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Massive Attack, o collettivo open source

Il ciclo dei Massive Attack ha conosciuto innovazione, espansione, poi una battuta d’arresto: dei tre originari Wild Bunch, nel 2002 resta solo Robert Del Naja in quell’unico momento possibile per un quarto capitolo. Il progetto di Bristol si aggrappa alle qualità del singolo. Ma poi è di nuovo rivoluzione.

Fino al tour che li vede oggi protagonisti ed araldi della quinta prova studio. I Massive Attack ora sono un collettivo, ancor più di quanto lo siano mai stati; sono i musicisti, infatti, ad entrare per primi aggiungendo i loro strumenti uno ad uno e componendo lentamente l’atmosfera di “Bulletproof Love”.

Al termine del brano, come già è avvenuto nelle precedenti date del tour 2009, Del Naja ed il rimpatriato Grant Marshall arrivano, salutano ed impiantano la prima parte del concerto di Conegliano sui brani ancora inediti.

Il nuovo quindi, il non conosciuto; ovvero quello che non ci si aspetta, affinché il pubblico partecipi con emozione e senso di scoperta. Con “Babel”, canzone giustamente apprezzata al primo brivido, sale sul palco l’ex-pupilla di Tricky, Martina Topley-Bird, sempre di casa e sempre dotata di una timbrica vellutata al miele. La stessa interpreterà la tanto discussa “Psyche” e la riarrangiata “Teardrop”, probabilmente discutibile nella sua nuova veste minimale che ne devitalizza l’immersività amniotica dell’originale, ma che è perlomeno spinta dall’ottimo cimento della cantante.

Si anima quindi la scenografia fatta di LCD stratificati che, come valido contrappunto alla musica, alternano ammiccamenti grafici al cyberpunk a vere e proprie strategie di comunicazione. Con “16 Seeter”, sempre tratta dall’imminente LP in uscita nel 2010, viene presentato sul palco Horace Andy, qui protagonista di un’ottima interpretazione: il suo cantato ancora si sposa perfettamente all’andamento trance-elettronico e surreale che marchia il Massive-sound, ed in particolare questo brano, altamente rassicurante sulla capacità del collettivo di affondare ancora in profondità ipnotiche senza scivolare su territori pretenziosi.

Accolte con ovazioni “Risingson”, la splendida, vibrante e crescente “Angel” e soprattutto “Inertia Creeps” dove viene addirittura difficile concentrarsi sulle note ormai conosciute a memoria quando sono i pannelli a cristalli liquidi a diventare fragorosi protagonisti: scorrono a caratteri cubitali titoli di giornali di gossip che passano a rassegna Sabrina Ferrilli, Britney Spears e Belen Rodriguez, fino a commentare casi di giustizia tutti italiani e non da ultimo Stefano Cucchi.

Così è il collettivo cosmopolita che, mascherandosi nella neutralità, punta alle coscienze e, forse con pretese eccessive, a scatenare il loro risveglio; tra autocritica verso le scelte del governo inglese nei confronti dell’Iraq, citazioni (fin troppo) generose dei più grandi politici democratici di tutto il mondo, e j’accuse visti come stimoli culturali.

Capita anche che nelle atmosfere fredde di alcuni pezzi, anche intramontabili come “Unfinished Sympathy” dilatata oltre i dieci minuti, ci sia un momento di dispersione dell’intensità. Ma Deborah Miller sa come restituire il groove che tutti vogliono con l’attesa e soddisfacente “Safe From Harm”. “Mezzanine” si porta anch’essa tra i classici trascinatori, grazie alle sue doti di creare un ambiente magnetico attraverso i suoi giri ritmici, qui riportati all’essenza, e loop caratteristici.

Infine, nuovo arrangiamento anche per il brano dub per definizione, “Karmacoma”, facile finale che conduce il pubblico ben disposto all’ascolto attento ad ondeggiare nell’esotismo psichedelico.

Gli applausi sono meritati: il collettivo è forte nella sua eterogeneità ma a convincere più degli altri elementi è maggiore concretezza dei nuovi brani rispetto all’impalpabile “100th Window”. Talmente convincenti da lasciar intendere buone prospettive ed essere il vero motivo di successo della serata.

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