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Marlene Kuntz: Marlene Kuntz: musa di saggezza incomparabile

Venerdì 17 Aprile, ore 17.30: LoudVision ha l’opportunità di intervistare Cristiano Godano. Non è solo la prima per il nostro portale che ha frequentemente trattato i Marlene Kuntz, ma anche la prima della mia carriera personale con Cristiano. Diventa un compito difficile, perché fare il punto dei dodici anni di miei ascolti della loro discografia a varie intensità, di preferenze personali per alcuni loro momenti artistici, di preferenze irrazionali per alcuni loro episodi produce una sensazione a dir poco ineffabile. L’ora e mezza per organizzare il tutto e recarmi sul posto produce il resto dell’adrenalina. Credo che con lo sguardo Cristiano abbia soppesato ed immediatamente compreso lo stato psicologico, concedendo una disponibilità ed una collaborazione al dialogo davvero encomiabile. L’occasione di parlare di “È Tutta Colpa Di Giuda” e, di sfuggita, del recente “Best Of” ha aperto parentesi molto interessanti sullo stato attuale del settore musicale…

Hai già collaborato in passato con Davide Ferrario e la tua musica è già stata protagonista di alcuni lungometraggi. Com’è il tuo rapporto con il cinema?
Da fruitore generico, è il tipo di rapporto di una persona che si confronta con un ambito artistico che riconosce ed intende come importante. I film che percepisco come vere opere d’arte mi donano qualcosa di speciale. Il mio rapporto con il cinema prevede anche una strana ed assurda implicazione negativa. Se non sono più che in forma ed esattamente rilassato, e se non sono particolarmente equidistante dai cibi e dalle digestioni purtroppo patisco lo stare in sala; sono irrequieto, ho bisogno di muovermi ed il cinema non ti permette le pause che ti permette la televisione. A volte sono a rischio di addormentamento anche quando un film è valido e mi sta piacendo. Quindi devo poter vedere un film alle mie condizioni. A casa mia, con un buon schermo, ed ascoltando attraverso delle cuffie, cosa che apprezzo per l’intimità e la ricchezza percettiva che questo strumento consente, riesco a cogliere tutto quello che desidero. Ma capisco che è un peccato perché quando sono in forma e riesco a vedere un film sul grande schermo sono perfettamente cosciente che il cinema costituisce il massimo dell’esperienza per quel genere.

Parliamo nello specifico dell’esperienza di questo film. Per il team di lavoro è stata un’immersione nella vita dell’ambiente che costituisce la scena, ovvero il vero carcere in cui è stata girata gran parte del film con dei veri carcerati insieme agli attori. Una curiosità: hai avuto modo di lavorare direttamente con loro per stendere i pezzi e/o il testo?
No. Le parti che ho girato io sono tutte in esterno. Io non ho vissuto la dimensione del carcere che pure è stata densa ed influente per tutti gli altri attori, ed ha costituito la parte più cospicua del film. Ho avuto un’appendice, comunque. A distanza di alcuni mesi dalla lavorazione abbiamo registrato il video del pezzo che accompagna i titoli di coda, “Canzone In Prigione”, proprio nel carcere, nello stesso cortile dove accadono delle scene abbastanza toccanti del film: dove Kasia parla con i carcerati, dove allestisce la scenografia del balletto, e dove in una scena piena di pathos fa una corsa molto cinematografica salendo sopra la croce. Al di là di quello non c’è stato altro contatto o vissuto con la realtà del film dentro il penitenziario.
[PAGEBREAK] Ci incuriosisce ancora di più, allora, il punto di vista da cui parla il testo di “Canzone In Prigione”
Nello specifico di “Canzone In Prigione” do voce ad un carcerato ideale che esprime la sua lamentela, per quanto con un certo raziocinio, con consapevolezza di essere una persona che ha sbagliato e che sa di dover in qualche modo pagare. Ma che allo stesso tempo si rende conto, e tenta di comunicare alla società, che il carcere è un’istituzione paragonabile il più delle volte ad un tappeto, come viene detto nel film, al di sotto del quale viene buttato tutto ciò che si vuole nascondere. Ma il vero problema rimane “O’ Tappeto”. L’ho sempre pensato e ho condiviso questa metafora del film; con Davide c’è stato un momento di confronto in cui gli ho detto che avrei voluto fare una canzone che parlava in questi termini del carcere. È stato quindi un cogliere l’ispirazione da questo piccolo spunto di dialogo ed un approfondendo, mentre mi preme far notare che il film in realtà non è sul carcere, è solo ambientato nel carcere, ma parla di religione. La nostra è stata una scelta di taglio particolare, ed io mi sono sentito di fare una canzone che desse voce ai carcerati.

Un tema ricorrente sia nella colonna sonora che nel film, è che il carcere sia l’espiazione (una Passione), che quelli nel carcere siano stati i cattivi secondo la morale comune e la legge/il diritto che condanna. Anche il rock secondo te inizia con la dannazione per poi cercare redenzione e catarsi, aspirando all’esposizione dei propri demoni? Credi che nella scelta della musica Davide Ferrario abbia cercato i Marlene Kuntz anche per questo?
La tua è un’interpretazione curiosa e corretta. Mi trovi concorde. Non penso però che Davide abbia fatto primariamente la scelta di una colonna sonora rock, in particolare quella dei Marlene Kuntz, in funzione di questa connessione che hai individuato. Davide è un estimatore dei Marlene Kuntz da molto tempo, e c’è mutuo rispetto per il nostro lavoro. Con questo film ho avuto modo di conoscerlo bene anche come pensatore, e quindi come persona che ha costruito delle riflessioni di una certa profondità. Quindi almeno subliminalmente sono abbastanza certo che questa connessione tra il tema dell’esorcizzazione o esposizione dei propri demoni durante e dopo il senso di colpa del carcerato, e la catarsi dei propri fantasmi nel rock, sia una cosa che lui abbia quantomeno percepito.
[PAGEBREAK] I Marlene Kuntz vengono ora definiti come una commistione di noise rock e forti radici di musica cantautorale nostrana. Nella vostra maturazione, visto il recente “Best Of”, che cosa hanno significato Mina, Giorgio Gaber, e PFM? I Marlene Kuntz hanno una forte identità, e l’atto di produrre una cover non può avere il semplice fine di “omaggio”…
La vedi giusta. Anche se due di quelle tre cover sono venute fuori per delle occasioni legate a contingenze, a momenti in cui ad un certo punto ci è stato proprio chiesto di farle. La PFM è una cover che risale a quando ci hanno ospitato la prima volta a Scalo 76. Avevamo tre pezzi a disposizione e ci è stato chiesto di essere collaborativi, quindi di proporre tra questi anche un brano di repertorio storico italiano; sostenevano che tre pezzi interamente nostri avrebbero potuto rappresentare un problema per lo share, già in calo in televisione quando viene messa in onda una trasmissione musicale. Un gruppo come il nostro, che non è esattamente pop, non ha la caratteristica di piacere a chiunque. La richiesta era di fare qualcosa di più accessibile e la proposta è caduta su “Impressioni Di Settembre”. Mi è parsa una buona idea, anche perché sono sempre stato piacevolmente colpito da quel pezzo. “La Libertà” di Gaber, invece, ci è stata commissionata per la colonna sonora di un’opera cinematografica uscita per la Feltrinelli, una sorta di mediometraggio di denuncia sociale, fortemente politico. Mina, invece, è stata veramente scelta con quell’intento che hai sottolineato tu. Con tutta la deferenza e con tutta la paura del caso, di andarci a scontrare contro un mostro sacro che ci poteva scagliare via con un soffio. Eravamo pienamente consapevoli, tuttavia, che la sfida era quella di ottenere un risultato dalla forte impronta Marlene Kuntz. Solo se questa cosa fosse riuscita avrebbe avuto un senso, perché una cover o viene fatta come omaggio, rispettando quindi anche un devoto metodo filologico nella riproposizione, oppure per dare un’impronta personale ad un pezzo non proprio, quindi una sorta di rivisitazione molto creativa. In questo secondo senso, credo che in “Non Gioco Più” il risultato sia stato raggiunto, e a confermarcelo è stata proprio Mina che nella persona della figlia ci ha fatto giungere i suoi complimenti.

Di quello che hai detto mi ha colpito che Scalo 76 abbia suggerito una cover per il motivo che hai citato. La musica sta attraversando un momento veramente duro se si è arrivati a dover valorizzare agli occhi del telespettatore medio un gruppo, con una carriera già di per sé consolidata, attraverso l’uso strumentale di cover di canzoni-culto… Ricorda molto l’abitudine di far cantare cover ai ragazzi di X-Factor
Essere musicisti e pensare di lavorare in questo settore oggi è molto duro. Fenomeni come X-Factor non li identifico per forza come particolarmente negativi, perlomeno non oggettivamente. L’unico problema oggettivo può essere il far credere che il mondo della carriera musicale sia dorato. La musica sta soffrendo come non mai in questo periodo, ed è tutt’altro che un traguardo trovare un modo per riuscire ad entrare nel settore. Arrivare ad un disco è sempre stato un traguardo difficile; in X-Factor chi vince dopo tempo, impegno e costanza arriva sicuramente a meritare la possibilità di registrare, che però rappresenta solo l’inizio. L’inizio in un mondo difficile e un inizio diverso, che dimostra tutti i limiti dell’induzione quando parte l’attività dal vivo, quella che nel percorso di un gruppo che segue la via tradizionale comincia molto prima. La differenza di comunicatività con il pubblico e di gestione del palco, è una delle caratteristiche immediatamente distinguibili tra un vincitore di quel concorso ed il professionista che è arrivato al disco attraverso concerti, convincendo una realtà discografica a credere ed investire su di lui. Senza nulla togliere alla preparazione tecnica di chi arriva alle finali di X-Factor, che comunque riconosco essere notevole.

Parliamo del live di stasera. Dopo il “Uno Live In Love” senti di preferire quel tipo di concerto o l’assetto elettrico?
Da fruitore, a parità di bontà della musica, preferisco un buon concerto da seduto, in cui sei in grado di assaporare e contemplare quello che hai davanti. Da musicista non saprei scegliere. Ti direi quella teatrale se dovessi darti una risposta immediata, ma di fatto mi sto divertendo molto anche a fare serate come questa, come quelle del tour appena iniziato. Il punto è che sono felice di far parte di una dimensione come quella dei Marlene Kuntz dove ci è possibile spaziare sperimentando sonorità e soluzioni nuove, e poi esprimerle negli ambienti più appropriati – talvolta il teatro appunto – cosa che non è assolutamente facile in Italia. Questo ci permette di uscire dai cliché e rinnovare ogni volta i contenuti che proponiamo.

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