezza. Per gli aspetti positivi non vedo punti di svolta, vedo solo un gruppo che – con fatica! – porta avanti il proprio punto di vista, e che fortunatamente ce la fa, perché esiste nella scena musicale. Ma se penso alle cose negative, vedo la lunga serie di brutte chiacchiere intorno a noi. È da tempo che c’è un sacco di gente che ci da per bolliti, tanta gente che dice che Godano è bollito!, che non ha più niente da dire e che non è più l’osso di una volta. Li lascio parlare!
Ora credo che abbiamo superato la fase in cui queste voci intorno a noi stavano per sopravanzare le voci di chi, invece, continuava a starci dietro e a darci fiducia. Ora è acqua passata, quindi siamo vitali, energici. Ci sentiamo degli splendidi quarantaduenni vogliosi di fare un sacco di cose ancora.
[PAGEBREAK] I Marlene che crescono si portano dietro tanti fan che ai concerti chiedono il vecchio rumore. È difficile tenerli a bada?
Ma fanculo a chi chiede il rumore! Si dicono tante cose assurde riguardo a ciò, ho anche letto qualcosa a proposito giorni fa. È un paradosso pensare che la musica sia buona quando torna ad essere veloce, solo perché rievoca un passato tanto caro a loro. Non capisco che idee abbiano certe persone sulla musica, e succede anche nel mondo dell’underground dove c’è qualcuno in grado di essere felice di condividere la passione per un gruppo con sole altre dieci persone nel mondo, e solo perché le rende esclusive. Succede anche in altri campi, come nel cinema, dove c’è chi giudica lento un film. Mi spiegate cosa vuol dire?
Non possono definirsi dei fruitori di arte, ma delle persone rinchiuse nei propri parametri estetici, che (sia ben chiaro!) io comunque rispetto. Ecco quindi il motivo per cui non voglio che una simile concezione venga rivoltata contro me e i Marlene.

Il progetto de “Il Paese è Reale” è entrato nella scena italiana come una nuova ondata. Voi avete preso parte al lavoro realizzato per “Xl”, quindi tutti vi considerano tra quelli che ci hanno messo la faccia. Credi che cambierà davvero qualcosa?
Noi abbiamo partecipato al lavoro per “Xl”, ma “Il Paese è Reale” è un progetto di Manuel Agnelli che ha supportato la presenza degli Afterhours al festival di Sanremo. Sarebbe stato assurdo parteciparvi senza un disco da promuovere e Manuel ha avuto quest’idea che ha molti lati positivi. Credo che l’intuizione – fin dalla nascita – sia stato incoraggiata dalla sua attitudine a preoccuparsi anche degli altri, forse una fiducia nel suo fiuto d’artista/talent scout. Spero ci sia un concetto di fondo che suona più o meno così: “se la storia va bene, poi tutti potranno coglierne i benefici“. Da questo punto di vista è un’idea geniale, da applaudire. Ma credo che la priorità di Manuel siano gli Afterhours, non il resto della scena indie. E loro son saliti sul palco dell’Ariston portando una canzone che trovo davvero molto bella, in linea con i loro precedenti lavori, ma che pecca nel non essere una ballata. Sono molto bravi nel farne, e – a parer mio – sarebbe stata più adatta all’occasione. Magari potevo suggerirglielo!

Ma i Marlene cosa ne pensano di Sanremo?
Sanremo è un luogo che ci incuriosisce. Noi siamo persone molto curiose e abbiamo la consapevolezza che quel palco sia – ahinoi! – l’unico luogo in Italia dove vai, hai un ottimo spazio e di colpo la gente si accorge che esisti. Noi abbiamo chi ci segue da anni, certo, ma il nome dei Marlene è noto in un ambito ben preciso.
Nel mondo, invece, ce ne sono tanti di gruppi che con una valida promozione arrivano ad una platea ben più grande; qui in Italia non c’è nulla che aiuti la diffusione della buona musica. Andare avanti nel nome dell’underground comincia a diventare sempre meno semplice. E ancor meno facile è comprendere il giudizio del tuo pubblico quando partecipi ad un progetto come quello di Sanremo. I fan dovrebbero gioire, invece non accade. Ti ritrovi a perdere pareri positivi, a sentir messa in discussione la tua coerenza artistica. Ecco perché vorrei un pubblico più intelligente.

Esiste quindi una reale preoccupazione nel fare o meno certi passi verso il grande pubblico?
Certo! È proprio questo il motivo per il quale gruppi come i Marlene ci pensano bene prima di fare un passo del genere. Ovviamente non esiste solo l’Ariston per avere visibilità: grandi artisti – come Paolo Conte, che io adoro – non hanno mai avuto bisogno di salire su quel palco, ma i loro percorsi hanno comunque incontrato occasioni per il grande ascolto, magari quando le radio sostenevano certe cose che oggi non farebbero mai. Di questi tempi c’è una cosa fondamentale che non è chiara a chi ci segue: anche noi lottiamo per andare avanti, come qualsiasi lavoratore.
[PAGEBREAK] La vostra fatica ha il volto (e il suono) di un interminabile tour.
Sì, i Marlene Kuntz sono in tour da due anni, senza fare alcuna sosta. I live sono la nostra unica fonte di guadagno, quindi si cerca di suonare sempre di più. Cavolo, due anni non sono pochi! È tutto bello, tutto fantastico, facciamo quello che abbiamo sempre sognato di fare, ma di certo è una cosa impegnativa. Credo che non tutti capiscano quanto!

Quindi è ora di tornare in studio?
In realtà in studio siamo tornati recentemente per il progetto “Beautiful”, insieme ad Howie B e Gianni Maroccolo. È un lavoro – nato due mesi fa – che stiamo presentando in giro per i festival, non un nuovo album. Per quanto riguarda il nostro prossimo disco, contiamo di entrare in studio dopo settembre, quando il tour si fermerà. I testi, però, non hanno ancora preso vita.

A proposito di testi, cosa ci dici della tua attività di scrittore? Pare che il tuo libro “I Vivi” sia andato molto bene.
Sì, ho avuto la fortuna di guadagnare rispetto intorno a me per quello che scrivo. L’uscita di un mio libro non ha quindi sorpreso nessuno, anzi – ti dirò – ancora non son riusciti a bastonare quel lavoro. Ne hanno parlato bene, chi più chi meno, ma critiche negative stavolta non sono giunte. Vuol dire che in questa occasione il mio impegno è stato apprezzato. Sono uno che si impegna per fare le cose al meglio.

Ci si avvicina in modo diverso ad un testo che verrà musicato e ad uno che verrà stampato?
Sì, è un approccio completamente diverso. È questione di tempistica, di spazi, di quello che hai da dire e di come lo devi dire. Quando si scrive in prosa non ci sono certe esigenze che, invece, il testo di una canzone ha. In certi scrittori c’è l’indole alla musicalità fra le parole, e questa è prosa artistica: la prosa nella quale le parole fra di loro suonano come in un contesto poetico. Anche le idee che sono alla base dei due testi sono molto diverse. I miei racconti nascono da una storia semplice, poi occorre creare un tessuto che crei suspance e spessore alla storia, un tessuto di parole che sia affabulatore, accattivante per il lettore fino alla fine, dove ci sarà il colpo di scena. Questo è quello che cerco di fare quando scrivo in prosa, per i testi musicali è tutto diverso.

Uno dei più grandi regali che i Marlene Kuntz hanno fatto al loro pubblico è stato il booklet di “Uno”, nel quale si poteva trovare – accanto ad ogni vostro testo – la partecipazione di vari scrittori italiani. Ci sarà un altro simile dono?
Non so ancora cosa succederà da qui al prossimo disco, ma non credo accadrà nella stessa forma di “Uno”. È stata un’operazione complessa: ho dovuto contattare tutti gli scrittori (alcuni amici, altri no, ma quasi tutti ammiratori dei Marlene Kuntz) e non è stato semplice chieder loro di entrare nel brano che hai scritto e chiosarlo alla propria maniera. Qualcuno potrebbe non aver voglia di farlo, quindi occorre una specie di spudoratezza. La nostra è stata un’idea quasi folle, però siamo molto contenti del risultato ottenuto.

È passata così la chiacchierata post-concerto con Cristiano Godano. Tra una lezione di poesia e un racconto di un episodio lontano. Il tutto, ovviamente, intervallato da qualcosa da bere.
I Marlene non sono bolliti, questo è certo. MK è semplicemente un marchio di garanzia. Per il resto… in giro c’è tanta invidia!

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