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La Maschera: “La ricerca continua è l’unica cosa che può garantirti una vita felice” [INTERVISTA]

Oggi, venerdì 10 novembre 2017, esce “ParcoSofia” il nuovo disco de La Maschera, per la label campana Full Heads/dist. Audioglobe, resident band partenopea, da un sound folk ma dal respiro internazionale.

Il secondo disco, lo  si sa, è il vero banco di prova per un artista, è quello che permette di scendere dal filo di rasoio che divide “fama” da “successo”, e – almeno per la discografia – sancisce l’eventuale incoronamento del cavallo di  razza da continuare ad allevare nella propria scuderia.

ParcoSofia  è una storia di vita vissuta, non è un concept album ma sono undici tracce che parlano del popolo. C’è chi le storie le ascolta e le fa sue e chi le vive e ne fa un capolavoro. Roberto Colella, autore dei testi e frontman della band, appartiene alla seconda schiera. Un disco che profuma di Napoli, di vicoli, di autenticità, allegorie che ti riportano di colpo sui sanpietrini di Piazza del Gesù Nuovo o tra le bandierine dei Quartieri. Ma Napoli non è solo folklore, profumo di vita, pizza – taralli e mandolino, è anche lotta quotidiana contro il malaffare ed i faccendieri e questo La Maschera ha il coraggio di metterlo per  iscritto. Un album che sa essere anche goliardico, che non dimentica la propria fan base e che affonda in un esperimento con il proprio pubblico durante un format-gioco, l’origine di un brano  dell’album “13 Primavere”.
Sound a tratti tribali che ci riportano subito in Africa e quindi diciamo pure “Saalam Aleikum” a Roberto e Vincenzo che ci ricevono, nella vigilia dell’uscita dell’album, alla “Full Heads” per scambiare quattro chiacchiere in esclusiva con noi.

Ciao Roberto, ciao Vincenzo,  “Vien cu mme, t port int’o vicolo ‘e l’alleria” dicevate nella title-track del tuo primo disco tre anni fa. Ci siete riusciti a trovarlo questo vicolo?
R: Il gioco su questa storia qua è collegato proprio ad una continua ricerca, l’obbiettivo principale è fare in modo di non l’o truà. In quella canzone là Pullecenella rappresentava l’antieroe, così come è conosciuta questa maschera qui a Napoli, e l’antieroe doveva vivere in un luogo che non esiste, non lo doveva trovare mai questo posto, almeno nel mondo ideale, in quello che tenev’ ncap. Il vicolo dell’alleria è quindi quel qualcosa che lo puoi ritrovare per un momento in una giornata, magari lo ritrovi per un quarto d’ora, per poco tempo, e questo suo durare così poco ti spinge a cercarlo ancora e ancora. La ricerca continua è l’unica cosa che può garantirti una vita felice.

Parliamo del nuovo disco e facciamolo per gradi: sono chiare diverse influenze musicalli, date anche dal sodalizio artistico con Laye Ba. Quanto incide nella composizione di un album la cultura musicale di ogni singolo componente della band?
Roberto
: Tantissimo, davvero tantissimo. Secondo me proprio l’incisività massima è questa, sia nella scrittura che nell’arrangiamento confluiscono tutti gli ascolti che hai fatto. Io sono malato di Paul Simons ultimamente, ho tutti i suoi dischi, l’ultimo lo ha fatto uscire l’anno scorso a 76 anni, è uno che riesce ancora a rinnovarsi e non smette di cercare. In generale quindi l’influenza e l’ammirazione per certi personaggi ti spinge a cercare di essere sempre più ricercato e di essere stimolato da quanto di così grande si possa riuscire a fare nel sound. Per quanto riguarda la scrittura non te lo so dire, quella nasce da dentro, è più l’esigenza di  esternare delle emozioni  che altro. In generale cerco di arrivare in sala già con una idea chiara del pezzo, di come va suonato e poi ognuno della band ci mette del suo e lo fa in base agli ascolti che fa.
Vincenzo:  Nel nostro percorso creativo per quanto riguarda i testi Roberto arriva in sala già bello deciso ma aperto ai ragionamenti, quindi riusciamo a discutere tutti e ognuno di noi cerca di mettere il suo imprinting, un po’ in base ai suoi ascolti un po’ rispetto alla propria sensibilità.

 A proposito di Laye Ba, un disco che nasce in un periodo storico caldo per l’Europa e l’Africa in materia di immigrazione. Praia a Mare a parte (cito una tua battuta fatta durante la conferenza stampa di presentazione del disco), che ne pensate di questo fenomeno?
R:
E’ una cosa che mi rattrista parecchio. L’abbiamo vissuta un po’  sulla nostra pelle con Laye Ba, è stata storia incredibile. Noi abbiamo conosciuto Laye Ba durante un contest in cui ci esibivamo entrambi (lui è una grande star in Senegal), ci siamo piaciuti artisticamente e abbiamo deciso di collaborare ad uno o più in pezzi. Abbiamo lavorato su un pezzo insieme e siamo andati con lui in Senegal per girare il video clip, quello che è successo dopo ha dell’assurdo. Noi siamo ritornati in Italia e lui no, per farlo ritornare qui ci abbiamo impiegato un anno e mezzo. Oggi in Italia e nel mondo si sta facendo credere ai poveri che se si è poveri è colpa di chi è più povero di loro. E’ una realtà che mi arreca talmente tanta amarezza che non me la sento di parlare di immigrazione nelle canzoni in una maniera così  esplicita, in Saalam Aleikum o in Te veng’ a cercà sono storie così personali ma non ci sta quella disperazione che richiederebbe un discorso così delicato, proprio perchè grazie a Dio le ho vissute da vicino, ma sempre in terza persona. Allora cerco di utilizzare sempre quanto più tatto possibile e preferisco le metafore alle frasi crude che dette da me che non ho subito discriminazioni o fatto viaggi della  speranza potrebbero sembrare declamatorie, così “’a notte” rappresenta il dolore, “’comm ‘e passat ‘a nuttata mo’ che tutt è fernut” è quello che abbiamo chiesto a Laye Ba quando tutto questo calvario era giunto al termine.

Vogliamo fare un gioco insieme? Analizziamo insieme qualche brano dell’album per i nostri amici da Formia in su?
R: Ok, però scegli tu i brani, quelli che ti son piaciuti di più.

Va bene. Case popolari ha un sound pazzesco, Senza Far Rumore che è la prima che ho ascoltato e mi ha fatto venir su la pelle d’oca, Saalam Aleikum e 13 Primavere.
R:
Ottima scelta. Partiamo da “Case Popolari”, questa canzone è proprio la fotografia del contrasto che c’è tra Napoli e il Senegal o più in generale tra le azioni che sembrano buone ma non lo sono, i falsi eroi. Nei primi due versi c’è l’immagine di questo Pasquale che può sembrare un eroe ma negli altri due versi viene distrutta questa finta eroicità. Sono tutte persone che esistono davvero in queste case popolari, in questo Parco Sofia. Pasquale è un muratore che sogna quando sta sotto effetto di qualcosa e nei primi due versi sembra che lui questo problema voglia risolverlo, ma utilizzo il termine “apparare” che significa sia risolvere che comprare la droga. Nel ritornello il protagonista torna a parlare di se stesso attraverso questa donna, Sofia, che lui sta per lasciare, da la colpa dei suoi fallimenti a questo amore che non è ricambiato. E’ la metafora del mio rapporto che ho con Napoli di Amore ed Odio.
Passiamo a “Senza Far Rumore”, è venuta fuori su per caso e la sua origine è controversa, volevo raccontare una storia di un carcerato che vedeva  il cielo a strisce, mi sono messo a scriverla e mi ha sorpreso molto rileggerla, perchè solo rileggendola l’ho capita fino in fondo, è una canzone d’amore. “Salaam Aleikum” – invece –  è una canzone che è nata in Senegal. Stavamo a casa di Laye Ba con tutti i bambini della famiglia, ci stavamo salutando prima di ripartire per l’Italia e – poichè Salaam Aleikum è un saluto in senegalese – a furia di ripeterlo è diventato un ritornello involontariamente e abbiamo voluto inciderlo. Tredici Primavere nasce ad una serata, ad un format fatto a Piazza San Domenico il cui scopo era di creare una canzone fatta da me e da Francesco Di Bella. C’era molta gente e noi ci preoccupavamo che le persone dovessero attendere tanto tempo l’elaborazione dei nostri brani, quindi l’unica soluzione per non annoiarli era coinvolgerli e così ci siamo detti “ragazzi ma perchè non la scriviamo insieme? Io cercavo di armonizzare qualcosa con la chitarra e la domanda al pubblico è stata “cerchiamo innanzitutto un titolo”, e dai fans uno ha urlato “13 primavere” senza alcun motivo, poi iniziamo a fantasticare sul testo a trovare delle associazioni e abbiamo pensato ad Alessio Sollo che è nato il 29 febbraio, ha quasi cinquant’anni ma festeggiandolo solo ogni quattro anni diventano “Quasi tredici primavere” ed ecco la prima frase del brano, e così via ogni frase.

Nessuna title track, come mai?
R
: In realtà una “Parco Sofia” c’era, ed era “Case popolari”. Poi ci venne l’idea di chiamare Parco Sofia il disco e alla canzone abbiamo restituito il suo titolo originale che è Case Popolari. In realtà una title track esiste, ma sotto mentite spoglie.
V: Pensandoci neanche nel precedente album abbiamo messo una title track,abbiamo preso una frase del primo singolo – Pullecenella – e l’abbiamo reso titolo dell’album “’o vicolo ‘e l’alleria”.

 

Sono undici storie di vita vissuta, hanno tutte lo stesso filo conduttore che risiede nei vicoli di una città, perchè non avete pensato di fare un concept album?
R:
Perchè secondo me il concept album viene per caso. Queste canzoni sono nate in momenti diversi, ed è difficile quando scrivi canzoni in tempi diversi, con stati d’animo diversi e atmosfere cambiate, farle confluire in un’unica storia, sembrerebbe quasi una forzatura.
V: Devi avere le idee molto chiare per scrivere un concept album.
R: Oggi è complicato proprio scrivere un concept album sai? Io questo esperimento l’ho fatto con Daniele Sepe e il suo album “il secondo Capitan Capitone” che è un concept album in cui c’è un’unica storia in vari racconti, e abbiamo capito che per come si vive oggi la musica, che c’è molta scelta, ognuno si seleziona una canzone su Spotify senza badare alla scaletta.
V: Robè qual è l’ultimo concept album che hai ascoltato? Io ho consumato Capossela, non mi è pesato proprio.
R: Io “Capitan Capitone”.

Parco e Sofia cono due termini cari a Napoli, le case popolari, i vicoli, le leggi non  scritte dei quartieri e la Sofia Nazionale. Quanto vi ha influenzato la vostra città?
R:
musicalmente parlando, a livello di sound, tanto ma non troppo, al punto giusto. Come ti dicevo prima ascolto molta roba internazionale e quindi ho questa contaminazione. Per quanto riguarda i testi invece potrei azzardare dicendoti: totalmente. Tutte le scene che racconto sono vissute o viste quì a Napoli, me le ha date proprio la città.

Suoni internazionali cantanti nella lingua partenopea. Il campanilismo non lo temete come limite verso il mainstream?
R:
Sicuramente un po’ lo è, io non escludo di scrivere in italiano in futuro, ma  avverrà solo se ci riuscirò e se i risultati mi convinceranno. Sicuramente il napoletano può essere un limite, ma se la gente riesce ad essere trasportata dal suono, dalla melodia, un modo per arrivare anche al testo della canzone lo trova.
V: pensa che la canzone più conosciuta al mondo e cantata anche dai bambini a scuola in Senegal è “’O sole mio”, più mainstream di così non si può.

C’è una coerenza di aria partenopea anche nelle collaborazioni, Gnut, Sepe, Dario Sansone, come nascono queste scelte artistiche di collaborazioni?
R:
Nasce essenzialmente dal fatto che sono amici, non ci sono state trovate commerciali a livelli di featuring. Abbiamo un contatto umano quotidiano con loro, quindi queste collaborazioni sono nate così.
V: A me sarebbe piaciuto avere Giovanni Truppi in “13 primavere”, se lo intervisti proponiglielo, mettici tu la buona parola. (ndr: ridiamo)

Un album con molta meno retorica nei testi rispetto al disco d’esordio. Siamo già al disco della maturità?
R:
Mamma mia, e chi ossap... Sicuramente c’è stata una ricerca, nei testi e nelle melodie, la ricerca della parola giusta. Penso sia anche normale, più scrivi e più ti affini.

Programmi per il futuro?
Suonare, suonare, suonare e suonare. Mi piacerebbe riportare questo progetto in Africa, e anche il Sud America, mi piacciono molto anche quel tipo di contaminazioni.

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