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    Masterplan

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Tra desiderio di rivincita e uno sguardo in avanti

I Masterplan sono una formazione “nuova”, fondata da due vecchie conoscenze helloweeniane, nello specifico Uli Kusch e Roland Grapow, trovatisi inaspettatamente, da un giorno all’altro, fuori dagli Helloween. Non deve essere stato facile reagire in maniera ottimale di fronte a un gesto vigliacco da parte di chi si riteneva essere ben più di un collega, così come non deve essere stato facile nemmeno tirare su una vera e propria band partendo dalle fondazioni di un semplice side-project – perché bisogna trovare musicisti validi, professionisti seri, che siano convinti e sicuri e decisi a mettere anima e corpo nella band nascitura. Grapow e Kusch dimostrano di esserci riusciti e pubblicando un album di valore assoluto, che non ha faticato a farsi largo tra le preferenze del pubblico. I due, tra l’altro, regalano una prova che si distingue oltre che per l’indiscutibile tasso tecnico, soprattutto per il generoso gusto artistico di cui si caratterizza, intenzionato a lasciare poco spazio a smanie egocentriche, ma senza per questo rinunciare ad accorgimenti, guizzi artistici e rifiniture piuttosto interessanti. Va notato fin da subito che la band (l auqlae accanto a Roland e Uli presenta Jorn Lande, alla voce, Jan Eckert al basso e Axel Mackenrott alle tastiere) dimostra già un affiatamento e compattezza che potrebbero far invidia a tanta gente a zonzo per il music-biz.
“Masterplan” è un disco che parte dal tipico metal mitteleuropeo fatto di dinamicità e melodia, lo arricchisce di inserimenti a volte dark/progressivi, altre volte più tipicamente Hard Rock, gli regala inoltre un suono heavy, moderno e incisivo (prezioso l’apporto di Andy Sneap, in sala regia), e infine, grazie anche ad un songwriting sicuramente ispirato, riesce a distinguersi come un lavoro personale e ben distinguibile nel panorama discografico odierno. Alla personalità del disco contribuisce senza dubbio anche l’ugola di Jorn Lande, il quale dimostra nuovamente un carisma davvero non comune, emozionando genuinamente in canzoni come la dinamica “Kind Hearted Light”, la spietata “Crawling From Hell” o “Step into The Light”, con le sue atmosfere marchiate a fuoco dal progressive degli anni ’70; oppure ancora “When Love Comes Close”, davvero impossibile non pensare ai Whitesnake di David Coverdale, ascoltando quest’ultima canzone. Da non dimenticare il duetto dello stesso cantante nordico con Michael Kiske su “Heroes”, la canzone più helloweeniana dell’intero lavoro (ma canzoni di questo livello, negli album delle zucche di Amburgo, non se ne sentono da parecchio).
In conclusione va però fatto notare che, per quanto realizzato non da pivellini ma da professionisti affermati sulla scena internazionale, questo album rimane pur sempre un debutto, e proprio a questo fattore mi sento di imputare i tratti ancora non perfettamente focalizzati o efficaci al 100%, pochi, ma comunque presenti, che ogni tanto fanno capolino lungo lo svolgimento del disco – sicuramente, lodiciamo a mo’ di constatzione a posteriori, roba trascurabile per larga fetta del pubblico internazionale

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