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La sezione Generator + 16 del Giffoni Film Festival ci porta dritti in Colombia con “Mateo“, lungometraggio d’esordio (come quasi tutti, in questo festival) di Maria Gamboa.

Mateo è un ragazzo di 16 anni e vive con la madre in un quartiere pieno di povertà e violenza lungo la valle del fiume Magdalena. Lei fa un lavoro umile e poco retribuito, così Mateo si guadagna da vivere raccogliendo denaro frutto di estorsioni per conto dello zio, pericoloso criminale che stringe tutto il quartiere nella sua morsa di potere.

Quando il prete della comunità decide di mettere su un gruppo di teatro per cercare di riscattare i ragazzi dalla strada, Mateo, per dimostrare il suo valore allo zio, accetta di infiltrarsi nel gruppo per scoprire se i membri siano coinvolti in attività politiche.

Cominciando ad assistere alle lezioni però, Mateo rimane sempre più affascinato dalla creatività e dalla libertà sprigionate dallo stile di vita praticato dal gruppo, e si troverà a compiere scelte difficili: continuare a seguire la sua ritrovata vocazione artistica o accontentare il violento e pericolosissimo zio?

Il riscatto sociale raggiunto tramite l’arte, che libera lo spirito da pregiudizi ed angosce, e coincide con il riscatto di una comunità che decide sollevarsi e non rimanere omertosa nei confronti di chi la opprime. Tematiche  trattate in migliaia di film, eppure sono argomenti di cui è sempre giusto e necessario parlare… ma non in questo modo!

Nonostante le buone premesse, “Mateo” non funziona. La costruzione della storia è sbagliata: il tormento interiore che il protagonista dovrebbe provare nell’essere diviso tra due mondi opposti, quello dell’arte e quello della criminalità, non lo avvertiamo minimamente, dopo due (di numero) lezioni di teatro Mateo è già un ragazzo redento e pronto ad accantonare la sua vita precedente, un po’ poco per un personaggio che dovrebbe renderci partecipi della vicenda.

Tutto il male, poi, da cui Mateo si dovrebbe riscattare non è mostrato, la violenza che attanaglia il quartiere non si avverte e suo zio, il boss, quello che dovrebbe essere il villain della pellicola fa ben poco per risultare come tale. Si decide di mostrare il lato positivo, e così il film va avanti per predicozzi stucchevoli e scene trite e ritrite. Una scelta, questa, abbastanza vigliacca, soprattutto se si vuol rappresentare una realtà così problematica e violenta come quelle delle periferie degradate della Colombia

Pro

Contro

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