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  • Martriden: The Unsettling Dark

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Allievi, in attesa di superare i maestri

Si erano già presentati bene i Martriden, quintetto del desolato Montana (non esattamente una zona che brilla per le produzioni di metal estremo) che solo un anno fa aveva ben impressionato con l’omonimo EP, e per una volta un minimo di giustizia divina ha portato un promettente gruppo ad un esordio discografico. Esordio che potrebbe essere definito come la quadratura del cerchio, difatti le coordinate sono rimaste le medesime ma raffinate e sviluppate per tirare a lucido il debutto.
Il sound è un ottimo black/death che pesca a piene mani dalla tradizione europea, musicalmente devoto a signori del calibro di Opeth ed Enslaved, e perfettamente supportato da notevoli capacità tecniche, nonché da un songwriting decisamente valido se è vero che nei 46 minuti di quest’opera prima non si ha quasi mai il tempo di annoiarsi.
Evidente anche lo spettro degli Emperor, non tanto quelli del seminale “In The Nightside Eclipse” quanto più quelli di rottura e rivoluzionari di “IX Equilibrium”, punto di volta che segnò uno spartiacque concettuale e stilistico nell’allora granitico integralismo black metal. I Martriden hanno seguito decisamente la seconda via tracciata da Ihsahn & Co., quella che lungo il percorso di mutazione del black metal ha chiamato a raccolta chitarre death, un certo feeling prog per la complessità delle partiture e ha rivestito il tutto di una coltre vagamente sinfonica. La conseguenza di questa scelta è, da un lato, il perdersi di quel feeling grezzo e acido del tradizionale metallo nero, dall’altro il manifestarsi di una cifra stilistica fatta di tecnica, potenza, precisione e pulizia; tutti elementi ben presenti in questo “The Unsetting Dark”.
Una perfetta fotografia del disco l’abbiamo già con il poker di brani in apertura: pezzi variegati e dinamici in cui spicca la capacità di fondere diverse correnti musicali, senza risentire dell’effetto collage, anzi, amplificando il mood del disco che resta facilmente riconoscibile durante l’ascolto. Convivono così perfettamente un sound di matrice svedese, aperture quasi classic metal (“Ascension pt.I”) e ottimi momenti acustici (“Ascension pt.II”) senza disdegnare rallentamenti doomeggianti, giusto per non farsi mancare niente. A questo punto si attende che la necessaria esperienza sul campo permetta al gruppo di lasciarsi definitivamente alle spalle le ombre dei maestri che rischiano di diventare, nel tempo, più un freno che un’ispirazione.
È solo il primo disco, c’è il tempo di arrivare a fare grandi cose.

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