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Mastodon Lives

I Mastodon ritornano a Roma a tre anni di distanza dalla loro ultima apparizione e per la prima volta in un tour da headliner.
La vigilia del concerto non si preannuncia delle più rosee: i francesi Gojira, che avrebbero dovuto aprire la serata, annunciano sul loro sito ufficiale una data in Inghilterra nello stesso giorno dell’esibizione prevista a Roma. Segue un tam tam mediatico di indiscrezioni a cui non segue però nessun comunicato ufficiale.
Ci dirigiamo verso l’Atlantico quindi, non sapendo bene cosa aspettarci da un evento presentato e sponsorizzato alla stregua di un co-headlining data l’importanza delle due band.

Niente Gojira. Niente Unsane. Ad aprire la serata ci sono i Dead City Ruins, band hard rock dalle tinte glam proveniente dall’Australia. Una scelta quantomeno azzardata quella di esporre al pubblico ludibrio per circa un’ora un gruppo come quello australiano, sicuramente valido e preparato, ma stilisticamente e culturalmente agli antipodi dalla band principale dell’evento, e costretti quindi al tristo ruolo di tappabuchi.

Dopo abbondanti dosi di rock’n’roll, qualche fischio e qualche timido lancio di oggetti non meglio precisati, i canguri abbandonano la scena. Durante il cambio palco ci interessiamo delle sorti della semifinale dell’europeo tra Spagna e Portogallo, ancora bloccata sullo zero a zero. Il tempo di assistere a una scialba punizione di Cristiano Ronaldo e le luci si spengono, i Mastodon fanno il loro ingresso sul palco.

“Black Tongue” apre le danze tra i plausi di un caloroso ma non nutritissimo pubblico. L’ultimo album in studio “The Hunter” verrà eseguito integralmente nel corso della lunga setlist, segno tangibile di una grande convinzione da parte della band per il nuovo materiale che, a dirla tutta, non ci aveva molto entusiasmato al momento della sua uscita, soprattutto alla luce di una discografia passata pressoché perfetta.

“Non si sente ‘na mazza!” asserisce un nerboruto omaccione alle nostre spalle che in effetti tutti i torti non ha. Il sound d’insieme è abbastanza impastato e molti passaggi sono poco intellegibili, ma chiunque abbia visto dal vivo i Mastodon almeno una volta, anche semplicemente tramite i video in rete, sa di questo loro frequente problema. Altro tipico tallone d’Achille dell’ensemble americano, la resa live delle voci, è sensibilmente migliorato. Troy Sanders, anche grazie ad un massiccio uso di effetti, sembra non sbagliare una nota, lo stesso discorso vale per il batterista Brann Dailor, un po’ più sugli scudi invece la prestazione canora di un comunque sempre ottimo Brent Hinds. Insomma quella che vediamo sul palco dell’Atlantico è una band più sicura dei propri (enormi) mezzi tecnici, una band definitivamente matura.

E poco importa se alla fine sono stati lasciati fuori dalla scaletta classiconi come “Mother Puncher”, “Colony Of Birchmen” o la più recente “Oblivion”, se poi la band ci ha regalato un medley da incorniciare come quello tra tra “Iron Tusk” e “March Of The Fire Ants” e un gustoso sigillo finale con una rivalutatissima “Creatures Lives”, perfetta in una cornice live grazie ai suoi cori da stadio che hanno coinvolto l’intera platea romana.

Black Tongue
Hand Of Stone
Crystal Skull
Dry Bone Valley
Thickening
The Hunter
Octopus Has No Friends
Stargasm
Blasteroid
Crack The Skye
All The Heavy Lifting
Spectrelight
Curl Of The Burl
Bedazzled Fingernails
Iron Tusk
March Of The Fire Ants
Blood And Thunder
The Sparrow
Creature Lives

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