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Massaroni Pianoforti tra adolescenza, traguardi e considerazioni: “In Italia poco pop d’autore” [INTERVISTA]

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L’importanza assoluta della gavetta, così si può riassumere il percorso di Gialuca Massaroni, in arte Massaroni Pianoforti, il quale ha pubblicato il 25 ottobre 2019 “Rolling Pop“, quarto disco in studio della sua carriera, il primo con la mitica Cramps Records, storica etichetta attiva negli anni settanta che ha ospitato nel proprio roster mostri sacri come Eugenio Finardi, Skiantos, Area.

Abbiamo intervistato il cantautore di Voghera qualche giorno prima delle vacanze natalizie, soffermandoci sul concept dell’album, l’adolescenza, oltre che sulla genesi e sulla fase di realizzazione condotta sotto l’occhio attento di Davide Boosta Dileo, sulle nuove generazioni e sull’attuale fase di mutuazione nella musica alternativa italiana.

 

Gianluca, “Rolling Pop” ha come concept quello dell’adolescenza. Sei partito proprio da questa idea oppure ti sei accorto soltanto alla fine che le canzoni scritte avevano questo fil rouge?

Quando ho iniziato a lavorare sul disco, ormai due anni fa, l’idea in realtà era un’altra. Poi man mano che venivano fuori le canzoni che selezionavo con mio fratello e Boosta e dopo una storia che mi è capitata, ho deciso di cambiare rotta e di affrontare questo argomento: le canzoni me lo richiedevano, non tutte sono nate per questo tema in particolare, ma le ho ascoltate tante volte e mi sono accorto che il filo che le legava era proprio l’adolescenza che stavo in qualche modo rivivendo.

Elaborando il disco avrai in qualche modo sicuramente rivissuto la tua adolescenza, esperienza non banale. Cosa ci puoi dire a riguardo?

Ovviamente l’ho vissuta nuovamente da maturo, o forse da immaturo. Questo è un mestiere che ti tiene sempre legato a una figura di Peter Pan, ti sembra di non voler crescere mai anche se gli anni passano. Sicuramente l’ho rivissuta in maniera più obiettiva. Ho cercato di riviverla con più coscienza, potendomene distaccare senza il rimpianto di aver perso qualcosa: ho avuto la fortuna di poter tornare indietro nel tempo attraverso una figura che mi è stata vicina in questo periodo, grazie a cui ho fatto pace con la mia adolescenza.

Non volendo entrare in un discorso da boomer, occorre dire una cosa: i giovani di oggi sono davvero decisamente diversi dalla nostra generazione, complice l’avvento prepotente della tecnologia. Hai mai pensato a come sarebbe stata la tua adolescenza con l’uso dello smartphone?

La tecnologia ci ha cambiati. Il mio primo cellulare, che era una mattonella, l’ho avuto già ventenne, stessa cosa internet, io sono ancora legato al modem e a quel suono assurdo che ti apriva al mondo, poi all’epoca ancora non c’era tantissimo. Se guardo i ragazzini di oggi sono lontani anni luce da quello che ho vissuto io. Ma questo non significa nulla. L’artista ha un compito preciso,  quello di vivere il tempo e saperlo descrivere; nonostante non mi senta legato alle nuove generazioni mi sento di abbracciarle dando qualcosa in anticipo sul loro tempo. Mio fratello è più piccolo di dieci anni, vedo tuttora gente più giovane, se guardo i miei amici sono tutti accasati, non ho molto rapporto con loro. Io continuo a vivere come un adolescente, non mollo. È un duro lavoro anche questo.

La sensazione ascoltando l’album è che tu abbia lavorato nella tranquillità più totale. I tuoi lavori precedenti sono nati grazie a una raccolta fondi, “Rolling Pop” invece ha dietro un’etichetta importante come la Cramps Record…

In realtà anche questo disco nasce da una raccolta fondi. Non conoscevo Boosta personalmente nè sapevo che la Cramps stesse rinascendo. La chiamata di Boosta è arrivata circa un mese dopo il termine del crowfonding. Grazie alla raccolta, anche se i soldi raccolti non erano tantissimi, invece di darli a un produttore o un arrangiatore esterno, li ho investiti in un piccolo in studio all’interno del mio negozio affidando la produzione a mio fratello che è un polistrumentista. Lui mi conosce meglio di tutti, conosce i miei ascolti, arriva dagli Shandon e da una cultura forse un po’ più punk. Il mio background punk è invece più legato ai cantautori italiani fuori dagli schemi come Luigi Tenco o Piero Ciampi, oppure al pop d’autore come quello di Baglioni, Venditti, Graziani. In generale sono stato più sereno perché ho fatto pace con me stesso rispetto agli altri dischi.

Influenze che si percepiscono a pieno nelle tue canzoni…

Eh si, loro mi hanno formato, più che altro nel linguaggio, nel modo di dire le cose. Prendi Battisti o Dalla, nei loro brani a seconda delle parola mutuavano musica e ritmo, non come adesso dove tutto molto più standardizzato. Mi è sempre piaciuto che in una canzone ci siano tre o quattro momenti che magari non si assomigliano ma che trasmettono quello che stai dicendo. Questo aspetto cerco di portarlo anche io, con la consapevolezza però che i tempi sono cambiati, quindi devo prendere per mano anche chi non è abituato ad ascoltare questo genere di musica.

Il background storico della Cramps Records ha un po’ influito le tue scelte finali circa i suoni da utilizzare?

Sinceramente no. A questo traguardo sono arrivato dopo tanti anni di gavetta, mi sono sentito pronto dopo tanti calci nel culo e senza un grosso pubblico che mi sostenesse.
Il contatto con la Cramps mi ha fatto onore, è come se mi avesse dato la forza di andare avanti, di osare e di sentirmi parte di un sistema che fino all’altro ieri mi aveva snobbato e ignorato. Non mi ha fatto paura, io ci speravo arrivasse un’etichetta del genere. Ho sempre sognato qualcosa di importante e ho sempre lavorato proprio per questo, nelle mie esperienze precedenti c’era sempre il classico “bravo però”. Boosta qui mi ha lasciato totale libertà: le mie canzoni non seguono determinate mode ma ho cercato rispetto a “Giù“, il mio album precedente, di essere meno sperimentale; volevo fare delle canzoni da portare nei live, e così ho fatto.

Rolling Stone”, la traccia di chiusura dell’album, ha un sapore quasi storico; è infatti la prima a raccontare il passaggio dalla sfera Indie a quella Pop. Prima si utilizzava un linguaggio volutamente ricercato ed ermetico, penso ad Afterhours e Marlene solo per fare un esempio. Adesso è invece tutto più immediato. Cosa è successo secondo te in questi ultimi anni?

La discografia ha capito che questo linguaggio più semplice funziona. Non ci sono filtri. De Gregori è ermetico, ma ti da diverse chiavi di lettura. In passato oltre al testo c’era sempre un sottotesto. Questo provo a farlo sempre anche io, ti parlo di qualcosa ma cerco di dirtene anche un’altra. Le canzoni di oggi sono istantanee di quotidiano, senza altro. Il passaggio dall’indie al pop in realtà  non so cosa significhi. Oggi la gente ha bisogno di ascoltare robe orecchiabili. Sei indie fino a quando non sei famoso, se arrivi alla gente allora sei pop. Io la differenza la farei tra il pop e il pop d’autore, di pop ce ne sono tantissimi, ma non tutto quello che si sente in giro è pop d’autore.

Coniugare raffinatezza e ricercatezza con il pop è un lavoro arduo…

Sì ma permettimi una precisazione: quando si parla di pop d’autore viene sempre in mente magari una canzone con una frase poetica. A me questa cosa fa incazzare. Nell’album precedente ho scritto “I cantautori m i stracciano i coglioni”. Non bisogna scambiare il pop d’autore con “Voglio essere un poeta”. Baglioni era pop d’autore eppure ha parlato a tutti quanti, stessa cosa De Gregori, Tenco e Ivan Graziani. Pop d’autore non significa fare il fenomeno, si può avere un linguaggio semplicissimo rimanendo d’autore. Pensa a Ivano Fossati quando dice “E di nuovo cambio casa e di nuovo cambiano le cose” o al Vasco Rossi di “Fegato spappolato”.

Salutandoti ti chiedo del tour, tra quando sarai in giro per concerti?

Il mio booking in questo momento sta lavorando. Sono state già fissate alcune date che annunceremo prossimamente.

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