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Massimo Zamboni: Il composto ingegno

Mente dei prima CCCP e dei poi CSI, uomo riservato e modesto, Massimo Zamboni si concede una chiacchierata con noi in un momento di pausa e tanta neve.

Partiamo dal lavoro con Angela Baraldi dal titolo “Solo una terapia: dai CCCP all’estinzione”. Come si è sviluppato?
Quando io ed Angela abbiamo iniziato a lavorare assieme avevamo voglia di fare un concerto con tutto ciò che faceva parte del mio repertorio e dopo un paio di giorni di prove nelle quali appunto stavamo mettendo in piedi tali canzoni ci siamo resi conto che su di noi esse avevano un effetto terapeutico. Si respirava un’atmosfera più rilassata, era divertente ed io ero incredulo del fatto che saremmo mai stati capaci di reinterpretare quei pezzi.

E poi?
È diventata una terapia che abbiamo pensato di condividere con tutti coloro che intendevano ascoltarci, perché ci sono tanti orfani di quelle canzoni, ma non è solo lì che si ferma il discorso. Aldilà di quanto è stato, sono convinto che in questo momento ci sia bisogno di questo tipo di musica poiché trovo che il clima sia davvero mogio; servono dei pensieri che non siano banali o consuetudinari, che facciano del bene a chi ascolta.

La cosa andrà avanti?
Ci siamo buttati in questa avventura per un anno intero, è uscito poi il CD ed attualmente stiamo scrivendo le canzoni nuove. Angela ha già iniziato a cantarle, quindi direi che il nostro piano non è finito con quell’esperienza né coi concerti che ne sono conseguiti.

Possiamo dire che i CCCP tornano in una nuova chiave di lettura?
Beh, è ingiusto considerarla come una sorta di rinascita del gruppo perché si tratta di un altro progetto; diciamo che può prendere le mosse anche da quello. Mi rendo conto che ci siano numerosi punti di convergenza- non solo musicali-, però credo che nel momento della sterzata ci sia motivo di uscire ancora.

Perché hai scelto proprio Angela?
Come tutte le cose migliori è successo per caso, nel senso che io avevo scritto una canzone per un film e il regista mi ha proposto di farla cantare ad Angela, la quale avevo conosciuto tantissimi anni prima (circa venti o forse di più). L’ho rivista e ci siamo ritrovati così, di colpo.
Lei ha cantato molto bene il brano, ci siamo intesi. Quando percepisco che ci può essere un’intesa molto veloce, senza tanti preamboli, senza tanto progettare, qualcosa di istintuale, mi piace e so che è una cosa in cui voglio cimentarmi.

Per quando è prevista l’uscita del prossimo disco?

In realtà non lo sappiamo ancora. Le canzoni ci sono, ma bisogna entrare nella fase produttiva con le relative complicazioni extra-artistiche.
Però siamo lì, quello che dovevamo fare lo abbiamo fatto e siamo pronti.

Passiamo alla tua esperienza artistica da solista. Abbiamo notato che i titoli dei tuoi lavori (“Sorella Sconfitta”, “L’inerme è L’imbattibile” per citarne due) fanno emergere dell’amarezza. Si tratta di un’impressione o c’è davvero qualcosa sotto?
Può essere anche un sentimento di rinascita, di resurrezione, che è un po’ il termine che ho usato spesso.

Ti riferisci a “Prove Tecniche Di Resurrezione”?
Esatto.
Sono tutte parti fondanti dell’esperienza umana, parlo pure della mia personale. Sono denominatori comuni della nostra esistenza e dello stare nel mondo, nel senso che oltre ai sogni e alle fantasie io ho, come penso tutti, delle ispirazioni naturali. Capisco che ciò che ci rende simili gli uni agli altri sono la sconfitta, il dover affrontare la propria inermità nei confronti della violenza di altri o di stati addirittura – non sto parlando solo di problematiche individuali.

In poche parole?
Si tratta di dover affrontare continuamente la propria resurrezione, volerla affrontare, e quindi ci sono dei temi che vengono trattati a seconda delle età; perché ogni età ha dei temi da trattare, a mio parere, per poter dare un contributo al nostro crescere collettivo.

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Sappiamo che hai collaborato molto con Nada.
Sì, ho lavorato molto con lei e stiamo già progettando ulteriori esperienze teatrali, benché siano difficili da mettere insieme dal punto di vista produttivo. Ad ogni modo trovo che lei sia una persona molto preziosa: ci lasciamo, ci troviamo, a seconda delle varie idee. Abitiamo parecchio lontani quindi è anche arduo materialmente potersi incontrare, tuttavia siamo presenti l’uno per l’altra. Tanto le strade prima o poi si ricongiungono e si riparte.

Sono passati un po’ di anni, ma il ricordo degli Üstmamò è ancora vivo.
Sì, è passato molto tempo da quando li producevamo. Sono uno dei gruppi più importanti del panorama italiano degli anni Novanta e tra l’altro noi collaboravamo con loro. Talvolta ci incontriamo, c’è ancora un buon rapporto.

Per quanto riguarda la musica di oggi, che cosa pensi stia accadendo nel nostro paese?
Sinceramente sono ignorante in musica, a volte arrivano delle belle cose tipo Vasco Brondi, però non le vado a cercare perché in questo momento non ne ho il bisogno.

Lasciando il campo musicale, da dove è nato il tuo interesse per i libri?

Ho sempre tentato di scrivere, poi non l’ho mai fatto perché la vita coi CCCP e CSI era già abbastanza impegnativa. Ora si sono un po’ dilatati i tempi (per fortuna) e dunque riesco a scrivere. Sto scrivendo anche adesso, nonostante sia un esercizio molto lungo oltre che solitario. Credo siano ormai quasi tre anni che sono al lavoro e ogni tanto lo devo abbandonare per riprenderlo in seguito.

In particolare, chi non ha ancora letto “Prove Tecniche Di Resurrezione” cosa deve aspettarsi?
Io gli direi di ragionare attentamente sul titolo e di cercare di entrare in consonanza con questo titolo. Non è solo un’espressione mia, penso di aver cercato un elemento comune a tutti all’interno di queste parole. È un libro di poesia, si presenta come tale anche se la maggior parte dei testi sono canzoni, concepite però a un livello superiore- spero lo si riesca a percepire.

Ho scritto questa raccolta a tema, molto determinata, tale da trattare siffatto argomento attraverso la sconfitta, l’estinzione, l’inermità, per arrivare a una resurrezione che non ambisce sicuramente ad avere un carattere divino, ma perlomeno ambisce a scoprire quelle che sono le “cose divine” che stanno dentro agli uomini e che ciascuno di noi possiede.

E le colonne sonore per il cinema?
Ho sempre scritto musica per il cinema, anche senza conoscere i registi preventivamente.
Quando hai bene in testa il paesaggio che vuoi descrivere ti viene abbastanza naturale pensare di lavorare anche per i film o per i documentari.

Infine, la domanda magari banale ma necessaria. Che cosa vedi nel tuo futuro?
In questo momento vedo solo neve dappertutto.
Sciolta la neve vedo libri, altri album; credo di scrivere molto più che suonare, però suoneremo anche tanto; poi vedo un po’ di cinema certamente. Comunque ciò che intendo fare è accompagnare la mia crescita con tutti i modelli espressivi a mia disposizione e raccontarla non perché sia più interessante di quella degli altri, ma perché possa diventare universale. Intendo scoprire le assonanze tra me e gli altri, e ciò che io posso offrire da questo punto di vista, sostanzialmente, è un servizio. Questo è ciò che vorrei continuare a fare nel mio futuro.

La parola d’ordine è “fruizione”?
Ah, io lo spero. Anzi, il vero motivo per cui si fanno tali scelte è soltanto quello, non le farei mai per me in modo egoistico.
A me sembra strano sentire di artisti che si danno al denaro: è un mestiere che mi lascia vivere, ma il guadagno mi è assolutamente indifferente dal momento che è l’urgenza di esprimere quello che sento la molla per fare. Altrimenti- accidenti- sarei veramente un morto.

Quando ascolti qualcuno che fa musica devi chiudere gli occhi e cercare di capire il paesaggio che ti sta proponendo; tante volte invece senti proprio il registratore di cassa e va bene nel senso che è meglio che essere degli assassini.

In attesa dei suoi prossimi lavori vi invitiamo a fare tesoro delle parole regalateci da Massimo Zamboni.

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