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  • Mastedon: 3

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L’Elefante e l’Elefante

Secondo quanto narrato da Polibio, Annibale attraversò le Alpi con trentasette elefanti ma solo uno di essi riuscì a resistere ai rigori di quelle pendici ed al gelido inverno della pianura padana. Nella nostra storia, invece, gli Elefante sono due, si chiamano John e Dino e si ergono a fieri superstiti del cambio delle mode e degli stili, imponendosi nella loro classicità.

Il lampo per squarciare il tempo si chiama “3″, album di dieci tracce più una, in perfetto AOR, energico e coinvolgente, in cui è la voce di John a catalizzare l’attenzione. Il mastermind newyorkese, infatti, sorprende per la imperitura capacità compositiva ed il coinvolgimento emotivo che trasmette, coadiuvato da un altro menestrello eccellente, al secolo Kerry Livgren. I due, oltre alla militanza nei Kansas, condividono la riscoperta della fede e non perdono l’occasione di annegare le chitarre nell’acqua santa. Il rock cristiano conseguente risulta ben bilanciato, dinamico, fintamente sornione e, grazie all’ausilio di pregevoli porzioni strumentali e ad un esaltante utilizzo dei cori, consente di assorbire con disinvoltura anche i minutaggi più possenti.

Pur collocandosi un gradino sotto le precedenti due release, rispetto alle quali le incursioni prog sono abbandonate quasi del tutto, “3″ è un’endovena di emozioni, con un picco assoluto, “Nowhere Without Your Love”, autentica fabbrica di brividi, e con una cover, “Dust In The Wind”, che ribadisce (per chi ancora non l’avesse ben chiaro) il legame di sangue con i Kansas, figlio della condivisione di interpreti e di idee.

Gli Elefante confezionano un discone, barriscono che è un piacere e non mollano la strada del successo. Una strada in cui i pachidermi, muovendosi con passo lento e cadenzato, raggiungono l’obiettivo e riempiono di sostanza le buone intenzioni. Quindi, se entrando in un negozio di dischi distrattamente lo sguardo si posasse su una copertina con proboscide in primo piano, sappiate che ne vale la pena.

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