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  • Mastodon: Leviathan

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Salpati verso nuovi orizzonti

L’impressione è quella di trovarsi di fronte ad uno di quei dischi “importanti per la scena”, che saranno ricordati come icone di riferimento nella musica a venire. I Mastodon tirano fuori dal cilindro quello che potrebbe essere il post-heavy metal (o il pre-qualcos’altro, come volete) amalgamando con naturalezza attitudini, idee e suoni provenienti da scenari distanti, creando un blocco di canzoni stupefacenti dall’inizio alla fine e confezionandole con l’abilità di un artigiano dotato e minuzioso. “Leviathan” è un concept ispirato al Moby Dick di Melville, che diventa uno sfondo perfetto per ambientare dieci parabole epiche ed avventurose. Descrivere come suona il disco non è facile, non tanto perché gli elementi messi in mostra siano difficili da individuare, quanto perché l’alchimia olistica che creano li eleva ad un livello che prende vita al di fuori dei componenti stessi, e a questo punto diventa quasi superfluo cercare di rintracciarli. Un flusso musicale nuovo, un’onda anomala che sembra volerci travolgere… eppure è così rabbiosa e spumeggiante che non riusciamo a distogliere lo sguardo: vediamo che ha inghiottito la nave dei Neurosis, un antico relitto dei Metallica, la scialuppa dei Voivod, frammenti di heavy metal, thrash, death, hardcore ed una vecchia bottiglia di whisky (di Lemmy?). Sembra che si siano presi i resti di un genere alla deriva e se ne siano usati i pezzi per costruire una nuova ammiraglia indistruttibile. Il capitano Ahab di questa spedizione alla caccia della balena bianca – l’innovazione? – è il riffing inarrestabile della coppia Hines-Kelliher, se non fosse che spesso al timone c’è addirittura una piovra, Brann Dailor, davvero incredibile alla batteria, ma insomma tutti gli strumentisti coinvolti sono ventimila leghe sopra gran parte della concorrenza. Dettaglio marginale ma notevole, la veste grafica sopraffina: sembra di avere tra le mani uno stralcio di quella peculiare mitologia orientale partorita dal mistero del mare, con bestie immense, abissi, eroi. Un disco che non perde il groove dall’inizio alla fine, che gioca a velocità assurde pur piazzando aperture e mid-tempo, ogni pezzo è valido e mantiene la curiosità di sapere “che cosa viene dopo”. Una volta finito il viaggio non si aspetterà un attimo per risalire a fianco di Queequeg e vivere nuovamente la stessa affascinante avventura; francamente, di questi tempi, non è una cosa che capita molto spesso.

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