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Marta Sui Tubi: Giovanni sui tubi

I Marta Sui Tubi solo qualche anno fa suonavano per le strade di Bologna e dopo quattro album e un EP ora attirano centinaia di fan a ogni loro concerto. Non stiamo parlando di un gruppo mediatico, quello che Giovanni e Carmelo sono riusciti a ottenere è dovuto solo al loro essere artisti e alla loro capacità musicale che si differenzia dall’orda attuale di band che suonano a stampo e senza pensare.
Giovanni, prima del loro live al Magnolia, ci concede parte del suo tempo lottando con le zanzare dell’idroscalo milanese.

Ciao Giovanni! Inizierei subito a parlare del titolo del vostro album “Carne Con Gli Occhi”.
G: Carne con gli occhi è il ritratto sintetizzato di tutte quelle persone che pensano di vivere in un mondo tutto loro senza preoccuparsi di quello che succede. Gli va bene tutto, non creano tanti problemi e tirano a campare pensando solo al proprio orticello. Non è questione di persone che portano abiti firmati: con quel titolo ci riferiamo soprattutto a gente come le veline e i tronisti. Quelli sono solo carne con gli occhi e lo è anche tutta la gente che passa le giornate su internet a leggere gossip su quello e su quell’altro. Persone senza spina dorsale. Per salvarci da questa situazione, che negli ultimi anni è peggiorata parecchio, dobbiamo trovare la risposte dentro di noi, basandoci su i nostri mezzi. Pensare che i media o altri canali informativi ci possano aiutare ormai è utopia pura perché non forniscono esempi sani per i giovani di oggi.

Parlando sempre del vostro ultimo album mi sono piaciuti molto gli intermezzi parlati, soprattutto quello presente nella canzone “Le Cose Più Belle Durano Poco”, che riprende una voce femminile registrata tipo call center. Come nascono queste idee?
G: Sono cose che nascono da momenti di allegria ed euforia, quando cominciamo a sparare cazzate stando insieme. Quella a cui ti riferisci tu, ti fornisce i numeri giusti per le cazzate ad esempio se vuoi sapere le avventure sessuali di Gigi D’Alessio, mentre per le cose importanti, che realmente ti servono, non ti da le informazioni necessarie. Scherziamo sul fatto che al giorno d’oggi il contatto umano tra azienda e consumatore non esiste più. Adesso passi per questi mega centralini computerizzati perdendo quel gusto di interagire con la figura umana che sta comprando il tuo prodotto.

Siete partiti da Marsala per arrivare a Bologna e ora siete a Milano. Cosa avete perso e guadagnato in questa migrazione?
G:
Non è stata una migrazione volta a suonare, a far musica. Prima di Bologna, io e Carmelo non abbiamo fatto musica insieme. Poi Carmelo è rimasto a Bologna e io mi sono trasferito a Milano. Ognuno di voi vive la sua vita e ci troviamo a Milano per provare. Penso che la cosa che è cambiata è il trascorrere degli anni e con loro siamo cambiati anche noi, come del resto succede a tutti e vedi le cose in una prospettiva diversa. Rispetto a una decina di anni fa, l’aspetto ludico e avventuriero ha lasciato il posto a un aspetto più professionale, un atteggiamento nostro di fare uno spettacolo con tutti i crismi. Prima eravamo più garibaldini e quello che succedeva, succedeva. Per il lato compositivo penso che non sia cambiato granché. Sicuramente il suono è più strutturato e meno minimale.

Ho letto sul vostro sito che avete fatto un live dentro un igloo con strumenti fatti tutti di ghiaccio …
G:
Noi abbiamo fatto poco, siamo andati lì e abbiamo suonato. Tutto è successo in Val Senales grazie a un festival che si chiama Ice Music: il posto è bellissimo perché è in un ghiacciaio a cui si arriva solo con sci o gatto delle nevi. Entri in questo igloo, che contiene più o meno una sessantina di persone, dove ci sono delle gradinate e questo palchetto dove trovi un set di percussioni di ghiaccio, una batteria, un violoncello e una chitarra. È stata una bellissima esperienza, come entrare in un mondo fantastico! Vedere questi strumenti scolpiti nel ghiaccio ha il suo perché.

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Vi considero una band che si è fatta da sola, senza scomodare politici che non vogliamo neanche nominare. Dalle strade di Bologna fino ad arrivare al live qui al Magnolia, penso che abbiate molto merito. Che parole puoi spendere per i gruppi che si autoproducono?
G:
La strada è quella giusta. Bisogna credere nelle proprie idee e pensare che quello che si fa possa piacere ad altri. Oggi il profilo dell’artista maledetto è un po’ in declino. Se non ti dai da fare tu in prima persona, anche tramite internet, è difficile che qualcuno bussi alla tua cameretta. Anche se hai il tuo personale “Dark Side Of The Moon” nel cassetto è impensabile che qualcuno ti aiuti se non te stesso. La mia adolescenza è passata senza l’uso del PC e nessuno ne sentiva il bisogno. Non c’erano neanche i cellulari e, quando dovevi fare una tournee, dovevi fare le telefonate a casa degli amici per avvisare del concerto. Oggi c’è internet e tutto è più semplice. La contropartita di questa storia è che c’è tantissima concorrenza. Si spera che tra la quantità ci sia una selezione qualitativa… La gente che va a vedere i concerti sono i veri giudici. Se tu suoni non hai diritto a diventare qualcuno, è la gente che deve decidere.

All’ultimo festival di Sanremo avreste dovuto suonare sul palco dell’Ariston con Anna Oxa ma l’eliminazione prematura della cantante non vi ha permesso di farlo. Vi dispiace o chissenefrega? Avreste potuto barare facendo votare i vostri fan al televoto…
G:
Certo che ci dispiace! Sarebbe ipocrita dire che non ci dispiace. Eravamo d’accordo con la Oxa di suonare il suo brano nella nostra maniera. Potevamo barare sul televoto ma anche se siamo siciliani di mafia non ce ne intendiamo tanto. Amen, è andata così. Certe cose possono anche non dipendere da te. Certo che se fosse stata eliminata dopo aver suonato insieme allora ci saremmo presi un po’ più di responsabilità, invece è andata così.

Vogliamo parlare di “Tamburi Usati”, etichetta musicale creata da voi?
G:
Abbiamo preferito fare la nostra strada per decidere noi quando far uscire i dischi e quanto poter investire. Non volevamo ingerenze da parte di nessuno sia dal lato artistico sia dal lato promozionale. Non includiamo altre band, con la nostra etichetta ci siamo solo noi e resterà così. È un nostro rubinetto quando vogliamo far uscire qualche canzone. Non ci interessa, anche se è una cosa bella, fare come i Tre Allegri Ragazzi Morti con la Tempesta Dischi. Non avremmo le competenze e il tempo per attuarlo.

Ho visto i teaser su YouTube che precedevano l’uscita del vostro ultimo disco.
G:
Si (ride), improvvisazione pura. Ad andare in giro per Milano con una chitarra e un po’ di alcool in corpo non sai mai cosa può succedere e chi si può incontrare! Quei filmati sono tutti di personaggi veri incontrati per caso quando uscivamo dalla nostra saletta prove per andare a bere qualcosa al bar più vicino. Abbiamo pescato uno che sembrava saper tutto lui e che ci dava consigli senza neanche conoscerci e poi una signora che si era invaghita di Carmelo.

L’ultimo CD originale che hai comprato?
G:
Io penso quello di Checco Zalone, tre anni fa! (ride). Davvero straordinario. Se vogliamo essere seri invece ti dico l’ultimo dei Radiohead. I loro album li compro sempre. Possono fare qualsiasi cosa. Di loro mi piace la voglia di sperimentare, il loro sound e il loro approccio. Li considero un po’ come i Pink Floyd del duemila.

Conosciamo tutti i vostri inizi. Vorrei invece chiederti come si vedono i Marta Sui Tubi in un futuro prossimo.
G:
Noi non facciamo programmi a lunga scadenza. Cerchiamo di fare canzoni al meglio che possiamo. Quando siamo pronti facciamo un album e un tour, fino a quando avremo voglia di farlo. Siamo tranquilli. Abbiamo il nostro seguito, non riempiamo gli stadi ma per fortuna viviamo di quello che facciamo. È un privilegio, quindi ognuno di noi vive di quello che suona. Vivere delle nostre idee è una grossa responsabilità. Cerchiamo di stare in una dimensione leggera e impegnata che ci permetta di fare canzoni come vogliamo noi.

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