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Marta Sui Tubi: “Il rapporto con i fan è come un matrimonio!” [INTERVISTA]

Le vie dell’alternative sono infinite. Lo sanno bene i Marta Sui Tubi (tornati da un anno a questa parte alla originaria formazione in trio, con Giovanni Gulino – voce, Carmelo Pipitone – voce e chitarra, e Ivan Paolini – batteria), che ad oggi possono annoverare un curriculum di tutto rispetto, fatto di ben sei album (prodotti dal 2003 ad oggi, alcuni di questi caratterizzati anche da importanti collaborazioni), una partecipazione al Festival di Sanremo 2013 che ha lasciato il segno (suscitando l’attenzione e il plauso di pubblico e critica) e svariati concerti dal vivo che li ha fatti apprezzare da migliaia di fan sparsi in tutta Italia.

Il segreto del loro successo? Sicuramente la capacità di non ripetersi mai, e di cimentarsi ogni volta in un nuovo lavoro attingendo alle diverse sfumature di quella gloriosa forma d’arte che è la “musica”. E in un genere come quello alternativo, un simile approccio è quasi da considerarsi “la regola” che serve per non soccombere alla banalità e alla ripetitività, fermo restando l’importanza di tenere sempre in considerazione il rapporto che negli anni si costruisce con i fan. Infatti, quello col proprio pubblico è un sodalizio unico a suo modo, e pertanto deve essere alimentato nella giusta maniera: per esempio, coinvolgendolo direttamente nella prossima produzione di un disco, dando in questo modo l’occasione di esprimere dei pareri a riguardo e/o addirittura di contribuire a livello finanziario (come insegnano ormai da qualche anno le varie piattaforme di crowdfunding, si pensi a Musicraiser). Una formula senz’altro vincente, che da una parte salva l’autenticità dell’artista (grazie ad un mercato alternativo in grado di fare concorrenza a quello commerciale, ben più vasto e conclamato), e dall’altra restituisce al fan un ruolo incredibilmente significativo, che lo svincola da quello di semplice “fruitore musicale”: lo rende direttamente partecipe di un progetto, dove i suoi gusti e pareri vengono tenuti in considerazione e il risultato finale non sarà solo frutto dell’arte messa in gioco dal musicista.

E questa è sostanzialmente anche la logica che si nasconde dietro la realizzazione de “LoStileOstile” (Antenna/Believe), il sesto album in studio per i Marta Sui Tubi, dove la capacità artistica e il ritorno all’attitudine primordiale del trio Gulino-Pipitone-Paolini si mischia alla partecipazione diretta del loro pubblico, con il quale ormai si è instaurato un rapporto estremamente intimo.

Di questo ed altro ce ne ha parlato il cantante e frontman della band, Giovanni Gulino.

Sesto album in carriera e almeno 14 anni di attività alle spalle. Come vi sentite?

I Marta Sui Tubi sono ancora in giro e in gran forma: abbiamo un botto di concerti questo mese e non ci fermiamo un attimo!

State ancora promuovendo l’album?

Bè, ormai andiamo in giro a proporre i nuovi brani dell’ultimo disco e non solo. Sicuramente la prima parte del tour nei club è stata più incentrata sul nuovo album, che praticamente eseguivamo per intero. Adesso invece stiamo dando spazio e respiro anche a vecchi brani, quelli ch magari piacciono di più o semplicemente non eseguiamo da un po’ di tempo.

Quindi è un tour che state costruendo giorno per giorno.

E’ un tour già abbastanza fitto di date, ma molti concerti sono ancora da confermare e organizzare. Il calendario resta abbastanza aperto. Abbiamo il nostro bel da fare, insomma!

A proposito dell’album, non ho potuto fare a meno di ascoltarlo con un attenzione diversa rispetto ai precedenti. Cosa vi ha ispirato per quest’ultimo lavoro?

Bè dipende da cosa hai notato di particolare…

martasuitubi4Personalmente, una cura del suono diversa e forse una maggiore accessibilità ai testi , che di norma sono molto articolati.

In genere noi cerchiamo sempre di non ripeterci e non risultare banali, non solo di album in album ma addirittura nello stesso disco che stiamo registrando, tra una canzone e l’altra. Non è semplice perché comunque restiamo fedeli a un certo stile e non andiamo certo a cimentarci nella salsa e merengue!! Probabilmente questo album si differenzia dai precedenti perché è stato concepito, scritto, arrangiato e registrato in 4 mesi (da settembre 2015 a gennaio 2016). Siamo partiti da zero, avevamo delle idee che ci portavamo dietro da mesi e volevamo concretizzarle come una specie di album di fotografie: un racconto di un percorso, di un’avventura, di un viaggio che ha coinciso col periodo di produzione. Quindi abbiamo tirato fuori 13 pezzi in 4 mesi, li abbiamo costruiti, arrangiati e registrati.

Il risultato finale è stato un disco che suonava fresco, che sembrava che avesse il suo perché e la sua urgenza espressiva: era la cosa che ci interessava di più. Chiaramente arrivati al sesto album è difficile stupire ancora l’ascoltatore, perché a differenza di quando sei all’esordio discografico o al secondo album la gente sa già che cosa può aspettarsi da te.

Sicuramente è un discorso che vale per i fan che vi seguono da più tempo, ma per chi approccia per la prima volta al vostro sound può essere una vera e propria scoperta, all’interno del panorama alternativo.

La particolarità di questo disco è che si tratta di un concept inconsapevole! E’ venuto fuori da sé: l’elemento che accomuna tutti i pezzi è il tema dell’incontro, inteso come confronto con il prossimo o con determinate situazioni della vita (la nascita, la morte, la vergogna, la fuga ecc..). Ci siamo resi conto di questa caratteristica man mano che registravamo i pezzi e ci rendevamo conto che c’era una sorta di legame: sono narrati in prima persona e spesso ci sono delle domande…come se si volesse richiamare l’attenzione su qualcosa e invitare a una reazione.

Quindi, se il tema de “LoStileOstile” è l’incontro, il messaggio di fondo vero e proprio qual è?

E’ un concetto molto particolare: io penso che l’arte nasca dalla contrapposizione di due forze, da una parte l’attività dell’artista e dall’altra la resistenza della materia. Per esempio lo scultore, il più classico, deve incidere con il suo scalpello un blocco di marmo o di legno, e il risultato della sua arte non sarà tanto la volontà che spinge a rifinire la scultura, intagliare o incidere, ma sarà dato soprattutto dalla resistenza della materia.

E’ una sorta di scambio! Lo stesso vale per il musicista che deve rompere il silenzio, o lo scrittore che deve riempire un foglio bianco: il silenzio ha una forza che annichilisce perché è più grande di te, e un foglio bianco è sicuramente più grande della tua stessa creatività! Quindi devi cercare di infilarti in questa dimensione e dare forma alla materia, ma questa trasformazione terrà conto anche della resistenza della materia stessa. I rapporti tra due persone funzionano più o meno nello stesso modo: tu vorresti diventare amico di qualcuno o amare qualcuno, ma non è detto che l’altra persona sia disposto a farlo. E il rapporto che si verrà a creare sarà per l’appunto il compromesso tra la tua volontà e la resistenza dell’altra persona.

E per quanto riguarda l’aver ricorso a una campagna di crowdfunding per produrre il disco? E’ stata una specie di prova per testare il sodalizio con i vostri fan storici?

Non è altro che la continuazione del percorso che abbiamo portato avanti in questi anni con i nostri fan. Qualche anno fa i nostri fan ci ospitavano persino a casa loro in occasione magari di qualche concerto. Molto spesso ci raggiungono alla fine dei nostri live e ci offrono anche da bere. Si tratta di un rapporto molto intimo: sappiamo cosa la gente vuole, e cioè entrare in contatto con noi (a volte sono disposti davvero a dare veramente l’anima!). Ma anche per quello che riguarda tutti i lavori collaterali alla produzione di un disco (la grafica, i videoclip), ci siamo sempre rivolti a persone che comunque erano appassionate della musica che facevamo, non abbiamo mai lavorato con dei professionisti che magari non avevano nemmeno idea della nostra attività. Quindi non abbiamo fatto altro che istituzionalizzare questo rapporto attraverso una campagna su Musicraiser che fra l’altro mi vede anche fondatore (quindi gestisco direttamente tutti i movimenti del caso). Ed è bello osservare tra l’altro che passano per la piattaforma moltissimi progetti musicali finanziati dai fan dei vari gruppi musicali. Penso che sia una cosa molto interessante, perché in qualche modo certifica il fatto che veramente il tuo lavoro sia tanto voluto e apprezzato da chi ti segue, ed è anche una risposta a domande tipo “Ragazzi, ma questo disco ha senso che venga fatto oppure no? Lo volete davvero oppure no?”.

Sono domande molto coraggiose per chi fa questo mestiere, perché non esiste nulla di scontato e non è detto che hai fan possa piacere quello che hai in mente. E’ come un matrimonio: si invitano i fan a prenotare in qualche modo una copia del disco (aggiungendo magari dei supplementi), a fronte naturalmente di un contributo economico che servirà a realizzare questo disco. E’ un atto di fiducia gigantesco da parte dei fan, che inevitabilmente ti responsabilizza maggiormente sul lavoro che stai facendo. E’ uno strumento interessante, non necessariamente alternativo alla discografia, ma è complementare alla stessa, dando l’opportunità di accumulare i fondi prima ancora che il disco venga realizzato. Una specie di manna dal cielo!

In questo senso, conferisce anche maggiore significato e importanza a un mestiere come quello del musicista.

Assolutamente!

A quale genere di esperienze accumulate negli ultimi anni avete attinto per realizzare questo album? C’entra in martasuitubi_1qualche modo anche la scelta di ridimensionare la formazione e tornare ad essere un trio come agli inizi della vostra carriera?

Sicuramente ci ha influenzato molto l’ultimo tour di “Muscoli e Dèi” di due anni fa (per il decennale dell’uscita dell’album), e in quell’occasione siamo tornati ad esibirci in trio per riproporre proprio quei suoni che ci caratterizzavano agli inizi. Ci siamo accorti che in qualche modo la gente apprezzava molto di più quel tipo di sound più grezzo, sporco, violento e diretto. E quindi forti di questa bellissima esperienza abbiamo pensato di proseguire con questa formula del trio per recuperare quelle caratteristiche li, tornare a quei suoni più spigolosi. E non tanto per recuperare quel modo di suonare, ma piuttosto l’attitudine con cui lo facevamo a quei tempi. Da questo punto di vista, sentiamo sempre e comunque il bisogno di continuare a differenziarci, considerando soprattutto l’imperversare dell’elettro pop, della musica elettronica: suoni troppo patinati e artificiali. Non significa che a noi non piaccia, ma che semplicemente abbiamo gusti differenti.

Nell’arco della vostra carriera avete avuto anche modo di osservare come stava mutando nel frattempo il panorama della musica alternative. Che idea vi siete fatti a riguardo, in virtù anche delle nuove band emergenti?

Una volta se pensavi ad alternative lo associavi principalmente al “crossover” (termine utilizzato in ambito musicale per descrivere materiale preso in prestito da più generi differenti, e la cui popolarità supera i confini convenzionali della musica e dei suoi stili). Oggi, invece, non è più così: vedo soprattutto i giovani avvicinarsi maggiormente all’hip hop, che è di per sé una forma di espressione che non ci appartiene. Ma comunque è anche un fenomeno di cui tenere sicuramente conto.

Probabilmente perché è diventato, soprattutto in Italia, un genere estremamente accessibile a chiunque. Lo dimostra anche il fatto che molti si cimentano nel rap e nell’hip hop, piuttosto che in altri generi.

Assolutamente, perché è molto più semplice: non devi saper cantare e non devi saper suonare. Ma la mia non vuole essere una critica, ma solo la constatazione di una tendenza che è esplosa in Italia con 25 anni di ritardo. Cioè, io mi ricordo dei Beastie Boys, dei Cypress Hill, e in Italia nel frattempo c’erano già i Sangue Misto, i 99 Posse. Quello era RAP! Oggi si è trasformato in hip hop, una roba di massa che coinvolge soprattutto i teenagers. Denoto, inoltre, che c’è una volatilità di gusti musicali incredibile, perché veramente ci sono questi rapper che il più delle volte durano l’arco di una stagione, e se non si ripetono in qualche modo il pubblico cambia gusto e profeta rapidamente. Poi però c’è anche da considerare tutto questo fiorire della musica cantautorale moderna che in qualche modo mi fa stare bene: mi fa capire qual è lo stato dell’arte e della musica impegnata in Italia (pur non ripercorrendo magari le orme del cantautorato storico), e del fatto che comunque si sappia riproporre sempre in maniera diversa (si pensi ai vari Dimartino o Calcutta).

Si tratta fondamentalmente di tanta gente che oltre alla musica ha anche molte cose da dire in maniera originale, e sanno esprimersi in maniera convinta. Non posso che apprezzare tutto questo.

Tornando all’album, nelle volte precedenti avete potuto contare su importanti collaborazioni, come Lucio Dalla e Franco Battiato. Questa volta come è nata l’idea di coinvolgere una cantante come Gigliola Cinquetti?

In realtà non è stata una cosa programmata, ma l’abbiamo conosciuta direttamente in studio di registrazione. Casualmente anche lei si trovava lì in quei giorni, e ci siamo semplicemente conosciuti, scambiato quattro chiacchiere. Da lì è nata una simpatia che poi abbiamo voluto subito mettere in pratica, facendole ascoltare i nostri pezzi e chiedendole di fare qualcosa con noi. Se consideri che tutto è accaduto nell’arco di mezza giornata, dopo appena in 10 minuti ha preso il microfono e ha cominciato a cantare il brano “Spinta Lenta”. Credo che il suo intervento sia stato molto profondo, ha dato maggiore spessore a questa canzone. Io personalmente sono rimasto molto soddisfatto dalla cosa, anche perché mai nella vita avrei immaginato di fare un duetto con Gigliola Cinquetti! Si direbbe che questa sia una ulteriore sfumatura del tema dell’album: da questo incontro è nato qualcosa di estremamente positivo.

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